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L’Albania, tra la voglia di dimenticare e celare la storia

Si nascondono i segni, si ha fretta di ricuperare un vuoto di cinquant’anni e nessuno chiede scusa per gli anni di dittatura

Albania- Edificio del regime Albania - Edificio del regime

«Siamo ancora in uno stato comunista. Abbiamo solo cambiato il titolo delle insegne statali». Sono queste le parole che suor Lule, monaca clarissa del monastero di Scutari, usa per descrivere la sua Albania, martoriata da anni di regime, ai cinque preti visitatori di Pescara. La nuova “dittatura” di cui la monaca autoctona parla, è la schiavitù del consumismo e la “fretta” del suo popolo di ricuperare un vuoto lungo circa cinquant’anni per raggiungere subito benessere e ricchezza.

«Avevi diritto a dieci galline e ad un asino – continua la monaca – avevano messo fratello contro fratello, hanno abbattuto le Chiese, le croci, ma la povertà non ha tolto Dio e la gioia di sentirsi amati da Lui. Oggi, nonostante la libertà, questa serenità di fede manca e si è ugualmente schiavi perché ognuno pensa a se stesso e non lavora per il bene comune. Risultato: le nostre carceri sono stracolme». Il paragone tra dittatura reale e “spirituale” non ha evitato a suor Lule, che in italiano si traduce fiore, di affrontare il ricordo doloroso della dominazione: «il convento che oggi ci ospita di proprietà dei frati minori era, una volta, un carcere del regime, un luogo di tortura, oggi è un santuario in ricordo di tanti martiri». I lavori di ristrutturazione del convento-carcere, però, rischiano di eliminare i segni tangibili del dolore e la memoria della dominazione conclusasi solo a ridosso del 1990. La necessità di dimenticare, insieme alla difficoltà di rielaborare una storia brutale di persecuzione e morte, sembra essere la scelta di tanti albanesi, ma il dubbio che cancellare i segni possa essere la volontà delle famiglie del regime, in parte ancora al potere, per celare la memoria e nascondersi dietro una democrazia che non affronta la storia, si insinua nei pensieri dei visitatori.

Un dubbio accentuato, per esempio, dallo spostamento della imponente statua dei “cinque eroi” dalla piazza centrale di Scutari alla scalinata adiacente la discarica a cielo aperto nella periferia della città, che riconosce certamente il “fetore” del dominio, ma lo nasconde all’olfatto dei disattenti turisti che mai saranno accompagnati tra ratti e immondizia. Un dubbio accentuato da scuse istituzionali mai arrivate e confermato dall’incontro con l’84enne don Simone Judaci, confessore della cattedrale di Scutari ed autore di un testo di memorie: «ci sono più morti ora, nella democrazia, che nella dittatura», è l’iperbole del prete per descrivere la paura ancora viva di chi come lui ha vissuto 26 anni di prigionia e ha visto morire un fratello per avvelenamento, ma anche il sospetto che qualcosa di strano continui ad avvenire in una nazione che ha bisogno di riconciliazione, di libertà, di certezze, di speranza.

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Direttore responsabile del notiziario online "Laporzione.it" e responsabile dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne. Laureato in Scienze della Comunicazione sociale e specializzato in Giornalismo ed Editoria continua la ricerca nell'ambito delle comunicazioni sociali. Ha collaborato con quotidiani di cronaca locale e ha coordinato negli ultimi anni la pagina diocesana di Avvenire.
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