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Dalla chiesa delle origini alla Chiesa originale

Dalla penna di un “fratello separato”, il racconto dell’introduzione diocesana all’Ottavario Ecumenico 2011

La sera del 18 gennaio nella parrocchie dello Spirito Santo a Pescara si è aperta la settimana ecumenica 2011, che ha visto Paolo Ricca, (Docente di Storia della Chiesa della Facoltà Valdese di Teologia di Roma) commentare il versetto in Atti 2 : 42, protagonista di un’ attenta e affascinate analisi di come la chiesa “primitiva” fosse una fotografia bivalente di ciò che la Chiesa era, ma soprattutto oggi, di come la Chiesa deve essere.

Da evangelico, (pentecostale per giunta) non ho potuto che apprezzare e godermi tutta la lettura del capitolo 2 dal libro degli Atti; ci si è soffermati su come l’assiduità del pregare dello stare insieme dello spezzare il pane richieda una “cristianità” più seria, più volta a ricordarci in ogni momento che essere cristiani non è saltuariamente ricordabile, o riconducibile a una ritualità, ma è un modo di essere costante e vivo che proviene dall’ insegnamento apostolico.

E cos’è l’insegnamento apostolico? Cioè, di cosa parlavano gli apostoli quando ammaestravano le folle o quando dovevano parlare alle genti? Null’altro che la vita del Cristo, dei suoi miracoli delle sue parabole e delle sue azioni. Per ognuno di noi oggi sarebbe importante come ritenevano gli apostoli, non solo sapere chi è Gesù Cristo storicamente o biograficamente, ma conoscere Gesù Cristo, spendere del tempo alla sua presenza, essere “addomesticati” dalla Sua Parola e ritrovare nei propri fratelli in Cristo un valore aggiunto.

Qualunque sia la denominazione il compito nostro non è di giudicare i cuori o di elargire sentenze su chi è più giusto, ma è di ricordarci che Cristo ci ha amato tutti così come siamo: in una famiglia l’unione non è mai venuta dalla somiglianza ma dall’ intimo legame che ci contraddistingue.

E quale legame più forte del sangue di Cristo, la Chiesa ha fatto grandi passi avanti nel ridefinirci “fratelli ritrovati” ma ancora molto è da fare, nel riconoscerci come un’unica famiglia, nel condividere “tavole rotonde” e riscoprirci profondamente amati senza distinzioni liturgiche battesimali o eucaristiche.

Puro sentimentalismo? Forse, ma dalla conoscenza può partire l’apprezzamento e il rispetto che concedono la comprensione di una teologia tale da concepire una multiforme celebrazione dello stesso meraviglioso sentimento… L’amore di Dio per ognuno di noi.

Simone Feliciani
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