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Corpus mysticum

A vele spiegate nella notte dei tempi, alla ricerca della donna di Cristo.

In chiusura di questo ciclo di “temi introduttivi” della nostra conversazione teologica, resta infine un tema da trattare, e potevamo trattarlo anche in apertura o in qualunque altro punto. Ne abbiamo, in effetti, sempre parlato, tramite implicazioni o conseguenze.

Ma per non scivolare in astratti teoremi celesti, partiamo dal caso quotidiano. Poniamo che due amici si ritrovino dopo un po’, e che magari si mettano a parlare di come vanno le cose a casa, al lavoro, in palestra… in parrocchia. Faranno qualche generico apprezzamento sul parroco, poi qualche critica (di solito quelle sono meno generiche), e poi magari – talvolta capita davvero – finiranno a parlare della loro vita di fede. Molto concretamente: «Sai, sono stato bene lì, a Loreto, a stare un giorno in silenzio e riprendere contatto con Dio» – «Pensa! Sai che ci sono stato anch’io? Sono perfino tornato a confessarmi!» – «Anch’io! Figurati che era da Pasqua…» – «Beh, ma se uno non se lo sente, che male c’è?» – «No, infatti: certe cose sono private, come ti devo dire, “personali”…» – «Infatti…». E poi proseguiranno in qualche modo. Noi li lasciamo qui, perché ci hanno dato lo strappo che ci voleva per introdurci al tema della nostra conversazione, che non è “la Riconciliazione”, né “i sacramenti” in genere, bensì “la Chiesa”.

I due amici si sono detti parole comunissime, che tante volte anche noi abbiamo usato e usiamo, forse persino in merito ai medesimi argomenti che hanno affrontato loro. Proviamo a raccogliere le due principali: “privato” (o “personale”), e “pubblico” (o “collettivo” – anche se hanno usato solo le prime due, facendolo hanno escluso, ben coscientemente, queste altre due). Ora notiamo una curiosa anomalia, che forse ci sorprenderà: se proviamo a chiederci «che cos’è per noi la fede», ci rispondiamo immediatamente che è qualcosa di personale e intimo, che riguarda soltanto noi e il nostro Dio; se invece proviamo a chiederci «come definiremmo la Chiesa», ci sorprendiamo altrettanto celermente a elencare molte espressioni ritagliate da varie omelie, come “la famiglia di Dio”, “il popolo di Dio”, “gli amici del Signore”, “i credenti in Gesù”… e così via. Ora, queste descrizioni sono tutte giuste e vere, ma se è vero che la Chiesa è, tra le altre cose, la comunità di quelli che credono in Gesù, e se quindi le due domande che ci eravamo fatti sopra non sono contraddittorie, come mai da una parte sprofondiamo in un intimismo nettamente individualistico mentre dall’altra parliamo sempre di squadre, formazioni e gruppi?

Ci sarà qualcosa di storto, nel ragionamento? Forse, visto che nell’ipotetica discussione sulla frequenza dell’accostamento alla Riconciliazione gli amici consideravano solo due possibilità, di cui una era scartata a priori: dal momento che certe cose non devono di certo essere affari di nessun altri che me, allora esse ineriscono senz’altro al mio “sentire”.

Evidenziata l’ambiguità, vediamo ora di rintracciarne qualche radice, se possiamo. E partiamo dal “sentire”, visto che da come si sono messe le cose è ciò su cui ricadono i nostri sospetti: certo, bisognerà ammettere che il “sentire” è un fenomeno di cui nella storia sacra fanno esperienza tutti. Dall’Abramo della Genesi al Giovanni dell’Apocalisse, passando per tutti i Patriarchi e i Profeti, per tutti i Giudici e per qualche re (certo, Davide e Salomone in primis), per i salmisti, per i poeti, perfino per le fattucchiere, tutti hanno “sentito” in modo intimo, personale, irriducibile e incomunicabile, “l’esperienza di Dio”. D’altro canto, fin dalle nottate insonni di Abramo si sentiva parlare di «un popolo numeroso come le stelle del cielo», e il solo nome di Mosè ci mostra ancora una volta il mare diviso e un popolo che lo attraversa; i Giudici, poi, che altro amministrano se non il popolo? E non parliamo dei pochi re santi che ci furono (specialmente il devotissimo Giosia!), ma pensiamo pure agli stessi profeti, il cui ministero era tutto rivolto ai sovrani e al popolo… il Giovanni dell’Apocalisse, infine, non racconta di «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare»? Non sembra egli vedere, proprio in fondo alla “collezione” dei libri che narrano la storia sacra, quello che ad Abramo era stato promesso nel primo di quegli stessi libri? Appare evidente, quindi, che l’esperienza dell’intimità con Dio non è mai stata slegata (né mai può esserlo) dal bene del popolo. Ci resta però da considerare il nesso tra queste due categorie, perché anche dopo questo elenco di citazioni noi tendiamo a restare sul binario “pubblico-privato”, “personale-collettivo”.

Forse per uscire dall’impasse in cui ci troviamo sarebbe utile poter risalire “oltre Abramo”, fin là dove la notte dei tempi pare avere la sua sorgente: Noè, certamente, aveva anche lui un’esperienza diretta e incomunicabile di Dio, e pure questa sua esperienza era chiaramente volta a vantaggio di un gruppo di persone (quantunque per la ristrettezza non lo si voglia chiamare “popolo”). Noè, però, non presenta una differenza sostanziale rispetto ad Abramo, salvo il fatto che quest’ultimo è situato intorno al XIX secolo a.C., mentre del primo resta soltanto l’enigmatico dato del diluvio a dirci qualcosa. Andremmo certamente fuori strada, seguendo la pista del diluvio, e senza neanche la certezza di ritrovarvi il buon vecchio Noè. Quanto si narra, invece, prima del diluvio, è fosca caligine – imperscrutabili figure cangianti, capaci di centomila significati e di nessuno.

Dovremmo forse arrenderci, se non fossimo trascinati dall’ascesa di un grande volatile del pensiero teo-logico: Paolo. Una delle intuizioni più geniali di Paolo è stata quella che l’ha portato a guardare la mitica figura di Adamo tramite la lente dogmatica di Cristo (ormai quest’espressione non dovrebbe più essere causa d’ambiguità): tutti ricorderanno facilmente il capitolo 6 della Lettera ai Romani, o il 15 della Prima lettera ai Corinzî, in cui Paolo teorizza (ossia “comprende”) in Gesù il riscatto del peccato di Adamo e la risurrezione dalla morte che in Adamo tutti gli uomini hanno guadagnato.

Paolo e il suo pensiero, però, vanno oltre, perché intuiscono che, in qualche modo, Gesù è realmente vicino ad Adamo, anzi a un tratto si fa chiaro che è Adamo, semmai, a essere fatto in prospettiva di Gesù: «Egli è immagine del Dio invisibile / generato prima di ogni creatura» (Col 1,15)! Paolo viene così spinto d’immagine in immagine, rimbalzando ben oltre lo steccato dell’Eden: «Tutte le cose sono state create / per mezzo di lui e in vista di lui. / Egli è prima di tutte le cose / e tutte sussistono in lui» (Col 1,16-17). Che dire? A questi passi paolini manca un niente perché assurgano alla potenza delle visioni del Prologo di Giovanni (Gv 1), e a noi non serve (adesso) parlare del Lògos.

Attenzione: guardate a cosa (meglio, a chi) si aggrappa Dio per bilanciarsi!

Se torniamo a planare verso l’Eden, invece, e ci figuriamo davanti alla volta affrescata della Sistina michelangiolesca, notiamo che l’Eterno Padre (particolare troppo spesso trascurato a vantaggio del celeberrimo dettaglio degli indici che si sfiorano) si tiene saldo a una figura dalle inequivocabili fattezze femminili: ben prima di notare la solitudine dell’uomo (ecco il geniale “tradimento” di Michelangelo!), il buon Dio aveva già “in mente” Eva. Dunque Eva, “in qualche modo”, già esisteva “realmente”? Certo! Se simili cose non potessero essere concepite, in che modo si parlerebbe di Cristo (come fa Paolo!) prima dell’evento storico in cui il Verbo di Dio prese la carne umana da Maria?

Eva nascerà da Adamo, ma è già presente quando Dio crea Adamo; Cristo nascerà da Maria, ma è già presente quando Dio crea Maria… Che senso ha tutto questo? Paolo si ricorda che «i due saranno una carne sola», e difatti userà per la donna di Cristo la stessa immagine che usa per la donna di Adamo: «Egli è anche il capo del corpo» – e finalmente si spiega – «cioè della Chiesa» (Col 1,18 e cf. Eph 5,22-24). Così la Chiesa esiste, “in qualche modo”, prima di tutti i secoli, “realmente” – perché è il destino eterno del Figlio di Dio – ed essa è una sola carne con Cristo.

Ecco il nodo dove “pubblico-privato” e “personale-collettivo” scompaiono; nella carne di Cristo, infatti, l’esperienza del fedele comincia dalla situazione dell’organicità («se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui» – 1Cor 12,26), e già questo è l’inveramento dei poli dialettici visti sopra – ma poi è destinato a trasfigurarsi, «di gloria in gloria» (2Cor 3,18), «a immagine del suo corpo glorioso» (Phil 3,21), verso quell’orizzonte in cui in ogni frammento è contenuto tutto l’intero, «e Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28).

Ecco dov’era il limite della conversazione dei due amici: l’esperienza ecclesiale non è riducibile a nessuno dei poli in base ai quali ragionavano e, ad esempio, una figura come quella del padre spirituale altro non è che il concretarsi storico della sintesi cristologica tra la libertà di coscienza e il precetto del Maestro. Ma di questi aspetti dovremo tornare a parlare altre volte; come pure bisognerà riprendere con calma una considerazione oculata dell’effetto dei Sacramenti – perché se è vero che tutto questo è opera della Grazia, non lo è meno che questa vuole “iniettarsi” nelle vene della Chiesa specialmente mediante i Sacramenti, e in particolare l’Eucaristia.

Ma non c’è più tempo, non c’è più spazio. Una sola considerazione, tuttavia, dobbiamo fare su quello che nella storia è stato chiamato “corpus mysticum”, variamente riferito proprio all’Eucaristia e alla Chiesa: che cosa vuol dire l’espressione “in qualche modo realmente”, con cui abbiamo evocato i tipi d’identità che dicono la qualità del corpo mistico? Non è solo “per dire”, non è solo “per spingere all’imitazione” (o, peggio, a “comportarsi bene”)… Un buon modo per accostarsi al concetto di identificazione mistica è investire un paio d’ore nella visione di The Hours, di Stephen Daldry (2002) (vedi link). Se alla fine del film non si è persuasi che quelle tre vite siano “in qualche modo realmente” un’unica vita… difficilmente si capirà l’unico mistero di Cristo, della Chiesa, dell’Eucaristia.

Foto: Matthias Grünewald, Crocifissione, 1512-1516 (partic.).

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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1 Comment on Corpus mysticum

  1. Claudia // 5 dicembre 2010 a 10:59 //

    Del resto anche oggi: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi”……The Hours mi manca, in effetti!!!!

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