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Dio è morto, ne è valsa la pena?

L’annuncio del Venerdì santo si perpetua nel vuoto

«Dio è morto». Questa affermazione può essere tanto la dolente parola che si propaga dallo strazio del Calvario, quanto la sentenza che risuona nei cuori di coloro che negano Dio. Nella prima accezione, è la testimonianza di un fatto doloroso che si rinnova nella memoria dei credenti; nella seconda, sigla la scelta di chi ha deciso di non  credere.

Come non si nasce credenti, così non si nasce non-credenti. Per gli uni e per gli altri, è sempre una scelta perché, gli uni e gli altri, sono ugualmente liberi. Nessuno nasce con un cromosoma a-teo, cioè senza Dio. Tutti, invece, liberamente, possono opporsi a Dio, escluderlo definitivamente o sostituirlo esplicitamente con un altro “dio”. Sulla molteplicità nell’unità di questi atti, De Lubac insegna.

E, allora, mai banalizzare la domanda: “Credi in Dio?”. Mai rispondere frettolosamente: “Sì, ci credo; no, sono a-teo”. La questione è molto più complicata: Chi è il Dio in cui dici di credere o chi è il Dio in cui dici di non credere? Cosa effettivamente, sai, del Dio che dici esserti necessario, cosa del Dio che dici esserti superfluo?

Se essere credenti o non esserlo è sempre l’esito di una scelta, una scelta, per essere tale, deve essere sempre pensata, voluta e sentita. Essere veri non-credenti dovrebbe essere un lavoro duro, tanto quanto essere veri credenti. Diffidare, sempre e solo, tanto dei credenti semplicioni, quanto dei non-credenti semplicisti.

Nel celebre passo, tratto da La Gaia Scienza, in cui Nietzsche descrive un “uomo folle” che annuncia agli uomini del mercato la morte di Dio, questa proclamazione non è la constatazione di una morte naturale, tantomeno il ghigno sarcastico di un ateo volgare; l’affermazione “Dio è morto”, piuttosto, è una scelta responsabile e consapevole. L’uomo è folle solo per gli uomini del mercato, perché va cercando un Dio che loro, invece, hanno già archiviato, senza tanti problemi. Dio, per gli uomini del mercato, è un falso problema da quando lo hanno inchiodato, una volta per tutte, a un laconico “no” o ad un distratto “forse”. L’uomo folle, invece, è tremendamente saggio, perché, solo dopo essersi a lungo interrogato, ha capito dove è finito quel Dio che dice di non trovare: «Dove se n’è andato Dio?, – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi ed io! Siamo noi tutti i suoi assassini!».

L’uomo che grida “Dio è morto” non sventola, tronfio, un trofeo davanti agli altri uomini, piuttosto vuole “trapassare i loro sguardi”: vuole arrivare alle loro coscienze, scuotere gli uomini dalla loro indifferenza, far sentire loro tutta l’imporatanza di quell’atto con cui hanno scelto di fare a meno di Dio. Ma dovranno passare secoli, Nietzsche stesso lo dice, prima che gli uomini tornino a interrogarsi sul senso profondo di quell’atto, sul senso profondo di quella morte, sul perché un giorno hanno detto no a Dio: «Vengo troppo presto – proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute ed ascoltate. Quest’azione è ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure sono loro che l’hanno compiuta!».

E arriviamo, così, ai nostri giorni, per renderci conto che quel tempo di consapevolezza, auspicato da Nietzsche, non si è ancora compiuto. Si sta per avvicinare un nuovo Venerdì Santo, ma l’annuncio che “Dio è morto” è destinato ancora, per alcuni, a cadere nel vuoto: è un’ovvietà, una cosa risaputa, un evento che appartiene al passato e che non riguarda più uomini moderni, emancipati, prototipi di un uomo faber fortunae suae. Dio è morto? E allora: «che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?».

Eppure Dio tornerà a morire in questo venerdì Santo, inchiodato a una croce di “no”, per parlare, soprattutto, a coloro per i quali l’annuncio che “Dio è morto” è solo un’evidenza che lascia indifferenti. E dalla croce Dio, ancora una volta, proverà ad interrogare questi cuori, non per giudicarli, ma perchè tornino a pensare a cose sulle quali, forse, non si interrogano più, ma dalle quali dipende tutto il senso della vita. E allora, anche in questo venerdì Santo, Dio muore per tutti e non prima di aver gridato: «Dici che sono morto per te ma, fondamentalmente, chi sono io per te, cosa sai veramente di me? Sono un concetto, sono un’idea, un’ideologia o, forse, una filosofia? Sono solo una chiesa in cui non ti riconosci, perché la vorresti perfetta come me o identica a te? Se è così, guardami: io non sono un concetto e neanche tutti i concetti che hai su di me; guarda questo sangue, guarda questa croce, guardami come Persona, entra in relazione con me, abita il mio tempo ed il mio spazio, ascoltami e parlami, cercami ancora: io ho nostalgia di te. Se sono definitivamente morto per te, raccontami, allora: Senza di me, come ti orienti nella realtà? Che senso dai al male e al dolore? Come distingui il bene dal male? E quando ciò che tu pensi sia bene e giusto si scontra con ciò che gli altri pensano essere altrettanto, chi decide? Se il tuo io è il tuo Dio, chi sono gli altri per te?».

In questo tempo di Pasqua, non restare indifferente davanti alla morte di Dio, ma lasciati interrogare, come fece perfino l’uomo folle di Nietzsche: «Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Come mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? [..] Esiste ancora un alto e basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto?».

Se dal Calvario arriverà, nel cuore degli uomini, la Pasqua di queste domande, “Dio è morto” non morirà invano. Se gli uomini torneranno ad interrogarsi sul senso profondo e misterioso di quella morte, Dio risorgerà dalle nostre domande più profonde, dalle nostre ricerche più misteriose, dai nostri desideri più desiderati:

«Ma penso – parafrasando Francesco Guccini – che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi, perchè noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge, in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, nel mondo che faremo Dio è risorto…».

7 Comments on Dio è morto, ne è valsa la pena?

  1. Claudia Mancini // 22 aprile 2011 a 19:27 //

    Stefano, non c’è bisogno di porgere alcuna guancia, tantomeno di fare “mea culpa”. Siamo qui tutti per dialogare e spero, con i miei migliori auguri per i tuoi futuri studi e impegni di lavoro, che tu troverai ancora tempo per noi e che tu non ci lascerai soli. La mia era solo una precisazione perchè, avendo pensato a questo pezzo proprio per superare qualsiasi divisione tra “giusti” e “sbagliati” e fare della Pasqua un tempo di condivisione di tutti e per tutti, compresi quelli che si sentono indifferenti a Dio, mi dispiaceva che si potesse fraintendere il mio pezzo come discriminatorio verso gli “atei”. Per quanto riguarda il mio cammino di fede, non ci conosciamo bene, ma non credere che sia stato e sia ancora tutto facile e tutto chiaro. Io sono sempre in cammino e sempre in discussione, spesso cado, ma la nostalgia per Dio è sempre più forte perchè quello che mi viene da Lui non riesce a darmelo nessun altro. Quello che ti posso dire, in questo breve spazio, è che io non “postulo” niente, nel senso che la mia conoscenza e la mia comprensione della fede e del Dio in cui credo non è solo un percorso intellettuale. Per me Dio è una Persona con la quale sono in relazione e una relazione richiede conoscenza e amore, richiede tempo, richiede ricerca di luoghi di silenzio, di dialogo e preghiera, di luoghi di carità in cui servire i fratelli. Dio ha cura di me ed io mi sforzo di avere “cura” di Lui. E’ un pò quello che, immaginando come Dio potesse parlare a chi gli si mostra indifferente o apertamente ostile, ho così espresso nel pezzo: “io non sono un concetto e neanche tutti i concetti che hai su di me; guarda questo sangue, guarda questa croce, guardami come Persona, entra in relazione con me, abita il mio tempo ed il mio spazio, ascoltami e parlami, cercami ancora: io ho nostalgia di te”.

  2. gabriella // 22 aprile 2011 a 13:33 //

    Non sei solo Stefano!!

  3. Stefano Scogna // 22 aprile 2011 a 00:10 //

    Claudia, mamma mia che disastro ho combinato! Avrei dovuto riscrivere il post (e a onore del vero mi ero accorto che “l’era tutto da rifare”. L’ho pure scritto! Porgi l’altra guancia? Ci sono dei punti che mi onorerei di discutere con te ed altri che avrei dovuto chiarire a lungo perché messi così sembrano prendere le mosse da un’interpretazione errata delle tue parole. Mea culpa. Io vorrei sapere (e vorrei capirlo non per criticarlo, ma per partecipare anch’io dell’/all’amore divino) come arrivi a “postulare” la morale, i valori derivanti dal tuo Dio, come arrivi a delinearNe le caratteristiche e come arrivi a sentire con tutta te stessa l’amore che il tuo Dio nutre (io scriverei nutrirebbe) per ogni uomo e donna. Poi, se ne ha tempo, anche Giovanni può illuminarmi in tal senso visto che se le vostre preghiere sono state ascoltate dovrei studiare e lavorare sulla gestione delle foreste sub-tropicali per il prossimo anno e non avrei nemmeno un minuto per approfondire temi così interessanti e fondamentali. Non mi lasciate solo! Besos Peppone

  4. Claudia Mancini // 21 aprile 2011 a 18:00 //

    Stefano, brevemente, una chiarificazione importante. Mi dispiace leggere nel tuo post: “Per non parlare del posto in cui releghi gli atei”. Innanzitutto, perchè io non ho parlato di atei, ma di non-credenti. Non ripeto la differenza perchè è già scritta nel pezzo. Poi, non credo assolutamente di aver sminuito i “non credenti” tanto che ho scritto: “essere non credenti è un lavoro duro come essere veri credenti”. Io ho solo fatto un augurio a tutti, credenti e non: non “sprechiamo” questo tempo per celebrare distrattamente ciò in cui diciamo di credere o per banalizzare ciò in cui diciamo di non credere. Quello di Pasqua deve essere un tempo per pensare e per riappropriarsi delle proprie scelte, qualsiasi esse siano. Quello che “offende”veramente Dio, questo io penso, è l’indifferenza e la superficialità. Poi, mi dispiace, ma non voglio e non posso fondare nessuna etica trascendentale. Dicevo che, anche qualora una persona fosse certa di essere non-credente e di aver escluso definitivamente Dio dalla sua fede, questo tempo di Pasqua può essere sempre un occasione per riflettere su qual è il suo mondo valoriale e quale il fondamento che, avendo escluso Dio, ha messo al suo posto. Tutte le critiche del mondo ma non farmi passare per dogmatica o sprezzante dei non credenti. Io ho detto, semplicemente, che credenti e non credenti sono uguali nella libertà, ma anche nella responsabilità di conoscere ciò in cui dicono di credere o di non credere.

  5. Stefano Scogna // 20 aprile 2011 a 22:42 //

    3/3
    Ossia, in quanto credente nel tuo Dio, non hai altro Dio/dio/dea (per non parlare del posto in cui releghi gli atei…). Stultum dixit in corde suo: Deus non est… Stiamo molto attenti perché ipotizzare che non esista nel “mondo reale” il tuo Dio o un qualsiasi dio/dea che possa esistere nella mente di un essere umano (ad esempio quello che ho in mente io) non è una cosa da scartare su due piedi. E poi l’etica… Quando citi: <<Senza di me, come ti orienti nella realtà? Che senso dai al male e al dolore? Come distingui il bene dal male? (…)» potresti esporre il fianco ad una critica: i segnali che riceviamo sono segnali contrastanti… Fondare un'etica sulla divinità? Sulle interpretazioni dei discorsi di quell'Essere divino? Continueremo perché più scrivo e più dovrei chiarire… Adesso ho riletto questo post e "l'è tutto da rifare" perché non sono affatto chiaro, ma è troppo tardi. Un abbraccio per te e Giovanni che Dio (ed anche dio/dea) vi benedica…

  6. Stefano Scogna // 20 aprile 2011 a 22:34 //

    2/3
    Io, che sono un gran pesantone, distinguo due piani: Dio (della tua religione rivelata) e dio/dea della mia “religione flemmatica” (per ironizzare su di una delle virtù dei miei amati scozzesi). Un conto è essere convinti dell’esistenza dell’Ente, un conto è definirlo (o credere e affermare che si è rivelato e ci ha parlato definendosi) per bene e spiegare e spiegarsi gran parte del reale (tra queste spiegazioni rientrano, ad esempio, il bene ed il male) attraverso le “determinazioni” indeterminate dell’Ente.

  7. Stefano Scogna // 20 aprile 2011 a 22:31 //

    1/3

    Claudia, avrei mille cose da dire e non posso farlo per due ragioni ( nr. 1 perché devo ancora commentare il post di Giovanni – e lì avrei bisogno di un’ora… nr. 2 perché domattina ho la sveglia alle 6 per andare a Viterbo – almeno voi due pregate per me perché devo chiedere una cosa molto importante – e devo ancora preparare tutte le scartoffie necessarie…quindi posso scrivere per dieci minuti e dove arrivo segno).

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