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Un gioiellino dell’orefice beato

L’amore è una sfida continua. Forse Dio stesso ci sfida affinchè noi stessi sfidiamo il destino

Tutto è iniziato da una banale constatazione. La settimana scorsa, ogni qual volta accendessi la TV, rimanevo istintivamente perplessa dal modo con cui, alle notizie sul “matrimonio del secolo”, venissero immancabilmente accostate, alla velocità della luce dei pixel, quelle relative ai preparativi per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Tuttavia, proprio guardando un servizio sul matrimonio regale, sono stata colta da un inaspettato richiamo, una di quelle intuizioni che saldano la vita, uniscono le cose basse con quelle alte, arricchiscono quelle superficiali e dilatano quelle insignificanti. Ed io, in genere, ho sempre imparato molto da questo tipo di richiami.

In questa occasione, il richiamo è arrivato dalla particolarità del rito anglicano antico, scelto dai principi inglesi, che prevede sia benedetto un solo anello e che a portarlo sia esclusivamente la donna. Il particolare della fede nuziale unica, in una settimana in cui andavo preparandomi alla beatificazione di S.S. Papa Giovanni Paolo II, non poteva non richiamare alla mia mente un dramma, scritto dall’allora Karol Wojtyla, dal titolo «La Bottega dell’Orefice», nel quale, invece, la trama gira tutta intorno a due fedi nuziali che simboleggiano gli impegni del matrimonio: «Le fedi che stanno in vetrina/ci dicono qualcosa con strana fermezza./Per ora sono solo oggetti di metallo prezioso/ma lo saranno soltanto fin quando/io ne metterò uno al dito di Teresa/e lei metterà l’altra al mio.» Nel dramma di Wojtyla, le fedi nuziali, quindi, sono due e lo sono per un’intuitiva ragione, perché, come dicono i protagonisti, «insieme, in ogni momento,/serviranno a unirci invisibilmente/come gli anelli estremi di una catena.»

«La Bottega dell’Orefice», unica pubblicazione a carattere drammatico di Karol Wojtyla prima di essere eletto Papa, apparve nel 1960 sul mensile cattolico di Cracovia «Znak», sotto lo pseudonimo letterario usato più spesso dall’Autore, Andrzej Jawieri. L’interesse per il teatro, è noto, accompagnò Karol Wojtyla fin da giovanissimo, ma subì una svolta decisiva quando incontrò M. Kotlarczyk, insegnante di letteratura al ginnasio di Wadowice, con il quale fondò, nel 1941, il «Teatro Rapsodico». Questo teatro nacque dalla volontà di alcuni coraggiosi intellettuali che, nel periodo dell’invasione nazista della Polonia, scelsero la via della clandestinità, pur di salvare la tradizione letteraria nazionale polacca. Le rappresentazioni avvenivano in case private, riducendo al limite tutto l’equipaggiamento di cui, generalmente, dispone l’arte scenica. Queste difficoltà oggettive contribuirono a mettere in atto, in modo compiuto, le idee che i fondatori avevano già chiare a livello sperimentale e, cioè, di caratterizzare il teatro rapsodico come teatro della “parola viva”, della parola poetica, cui spetta il primato sull’arte scenica, sulle azioni e sulla forza del gesto. L’attore, in quest’ottica, non sarà mai presentato come un uomo caratterizzato, piuttosto come l’uomo, in quanto “portatore di un problema” universale. «La Bottega dell’Orefice», in particolare, come rivela il sottotitolo, «Meditazioni sul sacramento del matrimonio che di tanto in tanto si trasformano in un dramma», è un “dramma spirituale” che si fa viaggio metafisico sull’Amore: un itinerarium mentis in amoris, direi, in cui il lettore è condotto, attraverso tre storie intimamente connesse, a meditare su temi quali il fidanzamento, l’abbandono, il divorzio, la vedovanza, il matrimonio come sacramento e come “pane quotidiano” della vita di coppia.

Niente a che vedere, naturalmente, con gli odierni «Manuali d’amore» che frantumano l’amore in un collage di casi, emozioni, situazioni spesso limite o, peggio, volutamente limite, che da tasselli, quali sono, del mosaico delle interazioni umane, vengono trasformati arbitrariamente in archetipi dell’Amore. Non persuadersi che, al di là di tutti gli amori che ci riempiono la vita ci sia l’Amore, rappresenta «uno dei più grandi drammi dell’esistenza umana», come fa dire Wojtyla al personaggio di Adamo, icona dell’uomo universale: «Non esiste nulla che più dell’amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esista nulla che più dell’amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello che è il mistero dell’amore, ecco la fonte del dramma.»

Questa divergenza, ad esempio, i due fidanzati protagonisti del primo capitolo, Andrea e Teresa, la capiranno solo in una fase matura della loro relazione, quando si troveranno davanti ad un emblematico «Orefice». Nella prima parte del capitolo, infatti, Andrea e Teresa sono due fidanzati, felici come tanti, che, attraverso un progressivo e faticoso processo di conoscenza, sono arrivati alla maturità di «un oggi in cui il passato si incontra con il futuro» e il futuro coincide, chiaramente, con la scelta di percorrere una strada insieme, come compagni di viaggio. Arrivati a questo traguardo, Andrea e Teresa intraprendono i preparativi delle nozze con entusiasmo, girando felici per la città. Teresa, molto teneramente, cerca un paio di scarpe con il tacco alto perché, come dice: «Andrea è più alto di me, tanto quanto basta perché io voglia diventare più alta.» E’ così, non c’è da banalizzare, l’amore ti mette voglia di iniziare a pensare al plurale. Alla fine, girando, gli sposi arriveranno di fronte alla vetrina dell’Orefice, decisi ad entrare, con tutto l’entusiasmo del loro amore, per comprare le fedi, simbolo delle loro promesse di matrimonio. Nella Bottega, proprio l’Orefice -che rappresenta la voce della coscienza o meglio la voce di Dio che parla con la voce della coscienza– presentando le fedi d’oro a Teresa ed Andrea, esprime in questo modo il senso simbolico delle fedi stesse: «Il peso di queste fedi d’oro/[…] non è il peso del metallo./Questo è il peso specifico dell’essere umano/ di ognuno di voi e di voi insieme. Le fedi da questo momento non avranno più valore da sole, pesano solo tutte e due insieme.» Solo a questo punto, davanti alla rivelazione dell’Orefice, gli sposi prenderanno coscienza che l’amore non è solo un pensare al plurale, buttare “un ponte verso un alter ego”, l’Amore è qualcosa di più: «L’Amore è una sintesi di due esistenze che convergono ad un certo punto e da due diventano una sola.» A questo punto della storia, Andrea e Teresa diventano un uomo, una donna e due fedi: due persone  che vogliono diventarne una sola, per sempre.

Ma è qui che arriva il punto chiave del discorso sull’Amore dell’Orefice: questa sintesi di due esistenze si può realizzare solo se si rimane nella dimensione dell’umano? Da una parte, è vero, ogni uomo sente il desiderio di essere amato, sente “come vogliamo star vicini l’uno all’altro”; dall’altra parte, però, l’uomo sperimenta costantemente i contrasti inevitabili tra il desiderio umano della felicità e la possibilità umana di raggiungerla. Il nostro desiderio d’amore e d’amare, deve fare i conti con la quotidianità, con la fatica delle responsabilità, con le tentazioni, in una parola, con i nostri limiti: «perché l’uomo non riesce a durare nell’altro senza fine e l’uomo non basta.» Il dramma dell’amore sta tutto qui: «Certe volte la vita umana sembra essere troppo corta per l’amore. Certe volte invece no – l’amore umano sembra essere troppo corto per una lunga vita. O forse troppo superficiale. In ogni modo, l’uomo ha a disposizione un’esistenza ed un amore – come farne un insieme che abbia senso?»

«L’amore è una sfida continua» perché «L’amore determina il futuro». Di fronte a questa verità inscritta nella coscienza di ciascuno, Andrea e Teresa, all’entusiasmo per il loro amore e all’orgoglio nelle proprie capacità, sceglieranno di anteporre l’umiltà di innestare il proprio amore umano nella dimensione divina, di affidare le proprie promesse d’amore a Dio, perché solo Lui è L’Eternità e solo Lui può inverare ogni nostro desiderio nella prospettiva dell’Eterno.

Solo dopo questo ulteriore traguardo di consapevolezza e umiltà, Andrea e Teresa sentiranno di voler diventare un uomo, una donna, due fedi e un sacramento. A questo traguardo dell’animo e del cuore noi non siamo costretti, ma siamo invitati: “Non abbiate paura, spalancate le porte a Cristo”.

 

6 Comments on Un gioiellino dell’orefice beato

  1. “Divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello che è il mistero dell’amore, ecco la fonte del dramma.» Anche Giovanni Paolo II, Erika, vedeva quello che vedi tu: ci sono tanti “drammi”, tante finte realtà d’amore, perchè l’Amore richiede tanto lavoro e tanto discernimento e, nel frattempo, purtroppo, si vivono solo “amori” e spesso ci si ferma e ci si consuma in questi e di questi . Consiglio a tutti la lettura della “Bottega dell’Orefice”, perchè parla di tutte le sfumature dell’amore umano: dentro ci trovi descritto lo stato d’animo e di cuore di quelli a cui basta l’amore sensuale, quello di coloro a cui basta la convivenza o il matrimonio civile e quello di chi solo nel sacramento sente pieno e completo il proprio desiderio d’amore e di essere amato. Ci trovi tutti, ed ognuno corrisponde ad uno stato d’animo e del cuore ma anche ad una forma mentis, ad una capacità di discernimento, ad una certa formazione globale. Non si esprimono giudizi qualitativi. Giovanni Paolo II non lo fa e neanche noi lo facciamo. Si vogliono solo chiarire le motivazioni profonde del matrimonio religioso perchè, in questo mondo così liberale e aperto alle diversità, cosi bisognoso di modernità contro una Chiesa retrograda, i Cristiani vogliono essere rispettati e non vogliono passare per debolucci o legati a tradizioni superate, ma come persone consapevoli e coraggiose, che non hanno paura a dire: “Nella salute e nella malattia, nel bene e nel male”. Che sono responsabili nel giurare: “per sempre”. Sono umili nel chiedere: Padre, aiutami, perchè è difficile mantenermi fedele a tutto questo per sempre”; perchè per un cristiano PER SEMPRE NON VUOL DIRE FINCHE’ DURA ma ANCHE QUALORA DOVESSE FINIRE la promessa umana che ci siamo fatti. E questo solo i cristiani lo giurano. E ti dico, che sei io oggi fossi sposata o innamorata, vorrei dire e sentirmi dire SOLO queste parole, perchè solo queste sono una promessa ETERNA. I cristiani sono stanchi di sentirsi dire che la differenza tra loro e gli altri è che i cristiani sono uniti da un contratto, da un pezzo di carta. Quando, casomai, un contratto unisce tutti gli altri. Sul fatto, poi, che i cristiani debbano dare per primi testimonianza di quello in cui dicono di credere, è chiaro e su questo c’è da lavorare parecchio. Ma cmq un punto di partenza è chiarire che per un cristiano il matrimonio è composto di due persone, due promesse umane e una promessa davanti all’Eternità.

    • Erika Borella // 6 maggio 2011 a 12:42 //

      Mi rendo conto di quanto sia impegnativo l’essere cristiani, perchè so di essere chiamata ad essere nel mondo ma non del mondo, so che è questo ciò che veramente e pienamente mi realizza, ma sento anche tutta la mia fragilità.
      Poi rifletto su quello che ha detto lei, che è importante chiarire i nostri punti di partenza e mi rendo conto che è fondamentale non permettere alla mia debolezza di oscurare il Progetto a cui sono chiamata…

  2. Erika Borella // 6 maggio 2011 a 12:15 //

    Forse è come dice lei Giovanni, forse sono veramente assuefatta ad una mentalità così velenosa, al punto di credere che sia impossibile vivere altro… Dovrei interrogarmici seriamente..

  3. Erika Borella // 6 maggio 2011 a 12:10 //

    Ho letto l’articolo! E’ oggettivamente perfetto, in poche parole non fa una piega… Ma poi guardo la realtà e vedo tutto l’opposto, e allora queste sue parole sembrano mettere il dito nella piaga… non voglio essere scettica o cinica, le dico solo quello che percepisco io…

    • chissà che non ci siamo abituati a chiamare “realtà” quello che invece fa male perché è ferocemente irreale (fuori dalla “res” dell’amore)…

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