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Quando “diventare un simbolo può costare la vita”

La storia di Marco Alessandrini, figlio del giudice pescarese ucciso a Milano, nel 1979, da quel terrorismo che stava combattendo

Un giornalista scrive la notizia perché ha incontrato qualcuno, perché l’ha intervistato. Chi fa questo mestiere incontra tutti, personaggi comuni, noti e meno noti. È più raro, invece, incontrare quelle persone che dalla notorietà sono state “travolte” senza volerlo, magari perché un’immane tragedia ha colpito la loro famiglia, magari perché un bambino di nove anni si ritrova, da un giorno all’altro, senza un padre morto in nome di quella folle ideologia che negli anni ’70, gli “anni di piombo”, si chiamava terrorismo.

È questa la storia di Marco Alessandrini, avvocato quarantenne, figlio di quell’Emilio che, in quanto giudice impegnato nella lotta all’eversione, fu barbaramente ucciso con otto colpi di pistola, esplosi da un commando di cinque terroristi di estrema sinistra appartenenti a “Prima Linea” il 29 Gennaio 1979 a Milano, dopo aver accompagnato suo figlio a scuola. La storia di un uomo schivo e riservato che, nonostante un passato ingombrante, ha saputo costruire la sua vita lontano dal clamore, voltando pagina e lavorando in dignitoso e rispettoso silenzio.

Avvocato Alessandrini, la sua è una storia familiare importante: che ricordi ha degli anni vissuti assieme a suo padre?

«Non possono che essere ricordi di bambino, ricordi filtrati dalle lente di adulto che tengo per me. Ma quest’intervista mi riporta a questa storia familiare che da fatto privato, negli ultimi anni, è divenuto fatto pubblico. Una cosa positiva, che mi aiuta anche per quanto riguarda il concetto dell’elaborazione del lutto, diverso per ciascuno di noi».

Qual è l’insegnamento che suo padre ha lasciato a lei e alla società civile?

«La formazione che mio padre riceveva, cinquant’anni fa, frequentando il centro dei Gesuiti qui a Pescara. Era questo un luogo formativo, dove mio padre giocava a pallacanestro con altri amici. Lo sport e la parrocchia, sono elementi che oggi

Il giudice Emilio Alessandrini

uniscono sempre meno, perché credo che queste forme di aggregazione siano residuali nella nostra società. Resta il tempo di un impegno, quello di mio padre, che cerco di profondere nelle mie attività. Nel frattempo, oggi continuo a sorridere allorché c’è questo essere additati ad esempio. Dico ciò perché per un lungo lasso di tempo, quest’argomento scomparve dal dibattito. Forse ora, è avvenuta quell’elaborazione del lutto, l’elaborazione del lutto di un paese, quel lutto di un “buco nero” della storia d’Italia che è stata costituita negli anni ’70 un periodo in cui, uscendo di casa, chi faceva giornalismo scomodo correva il rischio di essere “accoppato” perché ritenuto un simbolo. Perché qualcuno scriveva un nome su di un pezzo di carta, per poi passarlo ad un altro che lo assassinava senza neanche sapere che faccia avesse. Come accadde nella storia incredibile di Carlo Casalegno, ex direttore del quotidiano “La Stampa”, ucciso sotto casa da sicari che, non sapendo chi fosse, lo chiamano per nome e poi gli sparano. I simboli sono una cosa strana, talvolta anche pericolosa».

Si tratta di eventi assurdi, fatti di cui non si è più parlato, dunque, proprio per elaborare la tragedia di quegli anni?

«Penso di sì, penso che sia decorso un lasso di tempo in cui la cosa è stata osservata da un punto di vista giudiziario. Ma poiché le azioni delittuose erano tali e tante che non si poteva ridurre tutto ad una mera emergenza giudiziaria, che pure era, sono occorsi vari decenni prima che l’Italia si interrogasse su quel periodo. È curioso: in questi giorni sto leggendo un libro di Giorgio Faletti, intitolato “Appunti di un venditore di donne”, ambientato nei giorni del sequestro Moro. Mi pare significativo che uno scrittore di best seller, come Giorgio Faletti, ambienti il suo ultimo romanzo in quel periodo. Forse c’è bisogno di capire, di approfondire».

Quanto la storia di suo padre, ha influenzato le sue scelte di vita, in ambito professionale?

«Siamo inevitabilmente influenzati dall’ambiente in cui si cresce. Mio padre era un magistrato, mio nonno un avvocato, mio zio anche. Sono cresciuto in una famiglia di giuristi e ho continuato su quel solco».

Lei, dunque, è un avvocato da poco passato alla politica, in quanto consigliere comunale del Partito Democratico a Pescara. Cosa ha fatto scaturire questo cambiamento nella sua vita?

«Io penso che mi sia stata data la grande occasione di poter contribuire alla vita pubblica. Sono contento di quest’esperienza che, peraltro,consiglio a tutti perché ritengo che la politica debba essere un servizio circoscritto nel tempo. Credo sia una cosa che ti riempie la vita perché hai la possibilità di incidere sulla stessa vita delle persone, specie se si opera a livello comunale: l’amministrazione più prossima al cittadino. Io che sono consigliere comunale, quando vado in ufficio, in comune, incontro quotidianamente cittadini che mi espongono problemi e anche drammi. Ma lo stimolo resta quello di dare un contributo tangibile per lo sviluppo della collettività in cui vivi».

Come ci si sente nel fare opposizione a Pescara?

«È un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. Ovviamente, uno va all’opposizione preparandosi per tornare a governare. È l’obiettivo a cui miro io ed il gruppo a cui appartengo».

E nel suo suo futuro, cosa vede?

«Domani sarà un giorno migliore…Sono un inguaribile ottimista».

Foto Marco Alessandrini: www.curiosona.splinder.com

Foto Emilio Alessandrini: www.vittimeterrorismo.it

About Davide De Amicis (2421 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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