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La carne velata

Un’escursione guidata nel “filosofese” per deridere gli “apprendisti stregoni” del laicismo

«Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia»: insegnava il dotto Amleto all’amico Orazio nella prima scena del primo atto della più celebre e grande tragedia di Shakespeare. È una delle frasi più citate non solo di Shakespeare, ma dell’intera letteratura inglese. Ricavando “la formula inversa” si attraversa la Manica e si sbarca nella Francia di Pascal e dei suoi Pensieri: «L’ultimo passo della ragione è il riconoscere che c’è un’infinità di cose che la superano». Se è vero che l’oggetto proprio di una scienza è l’esplorazione del proprio perimetro, e che anche la sapienza degli uomini che comunemente vengono definiti “saggî” viene loro da una costante e paziente considerazione dei limiti proprî e di quelli comuni a tutto il genere umano, è evidente che – viceversa – un uomo che non sappia adeguatamente considerare il perimetro proprio di una scienza e/o della ragione si definirà “imperito” o “ignorante”, e uno che non abbia coscienza dei proprî limiti e di quelli del genere umano sarà giustamente detto “insipiente” o “rozzo”.

È il caso del signor Dante Svarca (“dottor”, precisa egli stesso, per accrescimento dell’onta), settantenne anconetano, già comandante dei vigili urbani e tuttora degno membro dell’UAAR: nemmeno una settimana fa, il signor DS (non è il caso di sovraccaricare i motori di ricerca) ha diffidato l’Arcivescovo anconetano, monsignor Edoardo Menichelli, dal “permettere” ancora ai suoi preti d’insegnare la dottrina cattolica della transustanziazione, e all’ovvia non-risposta della curia è scattata la denuncia presso la Procura della Repubblica. Il caso è di per sé tanto miserando da non meritare una seria considerazione, ma il curioso risalto mediatico che la notizia ha già avuto in rete lascia lo spazio per il decidersi all’esposizione di qualche pensiero in merito.

Anzitutto rassereniamo i cuori: non sono tornati i tempi in cui gli uomini avevano il coraggio di combattere e difendere le proprie idee (per quanto quei tempi ci siano mai stati). Neppure però sono tramontati quelli in cui gli uomini possono letteralmente bruciare al solo pensiero del denaro: l’appropinquarsi dell’imminente Congresso eucaristico di Ancona significa infatti – come sarebbe per ogni evento pubblico di analoga entità – spostamento di capitali, erogazione di servizî, pubblicità, visibilità, gonfiamento degli introiti cittadini. Trascuriamo poi gli addentellati: come è chiaro dai documenti prodotti dal signor DS, riportati in allegato, lo stesso avrebbe accluso alla denuncia “due campioni” (detti “A” e “B”) di ostie – una consacrata, l’altra no. È palese che lo stesso dovrebbe saper spiegare per quali circostanze è venuto in possesso di un’ostia consacrata: senza entrare nel merito della letteratura canonica (per cui si configurerebbe istantaneamente il crimine di profanazione), proprio il nostro accusatore potrebbe dover rispondere dell’accusa di furto aggravato. Ma sorvoliamo.

La ragione invece per cui ci si può ragionevolmente interessare al caso è che nel più articolato dei due documenti – la diffida per l’appunto – s’imbastisce un inestricabile pot-pourri di storia, scienza, filosofia e teologia maccheroniche. Un pamphlet disperatamente confuso, sì, che però – nonostante la “liberatoria” iniziale, meramente formale, sull’intenzione d’imbastire una quæstio filosofico-teologica – di fatto si propone come paladino dell’ingenuità popolare, malamente ghermita dalla frode clericale. L’interesse sta appunto nel verificare che la condizione di possibilità implicata dal che un siffatto individuo possa scrivere le proprie corbellerie (senza vedersi prontamente guarnito del bollo del ridicolo pubblico perpetuo) è la grande ignoranza collettiva in merito alle tematiche trattate. Come dire che il signor DS è andato a smuovere acque che, nonostante fossero calme, erano tutt’altro che limpide: la Chiesa avrà i suoi conti da farsi, qualora voglia, in merito alla condizione in cui versa il “suo” popolo, e lo farà senz’altro nelle sedi adeguate. Ma questo basta senza dubbio a testificare che i nostri non sono i tempi di cui parla Gregorio di Nissa quando dice che, andando al mercato dal pescivendolo e chiedendogli un etto di aringhe ci si sentiva rispondere che l’Ingenerato non è il Generato!

Molte sono le corbellerie scritte dal signor DS, specie in ambito storico e letterario, e contestarle tutte, una per una, richiederebbe la scrittura di un’opera apologetica che qui non è il caso neanche di abbozzare. Al cuore di tutta la manifestazione, però, sta la categoria di sostanza (effettivamente da sempre problematica nel pensiero occidentale), che ha – nella versione aristotelico-tomista – un ruolo centrale nella formulazione tridentina e attuale della dottrina eucaristica (detta “della transustanziazione”).

In poche parole – sintetizziamo l’obiezione del signor DS – come si fa a dire che la sostanza del pane muta se ai microscopî elettronici e a tutta la strumentazione usata per l’esame del DNA non risulta alcun cambiamento tra il “prima” e il “dopo”? La stessa domanda tradisce subito l’aberrazione di fondo, per la quale s’intende – e il DS lo teorizza apertamente – che «il DNA è ciò che distingue una sostanza da un’altra, è l’essenza ultima» (pag. 2, corsivi nostri). Questo non coglie che il concetto di sostanza si situa per definizione al di là dell’esperibile, e non soltanto nella dottrina eucaristica, ma nella metafisica aristotelica a essa sottesa: la sostanza è il presupposto inattingibile ma necessario degli enti – necessario perché di ogni ente è postulato empiricamente il principio d’identità, inattingibile perché è precisamente l’ipostatizzazione “fisica” del suddetto principio, logico, di continuità. Tradotto dal filosofese all’italiano: se guardiamo una mela invecchiare non possiamo negare che sia la stessa mela quella dalla buccia turgida e dalla polpa soda (prima) e quella dalla buccia aggrinzita e dalla polpa stopposa (poi). Cos’è che ce lo garantisce? L’esperienza, certo, ma come la giustifichiamo? Postuliamo che c’è “una cosa” che permette alla “prima” mela di essere anche la “seconda”. Questa “cosa” i filosofi (quelli d’impostazione aristotelica) la chiamano “sostanza”. E quando verrebbe meno la “sostanza”? Semplice: quando la mela non è più né “quella di prima” né “quella di dopo”, bensì non è più una mela. In filosofese questo – ossia la marcescenza della mela – si dice “corruzione degli accidenti dell’ente”.

Qualunque persona d’intelligenza tollerabile capirebbe, ora, che ciò che di qualsivoglia oggetto può essere campionato non può riguardarne ciò che s’intende col concetto di “sostanza”. È vero, ed è una nota che gli storici del dogma devono riguardare con cura nei loro studî, che un grave indice di sospetto nei confronti delle opere di Galilei (proprio in merito al sacramento eucaristico) fu la professione di atomismo del grande astronomo: tuttavia, i gesuiti del Collegio Romano che svilupparono questo tipo di sospetti parlavano – come lo stesso Galilei del resto – di atomismo democriteo-lucreziano, ossia teorico/filosofico, e non delle implicazioni teoriche che avrebbe avuto il disporre nel XVII secolo di un microscopio elettronico a trasmissione (TEM), della cui capacità d’ingrandimento e del cui potere risolutivo (necessarî alla visualizzazione degli atomi) il microscopio galileiano evidentemente non disponeva. Di nuovo, dal filosofese all’italiano: si discuteva allora di un atomismo fisico e metafisico, sì, ma che andasse a sostituire la visione del mondo basata sulla filosofia aristotelica – e in questo passaggio, ci si chiedeva, verrà garantito un equivalente del concetto di “sostanza”? Se no, fra l’altro, come spiegheremmo la dottrina eucaristica?

Inutile dire che le argomentazioni luterane, dal signor DS arditamente accostate a queste (benché fossero di tutt’altro tipo, nonché antecedenti di un buon secolo!), c’entrano come i cavoli a merenda. Una nota, però, è bene farla – visto che anche dagli incompetenti fanfaroni si possono raccogliere buone occasioni – : il Concilio Tridentino (1545-1563) ebbe l’accortezza di scrivere, nel suo Decreto sul sacramento dell’Eucaristia, che “questa mutazione” (ossia quella che avviene nel mistero eucaristico) viene chiamata transustanziazionein modo conveniente e proprio” (cap. 4), e non in modo assoluto e necessario. È una caricatura del cristianesimo quella che non sa che, in merito ai suoi asserti, «l’atto del credente non ha per termine la formula, ma ciò che essa indica» (così Tommaso d’Aquino). Molte volte nella storia sono state proposte alternative alla categoria di “transustanziazione” (finanche nel XX secolo), ma non se n’è ancora trovata una che sappia restituire all’intelligenza della fede tutto ciò che quella – con tutti i suoi limiti – offre.

La scientificità propria della dogmatica (alla faccia del dogmatismo degli scienziati) sta proprio nel tentare di pervenire a un sempre più completo contatto tra la “dottrina” e la “verità” – e nel tener sempre presente che di tentativi e approssimazioni, per quanto riusciti, esemplari e perfino normativi, è fatta ogni scienza. Come nel sublime marmoreo lino del Cristo velato del Sanmartino, le dottrine autenticamente scientifiche aderiscono alla verità e ne mettono in risalto le forme e le masse, velandole e ri-velandole senza sostituirsi ad esse – ricordando di lontano il mistero eucaristico, e quell’illusorio velo di pane sulla carne di Cristo.

Foto: Giuseppe Sanmartino (1720, Napoli – 1793, Napoli), Cristo velato, 1753 (su modello di Antonio Corradini,1668, Este, Padova – 1752, Napoli), Cappella Sansevero, Napoli. Particolare.

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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2 Comments on La carne velata

  1. domenico // 2 febbraio 2011 a 09:02 //

    Grande Giovà!! Bell’articolo!!!
    Domenico

    • Grazie, Dome’. Spero che sia utile a chi non ha gli strumenti per sottrarsi a certe reti di chiacchiere: più persone mi hanno fatto osservare che questo tipo di retorica fonda tutto il suo effetto sulla sicumera con cui gli “argomenti” vengono spacciati, quindi chi non può contestare non osa nemmeno dubitare. Soprattutto, però, spero che la smettiamo di fare spallucce davanti al pericolo che i meno attrezzati di noi restino invischiati in simili rumori: la colpa di fondo è di chi doveva insegnare i rudimenti della dottrina cattolica e non li ha insegnati, ma – senza recriminare – vediamo di “agere contra”. Anche “noi” nascondiamo spesso l’indolenza dietro al pretesto del “non dare importanza”. Questo precetto è sancito dalla sapienza d’Israele (Pr. 26,4), sì, ma la stessa sapienza prescrive l’esatto contrario al versetto successivo: “Rispondi allo stolto secondo la sua stoltezza / perché egli non si creda saggio”.

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