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Il Dis-Fatto Qualunquista

Cosa dire (e cosa non dire) della grottesca vignetta de “Il Fatto Quotidiano” su Wojtyła

Okay, ora lo sappiamo: esiste un giornale che si chiama “Il Fatto Quotidiano. Meglio, lo sanno anche quelli che finora hanno sempre letto solo “Il Messaggero” o “Il Tempo” (ma con la certa cognizione che esistessero anche “Il Corriere della Sera” e “la Repubblica”). Lo sapranno perfino quelli che, rozzamente e per la sola veste grafica, l’avevano giudicato un giornale di quelli che ti danno gratuitamente all’uscita dalla metro. Ora tutti sanno, dopo una rapida sbirciatina sulla pagina ad hoc di Wikipedia, quando questo giornale è stato fondato, da chi e perché (nonché, forse, qualche altra cosina che ora mi sfugge).

Da più parti ora si grida allo scandalo: per il bistrattato senso religioso di tanti, per la dignità della donna (a chiacchiere difesa da tutti), per la mai esistita par condicio tra le religioni su certa stampetta italiota. D’altro canto si levano gli scudi della libertà di pensiero, della maledizione dell’oscurantismo clericale, e – buon ultimo – del passepartout estetico: «È arte!». Ah, già: e chi vuole passare per insensibile, incolto, illetterato, in questa selva di titolati a vuoto? E chi vuole mostrarsi correre a gambe nude tra i trampoli coperti di nanerottoli “intrespolati”?!

Quindi non si discute: il giornale di Padellaro e Travaglio s’è distinto in un gesto di accoglienza liberale delle diversità (quante parole belle in quest’unica frase!) verso l’arte di Manara, e chi è tanto ottuso da non capire questa semplice verità farebbe bene a starsene nel suo squallido medioevo clericale, invece di dilagare in rete con le sue retate reazionarie.

Invece no: l’unica cosa vera di questa frase è che la verità è semplice, e ora andiamo a dirla. Anzi, siccome non parliamo di una verità nobile, che meriterebbe magari anche la “v” maiuscola – bensì di fatterelli piuttosto meschini – dobbiamo riconoscere, una volta tanto, più di una verità.

È anzitutto e senza dubbio vero che parlar male della Chiesa – per citare un’amica – “è un po’ come il nero: sta bene su tutto e non passa mai di moda”. È una specie di FAQ del mercato dell’informazione (altra parola violentata su mille fronti)! In base a questo assioma, che – come concede placidamente Benedetto XVI in “Luce del mondo” – «inerisce al contesto socio-ecclesiale del nostro tempo», le vignette di un vecchio porco (per carità, di gran polso!) sarebbero appunto cose per semidepravati, finché non ritrattano la massima autorità religiosa mondiale. Allora no: allora solo cose “da intellettuali”, e nessuno saprebbe dire perché, ma è così. Ora si scatena il vespaio: «Hai dato del vecchio porco a un artista!». Sarei curioso di vedere con che faccia uno oserebbe dirmelo: state tranquilli – sto facendo pubblicità, al vostro Vate, e lo faccio perché non sono persuaso che la via del silenzio, della minimizzazione, sia sempre la via migliore per soffocare uno scandalo. Il buonsenso di Dio, infatti, non ha avuto pudore di ammettere che «è necessario che avvengano scandali» (ciascuno può ricercare come la frase continua, se non la si ricorda), e perché non sembri che ci dilunghiamo in semplici attacchi personali, andiamo agli argomenti.

Gli apologisti del cattivo gusto sono soliti appellarsi al genere letterario della “satira” (elevato a diritto, anche quello) per difendere le loro incapacità di produrre dell’arte. A questi bisogna ricordare che la satira può, sì, essere paradossale, ma certamente non può contraddirsi: avere molte donne (espressione di per sé orrenda) è una cosa positiva, sì da meritare di essere collocata in un contesto realmente paradisiaco, o non lo è, per cui l’ironia del disegno starebbe proprio nel manifestare la presunta immoralità del personaggio? Se lo è, chiederei anche perché allora i media e l’opinione pubblica stanno facendo leva da mesi proprio sull’impressione contraria per abbattere altri noti personaggî pubblici? Se non lo è, invece, qualcuno dovrebbe saper spiegarmi come mai l’autore della Mulieris dignitatem ha meritato una tanto plateale calunnia, e il suo realizzatore, in più, dovrebbe spiegare a tutti perché ha passato la vita a consumare il proprio talento artistico in una produzione che deprezza tanto marcatamente la dignità umana delle donne. Sì o no, dunque?

Ma gli artisti, i liberali, i genî, invece di rispondere evadono in un improbabile corner teologico: «A nostro avviso però – è la replica de Il Fatto Quotidiano – la tavola di un grande pittore come Manara non è né volgare né gratuita. Manara ha passato la vita a disegnare bellissime donne così come (per chi ci crede) sono state create. Il Paradiso lui lo immagina così, anche per i papi: un luogo dove l’amore è libero e dove le donne sono creature meravigliose. Sono i suoi personalissimi angeli». Agli autori di questa storiella patetica (paragonabile appena ai quaderni mangiati dai criceti dei bambini delle elementari) si dovrebbe obiettare che – se fossero in buona fede – starebbero confondendo gli angeli con le urì, il paradiso cristiano con il paradiso musulmano (ah, già, su quello però non bisogna stendere ombre!) e Giovanni Paolo II con Manara stesso (ossia con un vecchio porco).

Non abbiamo finito, c’è almeno un’altra verità da raccontare, ed è quella che i sedicenti “intellettuali” amano meno (anche se in questo caso l’hanno occultata proprio male): il marketing. Che altro è gettare una granata scandalistica simile nel bel mezzo di una giornata letteralmente dedicata all’apoteosi di Giovanni Paolo II, se non un vilissimo colpo gobbo pubblicitario? Bene, ben fatto, il colpo è riuscito al di là delle vostre più rosee previsioni: ora tutti sanno davvero chi siete.

E perché non tacere? Perché non soprassedere? Perché alimentare una polemica tanto ridicola? Anzitutto perché ci fa piacere che le cose vengano alla luce per quello che sono (siamo illuministi, noi!); in secondo luogo perché se si rivendica all’impudenza il “diritto” ad alzare la voce, molto di più dovrà alzare la voce lo sdegno.

E lo sdegno dei cattolici sa non essere lamentoso. Sa non essere piagnucoloso. Una sola cosa è fallita in questa maldestra operazioncina commerciale: si sono accumulati all’intorno una considerevole catasta di legna, sperando che noi le avremmo dato fuoco, perché essi potessero guadagnarsi a buon mercato la mitica gloria del martirio maledetto. Sbagliato: nella fretta di ammucchiare legna non si sono resi conto che la catasta non aveva la struttura di una pira, ma di una gogna.

E non una scintilla la toccherà.

 

 

 

N.d.R.: Quella di non riportare l’immagine è stata una scelta ponderata.

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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6 Comments on Il Dis-Fatto Qualunquista

  1. Andrea // 6 maggio 2011 a 11:25 //

    Anch’io sono contro la censura della satira (almeno in linea di principio e quando di satira effettivamente si tratta) ma credo tu abbia espresso benissimo nel tuo articolo la contradditorietà di Manara nel suo voler far satira (non tanto della redazione de IlFatto, i quali si attengono alla regola anti-censura che loro stessi si son dati). Ok che la satira per sua natura urta e provoca reazioni toste, ma ribadisco, questo genere di “satira” si contraddice da sola, come tu stesso hai ben visto.
    Non credo di mossa pubblicitaria si tratti, ma piuttosto penso sia il veleno quotidiano, gratuito, e alla moda, di chi quasi sta male se gli vien tolta occasione di puntare il dito contro gli errori o le contraddizioni (presunte o reali che siano) della Chiesa (persino dei sui Santi). Gente che non conosce i fatti, gente che parla senza sapere di cosa sta parlando, gente che presume di conoscere e di essere nel giusto.
    Mi piace l’immagine che hai dato alla fine: legna gettata ai loro piedi nella speranza che diamo loro fuoco…vien da ridere 😀

  2. Andrea // 6 maggio 2011 a 11:02 //

    Manara mi è scaduto di brutto!…ma di brutto brutto!

  3. Da premettere che sono totalmente in disaccordo con la pubblicazione di quella vignetta, sicuramente esagerata e fuori luogo; va detto , però, che tutta questa “indignazione” non mi pare ci sia stata da parte dell’autore (buon studioso) sulla violenza compiuta da noti esponenti politici nei confronti della dignità della donna, della costituzione (la quale, checché se ne dica, è IL TESTO della nazione italiana). Cosa ben diversa la linea del “Fatto” il quale, pur con notevoli errori e autogol, cerca di muoversi su ogni fronte per un’informazione più libera. La levata di scudi solo “quando fa comodo” è poco apprezzata…

    Saluti
    PS
    Il presente commento non intacca il mio giudizio (ottimo) sull’autore e su questo sito

    • Grazie del commento, Luca, e dell’apprezzamento generale per il nostro lavoro. Vorrei rispondere alla tua osservazione (mi stupivo che ancora non fosse arrivata). 1) Personalmente non ho ritenuto mio compito pronunciarmi sulle proteste (giustamente) vibrate nei confronti degli scivoloni dei “noti esponenti politici”, non perché ritengo che vadano difesi a spada tratta (anzi, trovo che chi ha scelto di farlo abbia fatto una scelta controproducente), ma perché il coro era già di per sé abbastanza nutrito, e ho preferito darmi all’osservazione silenziosa delle piccole contraddizioni che la “rivolta” ha prodotto in sé. 2) Sono contento, invece, di poter ricordare che su queste pagine ho scritto spunti di “rivendicazione costituzionale” (ad esempio qui: http://www.laporzione.it/2011/03/16/ricercandolunitasmarrita/) che per misteriosi (?) motivi sfuggono sempre alla bagarre pubblica. 3) La mia “risposta al vetriolo” – come è stata definita da una di voi – voleva proporsi, più che come “levata di scudi”, proprio come una modalità d’indignazione alternativa (perché, presumo, “intelligente”) al comune e fin troppo diffuso piagnisteo. Per questo non ho scagliato anatemi, non ho invocato autorità. Ho solo cercato di porre in evidenza dei fatti che spessissimo i luoghi comuni del salotto pseudoculturale italiano fanno passare sotto silenzio.
      Grazie ancora per il commento.

  4. Naturalmente profonda indignazione e pena ma, in fondo, hanno fallito perchè quella vignetta è un assoluto autogol: quelle donne al cospetto del Beato Giovanni Paolo II perdono qualsiasi carica erotica e peccaminosa. Lo sguardo va a Lui, non a loro. Non sono loro che offendono Giovanni Paolo II, è Lui che le trasfigura.

  5. FEDERICA // 5 maggio 2011 a 16:51 //

    Trovo che questa “risposta al vetriolo” sia più che doverosa.
    La vignetta mi è parsa assolutamente di cattivo gusto, fuori luogo (che poi:potrebbe mai averlo un luogo una simile oscenità?A quanto pare si…).
    Concordo: “…se si rivendica all’impudenza il “diritto” ad alzare la voce, molto di più dovrà alzare la voce lo sdegno”.
    Si. Mi ritengo sdegnata.
    Complimenti comunque per i toni educati dell’autore. Fin troppo, oserei dire.

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