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Fede Vs Religione

È vero che c’è da scegliere tra Dio e le religioni? Breve analisi critica di un fenomeno religioso.

Capita sempre più frequentemente di sentirsi rivolgere degli inviti-choc da parte di persone che ti esortano a rivolgerti a Dio e ad affidare a Dio la tua vita: «Tanto per cominciare – ti dicono – lascia perdere la religione!». E uno resta perplesso, quasi convinto d’aver capito male: «Sì: hai capito bene, la religione! Buttala via». E così, dopo la detonazione dell’“effetto sorpresa”, arriva il colpo di grazia: «Cerca Dio nella fede». Al che uno non capisce più niente, verosimilmente abituato a pensare che “fede” e “religione” siano termini in qualche modo equivalenti, al limite affini, se non proprio sinonimici.

E invece no: mano a mano, ascoltando queste persone, si capisce che la religione sarebbe il complesso dei riti, delle dottrine, dei precetti morali di un’organizzazione religiosa (appunto), mentre la fede il personalissimo rapporto tra te e Dio.

Sì, proprio tu, hai capito bene: questo è il punto. Ci sarebbe un modo di “collegarsi” col buon Dio che finora non solo non t’hanno mai insegnato, ma in qualche modo t’hanno anche occultato – il perché non c’è bisogno di domandarselo: per conservare il potere su di te!

Fa sempre colpo la “teoria del complotto”: Julian Assange teme forse che la sua fama mondiale si oscuri col volubile tramonto della meteora (mediatica) Wikileaks, e così strilla in lungo e in largo per la rete che “Facebook è la più spaventosa macchina di accumulo informazioni mai ideata”, e che il suo brevetto risalirebbe addirittura ad alti vertici della CIA. Non s’è fatto attendere il contrappunto, ma ciò che è interessante è riscontrare il credito che viene incondizionatamente dato a notizie così poco ragionevoli: il più spaventoso serbatoio di informazioni personali – questo sì – non è Facebook (che è tutto fuorché una piattaforma governativa) bensì internet stesso, la cui paternità davvero spetta alle intelligences statunitensi e che raccoglie quotidianamente (dove?) decine di miliardi d’informazioni, il cui peso per la politica e l’economia di domani e dopodomani ci è impossibile calcolare. Ma non c’interessa questo complotto ora, bensì quello per cui “la religione” t’impedirebbe di arrivare a Dio.

“La religione”, attenzione: non direttamente “la Chiesa”, e sebbene il rifiuto della religione abbia non poco a che fare col rifiuto della Chiesa (specie come si era manifestato tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del ‘900) i due fenomeni non possono essere affastellati in modo indiscreto. La Chiesa ha un nome, il più delle volte un “capo”, una sede, dei dicasteri. La religione no. Ma come si fa a non cadere nella rete di un nemico invisibile? Ecco che la teoria del complotto giunge ai suoi estremi: «Diffida di ogni religione, se vuoi trovare Dio». La “novità” ripropone, come d’abitudine, vecchî Leitmotiv della propaganda teistica moderna, ma a questi si aggiungono anche i segni peculiari del nostro tempo, come il disincanto, la debolezza della ragione, l’assenza di fondamento della morale, il disimpegno sociale e politico di quasi tutti i leader religiosi (“quasi” perché ci sono sempre i cattolici, e in generale i cristiani). Che cosa si può trovare così? Dio, il Dio vero, il Dio certamente e necessariamente buono, di cui tutti potranno dire tutto perché nessuno si sognerà di dichiararne alcunché di vero per tutti. Il Dio senza dogmi, senza precetti, senza condanne. Il Dio che non ordina guerre e nel cui nome nessuno potrebbe uccidere.

A ciascuno i proprî santi

 

Difficile resistere al fascino di almeno qualcuna di queste suggestioni, ma i cristiani hanno un (grosso) problema ad abbracciare tutto questo come degli hippies qualsiasi: Gesù. Gesù è un problema perché quelle che ha trasmesso ai suoi “ammiratori” (il termine suona oggi certamente più fashion di “discepoli”) sono le pretese di uno che rivendica alla propria individualità in modo strettissimo il potere di salvare o di perdere ogni uomo. Quindi nessun cristiano può seriamente dire che non importa che ci siano o non ci siano dogmi, norme, strutture, perché Gesù si presenta come un dogma vivente, la Scrittura è piena di tutte queste cose e del resto una struttura ecclesiale (anche minima) la presenta anche soltanto chi viene ad annunciarti il Vangelo (è un “apostolo”, e tu sei un “gentile”, tanto per cominciare). Chiaro che il “problema” comincia ad essere un problema per i non-cristiani dallo stesso preciso istante in cui comincia a essere un problema per i cristiani (anche se per cause speculari): sorgono allora in tutto il mondo associazioni per lo “sbattezzo” (clicca link) e gruppi per l’“estromissione dal cristianesimo” (clicca link).

Nonostante il problema, però, anche i cristiani hanno fatto propria la distinzione (talvolta una vera frattura) tra fede e religione, ammettendo che – sì – davvero c’è un cuore dell’esperienza religiosa che è il contatto diretto e personale con Dio, sebbene poi questo necessariamente si apra alla condivisione comunitaria (fin dai tempi apostolici); esso è però inestricabilmente connesso appunto a quanto nel suddetto confronto emerge e viene definito (riti, dogmi, morale, disciplina…). L’ordine non è casuale, perché i riti sono un po’ “la cerniera” tra il primo e il secondo aspetto – il punto in cui il personale e il comunitario, l’intimo e il condiviso, non sono distinguibili che come il cielo e il mare sulla linea dell’orizzonte. In questo stesso ordine le (purtroppo) distinte confessioni cristiane si attaccano le une le altre: le infedeltà al presunto “messaggio originario” (ma chi ce l’ha? ma in che senso poi lo si dovrebbe mantenere?) verrebbero rinfacciate anzitutto e per lo più a partire dai modi di pregare.

Facilmente un cattolico fa l’esperienza di essere attaccato da un cristiano non cattolico su pratiche come la preghiera vocale, l’iconodulia, la devozione mariana e – mano a mano – i riti della devozione eucaristica (ovvio che non parlo dell’Ortodossia). Viceversa, un cattolico minimamente formato sarà perfettamente in grado di attaccare quelli sull’incuria verso la viva Tradizione della Chiesa (dalla quale si riceve la stessa Scrittura), sulla disinvoltura di certe esegesi e sul taglio di parti del canone biblico, nonché sul misconoscimento delle realtà sacramentali e soprattutto del mistero eucaristico, «sacro convito in cui Cristo è nostro cibo».

Anche questa parola è l'inizio di un "credo"!

 

Si vede rapidamente che i cattolici si configurano in effetti come quelli più strettamente legati alle concretazioni storiche della fede, mentre “gli altri” agli aspetti spirituali e “carismatici”. Urge una qualche chiarificazione: quando dico “gli altri”, non lo dico per una riluttanza a nominare qualcuno, ma per una vera difficoltà d’individuare in un arcipelago di comunità ecclesiali assolutamente eterogenee un reale comun denominatore. Non basta dire “protestanti” o “riformati”: i luterani e i calvinisti hanno ormai già riprodotto, in mezzo millennio di storia, le strutture che “gli altri” spesso accusano nella “religione”. Ma allora chi sono questi “altri”? Con buon beneficio d’inventario si potrebbe parlare di evangelicals (clicca link), riferendoci però soprattutto alle comunità ecclesiali sorte nella seconda metà del XX secolo. Il confronto col loro “stile” e con il loro approccio è senz’altro una sfida di scottante attualità per il cattolicesimo, e di recente (su Il Foglio del 23 aprile 2011 e su PalazzoApostolico.it) Paolo Rodari ha ricordato che secondo i dati del Forum on Religion & Public Life (Pew) sono moltissimi i cristiani che ogni anno abbandonano la Chiesa cattolica per trasferirsi in una di queste comunità ecclesiali: «Dicono [i dati, n.d.r.] che al primo posto tra i motivi che spingono questi fedeli a lasciare il cattolicesimo per aderire al protestantesimo c’è un “bisogno spirituale” non soddisfatto (il 71 per cento)». E chi sono questi uomini? «La maggior parte lascia perché vuole più spiritualità; che significa più verticalità, più affondo sui contenuti, la lettera, gli studi. […] È gente che non si rassegna ad avere sacerdoti ignoranti alla guida della propria comunità. […] Non trovano sacerdoti cattolici in grado di aiutarli come vorrebbero, o comunque di volare nelle altezze che desidererebbero».

Una sfida spesso minimizzata, purtroppo, e qualche volta ignorata in nome della conservazione di un qualcosa che talvolta viene abusivamente ammantato sotto al nome santo di “Tradizione”. Questo non può però impedire di osservare che anche quello del contrapporre una “fede” pura a una “religione” irrimediabilmente contaminata è un abuso: ogni fede sviluppa una religione, proprio come da un unico embrione procedono tessuti distinti e organi disparati, senza che per questo la natura dell’embrione “originario” (ma quando mai lo è stato?) debba dirsi rinnegata. È un abuso dell’ingenuità e della (colpevole) ignoranza religiosa di moltissimi il rivendicare (e lo spacciare con un apostolato spesso “da piazzisti”) l’appartenenza a una Chiesa cristiana in cui dogmi, precetti e gerarchie non hanno posto né peso.

Quella dell’alternativa obbligatoria tra “fede” e “religione” è, come spesso accade, una questione mal posta, e proviamo a impararlo dall’acutissima analisi di Paul Ricœur, peraltro un filosofo di confessione riformata (che a “Religione e fede” ha dedicato la quinta e ultima parte del suo Il conflitto delle interpretazioni): «Non ignoro le difficoltà di questa impresa, che è insieme troppo facile e troppo difficile. Troppo facile, se si considera la distinzione tra ragione e fede come acquisita, oppure se ci si permette di utilizzare l’ateismo come uno strumento indiscreto di apologetica, per “salvare la fede”; oppure, peggio, se lo si impiega come un procedimento abile e ipocrita, destinato a riprendere con una mano ciò che è stato necessario cedere con l’altra» (455-456). Ecco dove il Filosofo francese smaschera le pretese pubblicitarie di certe “evangelizzazioni” “prêt à precher”: il loro destino è riprodurre, poi, più o meno in buona fede, ciò che nelle prime dichiarazioni viene garantito assente nel loro gruppo (che, si sforzano indefessamente di protestarlo, “non è una denominazione”).

Non è una religione! Non fa male a nessuno!

 

E allora? Non ci sono vie di risoluzione della tensione? Certo che sì, anche se forse assomigliano agli Holzwege di Heidegger, cui Ricœur stesso volentieri si richiama: «[…] L’opposizione stessa di fede e di religione deve essere elaborata in modo responsabile, perché non è un dato, ma un difficile compito offerto al pensiero. Preferisco correre il rischio inverso, quello di fallire lo scopo, aprendo una strada che si perde in viaggio» (ivi).

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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4 Comments on Fede Vs Religione

  1. caterina addario chieco // 10 maggio 2011 a 21:54 //

    Gli articoli sono davvero interessanti e scritti con un linguaggio specifico ed elaborato .Dal mio punto di vista,chiariscono i nostri interrogativi e i nostri perchè riguardanti la fede.Ma fungono anche da riflessioni che ci aiutono a comprendere meglio il nostro cammino di fede,il cammino interiore che ognuno di noi deve fare nel corso della propria vita.

    • Grazie tante Caterina! Scrivendo non speriamo di meglio, e i vostri interventi sono per noi insieme ricompensa, stimolo e segnale: solo da quello che ci scrivete capiamo se, quando e quanto un messaggio è passato, e non di rado dalle vostre osservazioni traiamo spunto per ulteriori approfondimenti! Continui ad accompagnarci…

  2. tito paolo // 8 maggio 2011 a 10:41 //

    Non voglio certo puntualizzare o chiosare il ricco e articolato tema presentato da G. Marcotullio. Il rapporto fede-religione mi ha occupato, per non dire affascinato, da sempre. Premetto che ho studiato teologia nel periodo 1969-1973, concludendo gli studi con la licenza con una tesi su Thomas Merton (monaco trappista statunitense molto conosciuto ancora oggi ma soprattutto negli anni ’60). In tutti i corsi di teologia che frequentavo (in un Ateneo romano che non nomino), dico tutti: i professori si facevano un dovere di spiegarci la “teologia della morte di Dio” e soprattutto la “teologia della secolarizzazione” (sull’onda di scrittori protestanti, anglicani e cattolici ora quasi del tutto dimenticati). Su tutti spiccava il riferimento a D. Bonhoeffer, teologo luterano tedesco martirizzato dai nazisti, le cui opere si trovavano non solo negli scaffali delle biblioteche teologiche ma anche sui banchi di chiese e cappelle di seminari, comprese quelle delle suore e di persone consacrate. Insomma il clima prevalente era di una quasi totale soppressione nel pensiero e nella pratica della “religione” a vantaggio della “fede”, vedendo le manifestazioni della prima con molto fastidio e sopportazione in quanto espressione della “religiosità popolare”, al limite della superstizione. Con l’avanzare della “fede” essa sarebbe stata ridimensionata e infine soppressa per morte naturale: insomma dalla “morte di Dio” si sarebbe arrivati alla “morte della religione”. La furia “iconoclasta” che investì tante chiese e cappelle, ecc., con l’eliminazione radicale di tanti segni della “religione”, è nata da qui. Sembrava che del passato plurisecolare “religioso” (nelle sue multiformi espressioni e stratificazioni) di popoli e nazioni dovesse restare poco o nulla coll’avventoto della “Città-Secolare-illuminata-dal-sole-della-Fede-pura-e-dura”.
    Fu per me, giovane sacerdote, una stagione agra combattuta tra i principi appresi sulle “sudate carte” e la pratica pastorale concreta che navigava tranquillamente nel mare della sua “persistenza”. La svolta l’ebbi alla fine degli anni ’70 leggendo un libretto, piccolo di mole ma denso di contenuto, di un, per me allora sconosciuto, don Luigi Giussani, intitolato “Il senso religioso”. La lettura di quell’opuscolo ebbe un effetto dirompente. Le certezze accademiche del decennio precedente ne vennero sconvolte e cominciò per me un riordinamento di tutto il materiale che giaceva ai miei piedi, in una massa informe. Poi si aggiunsero altri autori, altre riflessioni, altre ricerche, dibattiti e considerazioni, per una sorta di “work in progress” che non può avere fine (quasi come un’autostrada in continuo rifacimento: tipo Salerno Reggio Calabria per capirci con una battuta). Per concludere: tra i due termini non può esserci sopraffazione. Essi vanno tenuti in tensione, come la loro variante: ragione-fede, razionalità e credenza. Il genio cattolico è questo: non impostare il tutto con un micidiale Aut-aut (tanto caro alla tradizione teologica luterana) ma bisogna avere presenti i due poli Et – et. Ciò richiede molta fatica, sensibilità, attenzione, perchè “nulla vada perso” (come i canestri di pane avanzato dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci). L’ “homo religiosus” diventa “homo fidei” senza rinnegare nulla del suo anelito all’Infinito, a cui ha sempre agognato fin dagli albori della civiltà. Nella fede trova il suo inveramento, quasi un superamento e ragione di essere. Parafrasando le immortali parole di Agostino: “Tu ci hai fatto, o Signore, per te. E il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, si può dire che il riposo del cuore dell’uomo è nella rivelazione del cuore di Dio fatto uomo, che non ha avuto requie perchè potessimo posare il nostro capo sul suo petto squarciato.

    • Grazie tante, Tito, per aver condiviso con noi il racconto di quei decennî: molte volte, sfogliando i libri cui lei accennava, mi sono detto che dev’essere stato difficilissimo “resistere” allo sconquasso (da un lato pareva che stesse finendo tutto, dall’altro che tutto stesse appena iniziando…).
      A una settimana esatta dalla beatificazione di Giovanni Paolo II, questa è l’occasione per dire ad alta voce che si deve non poco alla sua guida il coraggio (che la Chiesa s’è visto infondere) di proporre al mondo un cristianesimo profondamente “religioso”, benché totalmente intenzionato a farsi sempre più comprensibile al “mondo”. Quelle ventate che raccontava, tipiche del primo postconcilio, in cui pareva che la “fede” stesse prendendo il sopravvento, sono state sedate dal pontificato wojtyłiano: la prima cosa che il cristiano deve fare per proporsi autenticamente, serenamente e onestamente al mondo – forte e audace il suo magistero su questo – è capire e interiorizzare che non c’è da vergognarsi a praticare il Rosario e la Via Crucis.

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