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L’unità dei cristiani non è impossibile

Breve sguardo storico sulle divisioni tra cristiani di Franco Marcone

Il problema dell’unità dei cristiani accompagna da sempre la vita della Chiesa tesa a mantenere sì la comunione al suo interno, ma pure a salvaguardare l’integrità del deposito della fede. Le iniziali divisioni sono quelle sorte in seguito alla nascita dei primi movimenti ereticali, spesso emersi o per commistioni sincretiste, o per errate interpretazioni della divinità e della umanità di Cristo. Dinanzi a queste difficoltà, forte fu l’apporto dato dal potere imperiale, a partire da Costantino (306-337) che, nel 325, a Nicea, volle la celebrazione di quello che poi divenne il I Concilio ecumenico della storia, dal quale provenne la condanna dell’arianesimo. Seguirono altri Concili ecumenici: Costantinopoli I (381), Efeso (431), Calcedonia (451). Furono pietre miliari nella Storia della Chiesa e portarono, allora, definitiva chiarezza sulla divinità dello Spirito Santo e sull’umanità e divinità di Cristo. Tuttavia il risultato emerso dai diversi dibattiti conciliari dell’età antica non vennero accolti universalmente, non tanto per questioni di ordine teologico, quanto per eterogeneità culturale, basti pensare alla nascita di Chiese cosiddette nestoriane e pre-calcedonesi.

Intanto le sorti politiche dell’Impero Romano, con la dolorosa divisione tra Oriente e Occidente (395), portarono i cristiani ad un allontanamento sempre più vistoso. Vicissitudini politiche legate alla fine dell’Impero Romano d’Occidente (476), alla nascita dello Stato Pontificio, alla morsa dei Longobardi in Italia e alla conseguente discesa dei Franchi di Carlo Magno con la sua incoronazione imperiale a Roma da parte di papa Leone III (800), all’invasione normanna nell’Italia meridionale e alla guerra che ne nacque con l’Impero romano d’Oriente (XI sec.), tutto ciò, e non solo, portò alla scollatura definitiva della cristianità. Il 1054 è l’anno convenzionale che indica la rottura della comunione tra la Chiesa di Costantinopoli e la Chiesa di Roma, con le personali scomuniche che si lanciarono reciprocamente il card. Umberto di Silva Candida e il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario. A sostegno di queste misure canoniche tanto gravi furono portate motivazioni di ordine teologico (la questione del Filioque, il pane azzimo, i digiuni, il celibato, etc.), ma quelle vere erano di ordine politico (le difficoltà in cui versava l’Impero d’Oriente e l’ostilità verso il Papato che aveva, a giudizio degli orientali, concesso il titolo di imperatore ad un barbaro) e culturale (si pensi agli equivoci nati alla corte di Carlo Magno nella lettura dei documenti del Concilio ecumenico di Nicea II del 787).

Situazioni diverse nei fatti, ma simili nelle motivazioni ultime, si verificarono nel XVI sec. quando, in seno alla Chiesa d’Occidente, si verificarono altre dolorose fratture che presero avvio dalla protesta di Martin Lutero (1483-1546) e del suo desiderio di riforma che, inizialmente, non prevedeva scismi. Fu la strumentalizzazione dei principi tedeschi, che videro nella Riforma protestante l’inizio della loro indipendenza dall’Impero, ad avere la meglio sul reale spirito riformatore di Lutero. Dalla mancanza di un centro unificatore dell’opera riformatrice venne fuori una variegata fioritura di chiese e movimenti, assai frastagliati e spesso, ancor oggi, di non facile classificazione.

Altra ferita del XVI sec. fu quella inflitta alla comunione ecclesiale da Enrico VIII d’Inghilterra (1509-1547), il quale, sia per le note motivazioni personali, sia assecondando tendenze cesaropapiste che da sempre avevano caratterizzato la chiesa inglese (si pensi al contrasto, nell’XII sec., tra Enrico II e S. Tommaso Becket, Arcivescovo di Canterbury), nel 1534, con l’Atto di Supremazia, si definì “unico Capo in terra della Chiesa d’Inghilterra”, anche se mantenne una struttura ecclesiale invariata. Fu solo dopo, con Elisabetta I (1558-1603), che la Chiesa Anglicana venne condotta verso la parziale adesione a forme di protestantesimo.

Dinanzi a questo quadro storico che sottolinea l’agire degli uomini per motivazioni poco ecclesiali e molto politiche, fa da contrasto l’azione dello Spirito Santo che, a partire dalla metà del XVIII sec., ha suscitato uomini e donne che hanno fatto dell’ideale dell’unità dei cristiani il senso della loro vita e del loro ministero pastorale. L’ecumenismo spirituale che ne è venuto fuori ed il cui valore è stato riconosciuto dal decreto Unitatis Redintegratio del Concilio Vaticano II, accanto ai concreti passi in avanti fatti attraverso il lavoro delle diverse Commissioni teologiche miste, culminato in numerose dichiarazioni congiunte, sono la riprova che Dio sa compiere meraviglie riuscendo a correggere gli errori degli uomini, aprendoci così alla speranza di un’unità sicuramente non facile da raggiungere, ma neppure impossibile.

Franco Marcone, storico

Questo articolo scritto per il direttore lo scorso anno è il modo in cui laPorzione.it ricorda don Franco, morto qualche ora fa

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