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Gentili? Sì, grazie. Anzi, prego!

La declinazione cattolica di «Liberté, égalité, fraternité» nei casi della fede e della ragione

«Se si tratta di costruire un mondo di libertà, di uguaglianza e di fraternità, credenti e non credenti devono sentirsi liberi di essere tali, eguali nei loro diritti a vivere la propria vita personale e comunitaria restando fedeli alla proprie convinzioni, e devono essere fratelli tra loro». Così Benedetto XVI s’è rivolto, il 25 marzo scorso, alla densa folla che copriva il sagrato della cattedrale parigina di Notre Dame (leggi qui il testo integrale in versione italiana, oppure qui l’originale francese). Così si chiudeva l’intensa apertura delle attività del Pontificio Consiglio per la Cultura, presieduto dal Cardinal Ravasi, in ordine al nuovo programma di dialogo per un confronto più organico e più serio con i non credenti.

Non si tratta di un’operazione militare internazionale, ma anche questo progetto ha un nome programmatico, scelto e voluto dal Papa stesso: «Le Parvis des Gentils» («Il Cortile dei Gentili»). Il nome fa esplicita e diretta allusione a quella parte del Tempio di Israele in Gerusalemme che era precipuamente dedicata all’accoglienza, alla sosta e alla preghiera di quanti, non appartenendo al popolo d’Israele, non potevano accedere al cortile interno, dove avveniva la preghiera pubblica. Un’espressione necessariamente chiamata alla reinterpretazione, quella scelta da Benedetto XVI, per almeno un paio di ragioni: la prima è che l’appartenenza al popolo dell’alleanza conserva presso i cristiani un “vincolo di sangue” ancora più debole di quanto non fosse già in Israele (i giudei non facevano e non fanno proselitismo, ma “diventare Israele” non era e non è proibito, anzi erano e sono tra loro proibite con la massima forza le discriminazioni tra gli ebrei di nascita e i proseliti); la seconda è che anche i membri del popolo di quell’antica e santa alleanza erano interdetti dall’accedere alla parte più interna del tempio (il Qadoš Qodašîm, o “Santo dei Santi”), dove si celebrava annualmente il più misterioso e potente dei sacrificî espiatorî. La teologia cristiana, invece, fin dai tempi apostolici aveva rinvenuto nell’evento pasquale di Gesù quel compimento insuperabile che squarciava da cima a fondo il pesante velo che copriva il Santo dei Santi (Mt 27,51 ; Mc 15,38) e che insieme distruggeva il muro di separazione tra giudei e pagani (Col 2,14). Risultato: nel “cortile dei gentili” anche i fedeli possono stazionare; viceversa, anche i non credenti vengono invitati a varcare le soglie del luogo sacro.

«Cari […] non credenti – ha concluso poi il Papa –, unendovi a coloro che stanno pregando all’interno di Notre-Dame, in questo giorno dell’Annunciazione del Signore, aprite i vostri cuori ai testi sacri, lasciatevi interpellare dalla bellezza dei canti e, se lo volete davvero, lasciate che i sentimenti racchiusi in voi si elevino verso il Dio Ignoto». Spregiudicatezza teologica di un pastore in riserva che tenta il tutto per tutto? Chi lo pensasse sarebbe totalmente fuori pista: quella del “Dio ignoto” è una carta che il cristianesimo gioca fin dai tempi paolini, in fondo sulla scia della convinzione che se il Dio dei cristiani è quello stesso venerato anche dai giudei, e visto che Dio è uno, ogni Dio – anche quello che si dichiara di non conoscere – non può che essere il Dio cristiano. Ben altro che blandirsi sommessamente: «In fondo in fondo abbiamo tutti lo stesso Dio»! A vederla sul serio, la chance del “Dio ignoto”, si tratta di un punto di partenza, non di un punto d’arrivo. E il punto d’arrivo non lo si conosce – nessuno garantisce che lo si vedrà, proprio come in En attendant Godot di Beckett – ma è postulato da chi nutre una ferma e fondata stima nella dignitosa forza della ragione umana, che non è fatta per conoscere una verità altra da quella che la persona esperisce nella fede. Ecco uno dei pallini teologici di Papa Ratzinger: lasciarsi interrogare da quella non trascurabile fetta di mondo che (particolarmente nel nostro tempo) non condivide la fede degli uomini religiosi, e in particolare quella dei cristiani. Se non si capisse il punto di partenza – ovvero la rivoluzione di un Dio che si fa uomo laico e compie, da laico, degli atti eminentemente sacerdotali – si potrebbe pensare che questa sia solo l’ultima spiaggia di chi dice ai non credenti: «Ma su, provate un po’: magari vi piace – sentite che bella musica che c’è…». La provocazione di Benedetto vuol dire l’esatto opposto: poiché il credente sa quanto sono sensate le obiezioni poste dal mondo alla credibilità di Dio, per questo il non credente ha un motivo per entrare in dibattito col credente – vi scoprirà senz’altro un compagno di strada.

In un’intervista a Le Monde (clicca link) il Cardinal Ravasi veniva interpellato proprio in merito: «“Che interesse dovrebbero avere in ciò i non credenti?” – “Ne vedo spontaneamente tre. Anzitutto, affacciarsi sulla riflessione teologica di alto livello. Per molti, la teologia è un pensiero debole legato a certe forme di spiritualità o di devozione. Esiste tuttavia un lavoro teologico di grande nobiltà intellettuale e scientifica […]. Un altro interesse sarebbe quello di scoprire come i credenti rispondono agli interrogativi più critici: per esempio il tema del male, dell’assurdo, e – perché no – anche quello delle catastrofi. Infine, l’incredulo può anche interrogarsi sulla trascendenza. La domanda porta sull’Ignoto. L’arte è una delle vie che conduce verso quest’orizzonte”».

Leggendo l’intervista di Stéphanie Le Bars (clicca link) si respira un’aria – neanche troppo celata – di aperta diffidenza, certo sorprendente per un lettore italiano (abituato in genere a vedere i Cardinali trattati coi guanti bianchi anche da parte di interlocutori non credenti), ma è degno di nota pure il franco vigore delle risposte del porporato, per esempio quando la giornalista chiede se non è che – sotto sotto – il Vaticano stia cercando di prenderli alla lontana e ributtarli nel calderone dei suoi sudditi-fedeli: «Augurarsi il confronto non vuol dire necessariamente che si voglia imporre la propria visione all’altro. Ma è un fatto: se un non credente è intimamente convinto della propria visione del mondo, come lo è del resto il credente, è evidente che non si accontenterà di dialogare su temi legati alla geometria o alle matematiche! Vorrà invece entrare in un dialogo attorno alle grandi questioni dell’esistenza umana, a partire dai valori che considera suscettibili di arricchire l’altro».

Questa onesta franchezza nel delineare le condizioni e i fini del dibattito sottende la grande e difficile questione su cosa sia effettivamente un ateo. “Gordiano” il taglio di Jonathan Lanman in un articolo recentemente comparso sul New Scientist (clicca link): per lui, in sintesi, esisterebbe un ateismo (quello “militante”) risultante dalle stesse dinamiche di paura-bisogno-rifugio che quei medesimi atei accuserebbero essere la radice della fede (una vecchia fiaba illuministica, in fondo però senza tempo). Tesi suggestiva e non priva di argomenti: ovvio, però, che gli “atei” non ci stiano, a essere inquadrati in questa ingloriosa tabella. Più fine, se vogliamo, è stato lo stesso Ravasi in un ricco articolo (clicca link) apparso su Il Sole 24 Ore due giorni dopo il “debutto parigino”: «Con molta semplificazione distinguerei due tipologie di non credenti. La prima è quella alta e sofisticata, alla maniera di un Marx o di un Nietzsche per intenderci. […] Era, questo, un ateismo sistematico, capace di elaborare un vero e proprio sistema di interpretazione dell’essere e dell’esistere alternativo rispetto a quello edificato per secoli dalle religioni, soprattutto dall’immenso fiume teologico-filosofico del cristianesimo. […] Ma, come dicevamo, di fronte a questi ateismi dal confronto aspro e serrato, oppure dialogante con la religione, da sempre si distende la plaga dell’indifferenza, dell’agnosticismo in senso stretto, dell’irrisione sarcastica». Ravasi sa bene che questo secondo ateismo, che egli indica “televisivo”, è incredibilmente complesso e difficilmente semplificabile, tanto che lo chiama anche “liquido”. L’intuizione del vero intellettuale, però, sta qui: «Vorremmo solo ricordare che esso ha il suo parallelo antitetico nella religiosità integralistica e apologetica, oppure nel bricolage della fede alla New Age o nel sincretismo che ricompone il Credo sulla base di una sorta di menù alla carta».

Perché è proprio di questo che, in fondo, si parla: appena si accenna un dibattito del genere istruendolo con una minima dovizia di strumenti concettuali, ci si accorge che non di rado l’interlocutore (nel caso, non credente) è sprovvisto della benché minima grammatica del linguaggio religioso. Il rifugiarsi allora in un’aggressività di maniera corroborata dalla vulgata dominante è spesso l’asso nella manica di queste persone. Come farebbero, dunque, a “improvvisarsi” “atei di prima categoria” (secondo la distinzione di Ravasi) quelli che riescono solo a esserlo pascolando nella comoda radura della seconda?

In questa scia sono anche le critiche contro l’iniziativa del Pontificio Consiglio: da un lato, e la stessa intervista su Le Monde lo manifesta, ci si chiede perché partire proprio dagli intellettuali, e in modo così elitario, per “ricadere” solo in seguito a livello popolare; dall’altro s’è osservato che quasi tutti gli intellettuali presenti ai precedenti incontri (quello all’UNESCO, quello alla Sorbonne, quello all’Institut de France e quello al College des Bernardins) non erano veramente “ostili” – e qualcuno, a Roma, non ha mancato di ironizzare che Jean-Luc Marion e compagni possono essere detti “gentili” solo in quanto, appunto, non sono ostili.

Nessuno potrà negare, tuttavia, che quella di (ri-)partire dagli intellettuali sia tra le più urgenti priorità nell’agenda della Chiesa: dall’Illuminismo al modernismo, passando per la crisi politica e per la perdita del potere temporale, la voce della cristianità nel mondo (che di fatto il cattolicesimo romano è) non ha saputo elaborare un pensiero autenticamente moderno, temendo di venire strangolata in quella che pareva nient’altro che una trappola micidiale. Così facendo s’è lasciato il passo libero al dramma dell’umanesimo ateo (per dirla con De Lubac), il quale ha ripetutamente e ampiamente dimostrato quanto un umanesimo che sorrida della questione di Dio ricada repentinamente in disumanità.

«Ciò che stupisce non è la nostra difficoltà a parlare di Dio, ma la nostra difficoltà a tacere di lui» (Jean-Luc Marion, filosofo).

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(Nota del Redattore: il sito del quotidiano Le Monde lascia gli articoli visibili al pubblico solo per un certo tempo; la versione che ne viene qui visualizzata, pertanto, è una stampata .pdf che riproduce e cita integralmente l’articolo dalla pagina online del quotidiano francese, una volta accessibile)

Foto: Il sagrato di Notre Dame de Paris la sera del 25 marzo scorso (© www.famillechretienne.fr).

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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11 Comments on Gentili? Sì, grazie. Anzi, prego!

  1. Stefano Scogna // 18 aprile 2011 a 17:19 //

    3/3
    A questo punto sarebbe facile amarLo/La, ma per me non è così perché resta un abisso di mistero e non riesco ad amare il Sommo Prodigio in quanto tale perché mi sentirei di amarne solo la materia concettuale (mi è impossibile) e non la Persona che mi farebbe sentire il suo amore, anche se lo rifiutassi, Persona, dicevo, che non riesco ad “individuare”.
    Guai a te se ti azzardi a togliermi il saluto…
    A presto
    Peppone
    P.S.: Sulla mia nuca, da qualche giorno, ci sono tre numeri sei disposti a triangolo equilatero, che dici, è grave?…

  2. Stefano Scogna // 18 aprile 2011 a 17:18 //

    2/3
    Il mio problema è il “vedere” la completezza della sua essenza (e tralascio tutta la discussione di una mente finita al cospetto dell’essenza dell’Ente infinito). Quello che mi commuove in Plotino è il pensare, malgrado o forse proprio in virtù dei nostri angusti limiti ontologici, che noi siamo il frutto di una libera attività creatrice dell’Uno, coeterni ad esso senza che vi sia separazione tra Creatore e creatura perché Creatore e creatura sono due facce della stessa Realtà Creatrice. [Continua nel post successivo]

  3. Stefano Scogna // 18 aprile 2011 a 17:18 //

    1/3
    Altro para-sms per Tina (Giovanni, lo so che devo ancora commentare il tuo post, ma occorre dare la precedenza alle signore): io non amo Dio/Dea, è vero, ma non lo/la odio nemmeno, e questo non è un atteggiamento superficiale né una cosa da nulla, proprio perché ci penso sempre. Se non lo si “sente” come Dio-Persona come si può amare Qualcuno/a che non si conosce? Dio/Dea è forse il Concetto più alto, ossia quell’Ente creatore degli enti che individuiamo benissimo fin da bambini malgrado il mondo che ci circonda e tutto e tutti. Prima di amarLo l’hai individuato e poi hai aperto il tuo cuore a quella che tu ritieni essere la sua essenza. [Continua nel post successivo]

  4. Stefano Scogna // 18 aprile 2011 a 16:33 //

    Sarò telegrafico: come siete messi mercoledì o giovedì sera? Però parleremo anche d’altro perché non posso relazionarmi con voi solo in riferimento a Dio/Dea.
    Tema della serata: “Non ci sono più le mezze stagioni”.
    Seguirà un dibattito sul mio filosofo preferito: Plotino… Scherzo!
    Un abbraccio
    Peppone

  5. Claudia Mancini // 18 aprile 2011 a 11:57 //

    Brevemente, un pensiero su un punto, scritto da Stefano, che mi ha profondamente colpito: “Io credo fino in fondo in un dio/dea fondamentalmente incomprensibile. Mai e poi mai mi sognerei di pensare che non vi sia una Causa Prima. Il mio “problema” è che non riesco ad amarlo/la perché più che la vicinanza ne sento la lontananza…”. Mi hai colpito perchè prima parli di un “dio/dea concetto”, di un dio di cui ancora sei alla ricerca dell’identità, della sostanza, di un nome; e poi, con un volo di cuore, arrivi a dire di non saperlo amare, di sentirlo lontano. Ma il punto, credo, sia proprio qui. Come ti esemplificava anche Giovanni con la metafora dell’ “amore ideale”, tu non senti di amare Dio proprio perchè, forse, per te dio è un solo un concetto, una Causa Prima. Sai, come è ben rappresentato dal Motore Immobile di Aristotele, un concetto può essere Causa ma non può essere Relazione e l’amore non si prova per un concetto, si costruisce in una relazione. Quello che ti auguro è che tu scopra Dio- Persona, con la quale entrare in relazione, in ascolto e dialogo, perchè solo una Persona ama e solo una Persona puoi amare. E come tutte le relazioni di amore anche quella con il Dio-Persona Cristiano, è una relazione virtuosa di conoscenza e amore. Amandolo, lo capisci di più e, capendolo, lo ami di più. Non aspettare di capire un concetto per amare una Persona; ama una Persona e vedrai che il Dio-concetto ignoto, ti apparirà meno ignoto. Ma questo lo dico non con l’arroganza di una persona per cui è tutto chiaro e tutto facile. Assolutamente no. Te lo dico perchè quella con Dio-Persona è la più bella relazione complicata che conosca e la auguro a tutti quelli che cercano Dio.

  6. Stefano Scogna // 17 aprile 2011 a 18:36 //

    Caro Giovanni, innanzitutto ti ringrazio del commento articolato alla mia “nuga”. Adesso non posso scrivere nulla che sia lontanamente correlato al flusso delle tue alte e colte riflessioni. Domani sera ti scriverò le mie, sicuramente più dimesse riflessioni “sull’ancorarmi all’ormeggio del dio ignoto” e sulla mia “petitio principii”. Cercherò di rendere bene l’idea che mi sono fatto di questo dio ignoto che sembra essersi posto solo come “materia”… la “forma” ha una Verità ed una Via insondabili ed invisibili che non si lasciano (almeno per quello che mi riguarda) “toccare con mano”. Una volta ho citato (turati il naso adesso!…5, 4, 3, 2, 1, ora!) la canzone “One of us” per ultrasemplificare la mestizia che mi suscita questa lontananza. La canzone è semplice e tuttavia rende bene i sentimenti di malinconia che può suscitare un Dio (sempre secondo il sentire di alcuni) molto, probabilmente troppo silenzioso. Tu mi dirai che non solo ho messo della cera nelle mie orecchie (perché l’amore del tuo Dio è sinfonico), ma, omericamente, mi sono legato all’albero maestro (in latino “malus”…l’ho scoperto adesso) di una nave ormeggiata sul molo del dio ignoto… Il fatto è che sto navigando per tutti i mari e non vedo ancora quella terra che tanto vorrei vedere. Forse dovrei attraversare il tuo oceano, o forse lo sto attraversando con la nave sbagliata e prima o poi farò naufragio. Beh, allora hai ANCHE la missione di non perdermi di vista e, all’occorrenza, di mandarmi una scialuppa dal tuo veliero maestoso.
    Un caro saluto
    Peppone

  7. Il povero Sartre, influenzato dalle sue tante cattive letture, non riusciva a concepire che rende davvero il mondo, misteriosamente, più vivibile, chi su un’isola deserta fascia la zampetta a un uccello ferito: estrapolabile, quantificabile, registrabile, verificabile… pare che le aspirazioni e le ispirazioni degli uomini tendano a trascendere questi schemi (e nota che non c’è bisogno di tirare in ballo esplicitamente alcun Dio per tutto questo). Trovo più sensato, a dirla tutta, il “tripode etico” di Ricœur: «Vita etica è una vita buona, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste». Le conseguenze nefaste sono spesso un pelino oltre la nostra più lunga percezione degli effetti, quindi tanto vale concentrarci sul “-ci” dell’esserci in ordine a un’etica.
    Mi fa piacere che tu abbia citato Heidegger (il cui sogno, poi svanito per varie cause, era quello di scrivere, nella maturità, un’etica), e voglio riprenderlo a partire da una provocazione lasciataci da quell’oscuro vate che fu per lui un roccioso “avversario” da oltrepassare: «Gesù disse ai suoi ebrei: “La morale è per gli schiavi. Che importa a noi della morale, a noi, figlî di Dio!”» (F. Nietzsche). La violenta iconoclastia nietzscheana coglie qualcosa di verissimo: un vero Dio (e posso nominarlo, ora che l’ha nominato il buon vecchio Friedrich) non può avere come obiettivo ultimo del suo rivelarsi agli uomini l’insegnare loro a comportarsi in un certo modo. I “corollarî morali” non sono un interesse peculiare del teologo, e solo relativamente possono esserlo del pastore d’anime – il Dio cristiano s’è rivelato perché gli uomini “abbiano la vita in abbondanza” (laddove per vita s’intende – petitio principii? – “conoscere l’unico vero Dio”). Al cuore della questione dell’autenticità e dell’inautenticità dell’Esser-ci (in cui si pone ed è affrontata la “Frage” sull’Essere) batte dunque il problema di dio – del vero Dio. Non si è cristiani per “vivere dei valori” (sarebbe un’esistenza vergognosamente ridicola), ma per godere “quem diligit anima nostra”. Spero tu conosca Karl Rahner, visto che le questioni heideggeriane hanno tanto segnato la tua riflessione personale: Rahner è il gesuita che ha tentato, per tutta la sua vita, di tradurre il cristianesimo in heideggerese (tanto che suo fratello, alla di lui morte, annunciò la sua intenzione di “tradurre Rahner in tedesco”!). Sì, è come dici tu: la Frage sull’Essere viene posta soltanto nell’Esserci, e in esso già si dànno tutti gli elementi che, soli, possono concorrere a un suo oltrepassamento. La novità cristiana – quella che (fatto salvo il mio relativo disinteresse per la morale!) rende possibile e in certo modo necessario il pregiudiziale riferimento ontoteologico – è che si sarebbe dato un Esserci determinato in cui l’intero Essere si sarebbe posto, come domanda e come risposta (“La via, la verità e la vita”). Non si parte dunque dall’asserto apodittico – “noi siamo immagine di Dio”. Al contrario, si parte dalla più cruda delle empirie: chi è questo nazareno che parla con tale sfacciata autorità da far tremare i soldati romani e che invece rinuncia a spendere anche solo una sillaba per la propria apologia? Ben diversamente si comportò Socrate! La fede parte dal dubbio (perfino più che ragionevole) che ci sia del vero non solo nelle sue parole, ma in quella sua più vasta significatività che chiamiamo generalmente “persona”. In tal senso è proprio la significatività della persona di Cristo a fondare la consapevolezza di aver visto e toccato con mano “l’amore di Dio”: l’autore (o gli autori) del corpus iohanneum ne è/sono scioccato/i, e la loro testimonianza rivendica tutta la sua credibilità dall’aver toccato con mano “la vita eterna che era presso il Padre”. Parole di suono esoterico, ma che protestano la loro capacità di proseguire il legame di comunione con chi, avendole accolte, è portato a esperire in prima persona ciò che si postula in un simile ragionamento, e che tu ti auspicavi: la contemporaneità di Gesù Cristo – non dei suoi “valori” (che valori aveva uno che infrangeva la propria stessa legge?), non delle sue idee (che peso avevano quelle idee che sarebbero state presto “rimaneggiate” dalle comunità di tutto l’ecumene), ma della sua vera e personale presenza. La storia degli effetti che tutto il cristianesimo, con luci abbacinanti e raccapriccianti ombre, è – questa storia non dà vero peso alla dignità della questione cristiana?

    Ecco ora, dopo le autoprovocazioni, una provocazione per te: non ti viene mai il sospetto, per dirla francamente, che l’ancorarsi per sempre all’ormeggio del dio ignoto – laddove pare essersi data perlomeno la possibilità della manifestazione personale di un Dio che pretende di essere l’unico vero Dio – sia in qualche modo analogo al rifiutarsi di conoscere una donna per restare a vagheggiare l’amore ideale? In questo caso è chiaramente l’idea delle delusioni, delle disillusioni, dei difetti non preventivati e dei litigî a far arretrare il sognatore (in realtà un pavido tenuto in scacco dalla propria immaturità affettiva); e non possiamo ammettere che possa darsi qualcosa di simile che ci fa preferire il sublime nome di “dio ignoto” a quello rivelato del “Dio vivo e vero”, spesso terribile?

    • sono stupendi i vostri scambi di opinione ma vi ricordo – per una questione di indicizzazione e per le minacce del webmaster che vorrebbe cancellare – di essere brevi, brevissimi… Mille commenti, ma lunghi come un sms 😉

  8. Stefano Scogna // 17 aprile 2011 a 02:24 //

    Giovanni (aka Don Camillo secondo la vulgata della carissima Tina Pica che non ci degna dei suoi preziosi commenti…perché? Quali scuse accamperà?), finiremo mai un giorno con il lasciar perdere queste discussioni per scambiarci le sublimi ricette delle Suore Battisitine e dei Frati Trappisti? Ok, ok, riprendo il dialogo…
    Dunque, è vero che prendere alla lettera amare il prossimo come se stessi sembra un po’ una moltiplicazione di tanti singoli egoismi che si sostengono a vicenda verso un livello superiore forse irraggiungibile, ma è pur vero, sempre e soltanto a mio modo di vedere la faccenda, che invitare gli uomini e le donne ad amarsi come Dio li ama può non essere chiaro. Dio ama gli esseri umani? Come? E come fanno gli esseri umani a comprenderne l’amore? Come fanno gli esseri umani a comprenderne l’ontologia? Per analogia? Per esperienza? Per fede? Attraverso le Scritture? Io non ho certezze.
    Come scriveva Heiddeger dal nulla non nasce nulla e l’essere e l’esser-ci pongono la mente umana in scacco. Per quanto ti possa sembrare strano è da quando avevo sedici anni che mi arrovello sull’essere e l’esser-ci che nullificano il nulla a pura astrazione concettuale di “qualcosa” che non è mai esistita perché è sempre stata “nullificata” dall’essere, sempre lo è e sempre lo sarà. L’essere e l’esser-ci sono eterni e, per quel che riguarda anche me (nel mio piccolo) sono il Sommo Mistero. Io credo fino in fondo in un dio/dea fondamentalmente incomprensibile. Mai e poi mai mi sognerei di pensare che non vi sia una Causa Prima. Il mio “problema” è che non riesco ad amarlo/la perché più che la vicinanza ne sento la lontananza, l’imbarazzante pigrizia comunicativa (ho una grande nostalgia tutta mia di un Totalmente Altro). La mia fede è forse paradossale, perché in quest’ottica sono un credente fondamentalista seppur radicalmente deluso (ma, dico io, non poteva farci tutti come lui/lei in un trionfo d’amore “inimmaginabile”?…). Spero che un giorno mi sarà fatta la grazia della visione del Tutto e dell’intuizione della verità.
    Tu hai studiato molto e molto continuerai a studiare quindi non sarò certo io ad insegnarti qualcosa di filosofia morale. Trovo però pregiudiziale (e rispettabile, ci mancherebbe) il tuo continuo riferimento ai corollari morali/esistenziali in senso lato fatti derivare dall’interpretazione della tua religione (by the way siamo noi l’immagine di Dio?). Siamo sicuri che anche i più sensibili (o santi) tra noi sappiano interpretare ed adattare alla contemporaneità i valori che il tuo Dio ci ha lasciato? E siamo sicuri che si creerebbe una serie di corollari morali in cui i successivi siano coerenti con i precedenti e con la norma fondante di riferimento? Chi ne giudicherà le coerenze? Coloro che l’hanno creata? Cosa è morale “naturale” e cosa è morale “culturale”? Sartre, se non ricordo male, tagliava corto eleggendo a criterio selettivo le conseguenze delle azioni analizzate se intraprese da tutti. Secondo me le leggi morali rischiano di essere sempre rimesse in discussione piuttosto che applicate correttamente alle singole azioni e, visto che dio/dea è inconoscibile, dovremmo cercare altrove per regolare il nostro piano morale/esistenziale in senso lato. Condivido le tue esternazioni circa il misconoscimento contemporaneo della dignità umana pur con alcune differenze significative, ma sono le 02:24 e domani sarà una giornata di impegni alcuni piacevoli ed altri formali e preoccupanti.
    Buonanotte
    F.to
    Peppone

  9. Caro Stefano, “amare il prossimo come se stessi” – con buona pace di Enzo Biagi – non è “la più grande rivoluzione di tutti i tempi”, per quanto a chi gli diceva qualcosa di analogo (ossia che quel comandamento “vale più di tutti gli olocausti e i sacrificî”) Gesù abbia risposto: «Non sei lontano dalla verità». Ma appunto, “non essere lontani” non significa “aver colto il centro della questione”. Anzitutto perché, dal punto di vista meramente teologico, quel comandamento era già presente nella Legge mosaica, e quindi non si vedrebbe lo spessore della novità di Cristo (che invece il cristiano necessariamente pre-suppone). Derivatamente, e sfociando nel piano più schiettamente antropologico, perché una rivoluzione senz’altro più grande (non mi arrischierei a dire che è “la più grande” delle meraviglie di Dio) è quella per cui Gesù ha comandato ai suoi di amarsi vicendevolmente COME DIO LI HA AMATI (odio scrivere in maiuscolo, ma nei commenti non c’è il corsivo!).
    L’usurpazione prometeica delle prerogative divine avviene con Cristo, a differenza che nel mito greco, senza trasgressione della Divinità, ma col beneplacito e per comando della somma deità, al fine del recupero sovrabbondante della trasgressione umana originaria.
    Ora, qual è l’agnosticismo pericoloso? Proprio quello che non stai professando, ossia quello che ritiene di fatto irrilevante (quando non dannosa) la stessa posizione della questione di Dio: da questo agnosticismo, che coincide poi con l'”ateismo pratico”, non deriva altro che misconoscimento della dignità umana – e non c’è necessità di pensare solo ai lager, ai gulag, all’aborto legalizzato, a ogni forma di eugenetica, ma mi spingerei (con grave scandalo pubblico, ahiloro!) fino alle chirurgie estetiche modaiole, a ogni forma di stalking e mobbing, alle pericolosissime liposuzioni, al fatto che nessuno sa vendere un telefonino senza fotografarci accanto una schiena femminile scoperta… Non sono un piagnone, ma non trovo proprio come ammettere che ciò che ritengo e in molti ritengono “l’immagine di Dio” si applichi senza posa per conformarsi all’immagine di un Cesare qualunque coniata su una qualunque moneta. Di qui si muove il piano inclinato di ogni prevaricazione, ai cui vertici non si dà, teoricamente, limite. Non è, dunque, una questione meramente morale (quanto poco m’interessa la morale!), ma esistenziale nel senso più lato.

    Ti giro contro di me il rilancio più audace che il pensiero teologico-fondamentale sa farsi in merito: «E l’ammettere che effettivamente, sì, abbiamo un bisogno grave e urgente di un Dio per regolare il nostro piano morale, esistenziale e perfino (per chi ancora ci crede) metafisico-ontologico, basta a legittimarci a costruircene uno “ad hoc”, ipostatizzando così nell’iperuranio le nostre nostalgie più ataviche?»

  10. Stefano Scogna // 14 aprile 2011 a 15:20 //

    Giovanni, ricapitolando, visto che non sono un agnostico “liquido”, né un agnostico “in senso stretto” (cosa si intenda per senso stretto non mi è del tutto chiaro), ma un semplice agnostico che cerca un senso nell’esser-ci, posso citare uno stralcio a me caro:… “poiché il credente sa quanto sono sensate le obiezioni poste dal mondo alla credibilità di Dio, per questo il non credente ha un motivo per entrare in dibattito col credente – vi scoprirà senz’altro un compagno di strada.”. Qui occorrono le convergenze parallele di Aldo Moro (di cui avremmo bisogno in questo Paese governato ormai da narcisisti allo sbando). P.S.: Grazie per non aver scritto una Summa Contra Gentiles… Ok, ok, io non sono poi così gentile in quanto il mio dio/dea ed il tuo Dio hanno molto in comune e sono contento del fatto che entrambi ti abbiano voluto nel mondo… Allora scirvi pure contro i “Gentiles” idro-televisivi.
    P.S.: Non è detto che un umanesimo ateo sia necessariamente disumano perché è tutto da dimostrare che se ci fossero atei in tutte le case le persone condurrebbero e perorerebbero vite immorali (è pur vero che dipende da quale corollario morale si vuole adottare). Si tratta di un pregiudizio?… E siamo punto e a capo… Enzo Biagi diceva che amare il prossimo come se stessi resta ancora la più grande rivoluzione di tutti i tempi, quella di là da venire e questo assunto potrebbe mettere tutti d’accordo: credenti, atei ed agnostici. Per i “liquidi” non garantisco.

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