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La fede dentro un «post»

Chi sa quanti di voi, avventurandosi oltre il microcosmo di «quelli che la pensano come me», avranno visto duramente messa alla prova, se non la loro fede, almeno la volontà di testimoniarla. Sei su un tapirulan ad un passo dal tuo record o ad una festa con una tartina in una mano ed un bicchiere nell’altra, quando un conoscente ti avvista e, avvicinandosi sorridente, esordisce, più o meno, così: «Ciao, tu sei cattolico, vero? Ma, di quello che dice la Chiesa, condividi proprio tutto?». Allora tu, credente in tuta o abito da sera, se sei cresciuto a pane e testimonianza, provi a rispondere e lo fai anche con entusiasmo. Tuttavia, più vai avanti con il ragionamento, più l’entusiasmo scema perchè vedi la tua fede, fatta di Parola-Corpo-Sangue, trasformarsi in un blob di concetti, di giudizi, di sillogismi che, avviluppandosi, entrano nel magistero della Chiesa, trapassano la Bibbia, per ripescare tutti i ricordi dei bravi preti che hai conosciuto. Alla fine, il record sul tapirulan non l’hai raggiunto, alla festa non ti sei divertito e ti resta pure l’amaro in bocca perché senti che, con tutta quella ginnastica mentale sull’«argomento fede», non hai espresso neanche la metà della tua «esperienza di fede». La fede è un’esperienza integrale nella quale mente, corpo e spirito confluiscono integrati. Questo voglio testimoniare. Voglio, sì, ma posso?

Questa sensazione d’inadeguatezza, più passa il tempo, più si complica. Nuove tecnologie della comunicazione, nuovi problemi.

Sia chiaro, che le nuove tecnologie della comunicazione, come ogni altro frutto dell’ingegno umano, siano un dono per tutti e costituiscano una grande ed imperdibile opportunità per i credenti, è il Papa stesso a ripeterlo, lo sappiamo. La Chiesa, anzi, va auspicando un nuovo umanesimo cristiano nel quale il cyberspazio non sia tanto un contenitore in cui inserire contenuti religiosi, quanto un luogo da vivere come cristiani, un luogo con un linguaggio e una logica da decodificare: «nei nuovi contesti e con le nuove forme di espressione, il cristiano è ancora una volta chiamato ad offrire una risposta a chiunque domandi ragione della speranza che è in lui» (cfr 1Pt 3,15). Come ha recentemente scritto anche mons. Ravasi (clicca link), in riferimento allo storico Vatican Bloggers Meeting, la Chiesa crede, soprattutto, nelle potenzialità della rete dei bloggers, nella loro modalità comunicativa interattiva che, aprendosi strutturalmente al confronto e al dibattito, può diventare, sempre di più, luogo di incontro tra sacro e profano, «Cortile dei Gentili» digitale.

Questi sono gli aspetti positivi ma noi vogliamo parlare dei problemi, anzi, di un problema.

Se ad una festa, guardando il tuo interlocutore dritto negli occhi, discutendo e cercando di condividere aspetti della tua fede, dopo ore ed ore di dialogo, senti di aver appena sfiorato la «ragione della speranza che è in te», siamo sicuri di poterlo fare su un blog, in un «commento» di risposta ad un «post», con un limite di n caratteri? Questo è il problema. Io stessa, quando qualcuno ha commentato un mio post (motivo per cui scrivo), magari esponendo un problema personale, un dubbio di fede o un motivo di conflitto con la Chiesa, ho guardato lo spazio destinato alla «replica» e ho sentito tutta la vertigine di questa responsabilità: sono lontano km da questa persona, non la vedo e non la conosco, sarò veramente capace di rispondere alle sue domande, saprò testimoniare adeguatamente la mia fede e la mia speranza, tutto questo in n caratteri?

Sapendo che i problemi esistono per provare a risolverli, mi fermo a pensare. Partiamo dall’obiettivo: sono chiamato, anche in un blog, a rendere «ragione della speranza che è in me». Ora, sostanza della «ragione della mia speranza» è la Verità che si chiama Gesù Cristo. E, fin qui, ci siamo. Tuttavia, e questo è il punto, che forma ha la «ragione della speranza che è in me? Perché è la forma che veicola il contenuto. A questo riguardo, mi viene in aiuto il pensiero del saggio Chesterton (clicca link), quando scrive: «Il circolo è, per sua natura, infinito e perfetto ma resta fissato nelle sue dimensioni; non può essere né più grande, né più piccolo. La croce, che ha nel suo centro una collisione e una contraddizione, può stendere le sue quattro braccia all’infinito, senza alterare la sua forma. Per il paradosso centrale che essa contiene, può crescere senza cambiare» (GKC, Ortodossia, pag. 40).

Se la sostanza della «ragione della mia speranza» è Gesù Cristo, la sua forma è la croce: l’apertura inesauribile all’infinito, sia sul piano orizzontale, che su quello verticale. E’ una ragione che umilmente e costantemente lavora per trovare risposte chiare ed esaustive, consapevole che queste risposte sono in qualche modo più grandi di lei, perché essa porta strutturalmente una domanda infinita. Non si tratta di porre dei limiti alla ragione, tutt’altro: si tratta di riconoscere che la ragione ha in sé i suoi limiti strutturali a fronte della sua costitutiva tensione a ricercare la totalità di ciò che è.  La «ragione della mia speranza», la fede, non mortifica la ragione, piuttosto è capace di allargarne gli orizzonti, restituendo all’uomo tutta la ragione di cui è capace: porsi tutte le domande che si può porre e tentare di rispondere a tutte quelle che può, come un compito inesauribile ma significativo.

La ragione che allarga i suoi orizzonti non è un cerchio che ritorna all’infinito su se stesso, bensì una finestra affacciata sull’infinito. Che meraviglia questa prospettiva! Vedo, ora, il mio problema schiarirsi in un’opportunità, l’ostacolo diventare trampolino. Alla luce di tutto questo, il limite di un «post-cerchio» lo vedo trasformarsi nell’opportunità di un «post finestra».

Per prima cosa, avere solo n caratteri a disposizione per un «commento», non sarà più un limite ma la garanzia che impedirà, strutturalmente, di ridurre la mia fede ad un ragionamento che, per quanto ricco di citazioni, di riferimenti, di link e sillogismi mentali, rimarrà un lungo ragionamento, una ginnastica mentale destinata, difficilmente, ad arrivare al cuore  della domanda dell’interlocutore. Proprio la strutturale brevità del «commento», indurrà a rispondere solo dopo aver fatto un vero discernimento, concentrandosi sull’essenziale, con un linguaggio vivo, icastico, perché necessariamente sintetico. Il fatto, poi, di dialogare su un blog con un interlocutore sconosciuto, de-stratificherà la risposta, più facilmente, da tutti i pre-giudizi, privilegiando la testimonianza della verità. Il «commento» ad un post, infine, come una finestra strutturalmente sempre aperta, sarà capace di creare una continuità con l’interlocutore: non sai se e quando ti risponderà, ma se lo farà tu hai la responsabilità di non deluderlo e allora ogni tanto andrai a vedere, lo cercherai, non aspetterai che siano gli altri a chiedere «ragione della speranza» che è in te.

Il «commento» ad un post, in sintesi, non solo è adatto, ma è addirittura funzionale a rendere ragione della mia fede, perché non ha la logica del «cerchio» ma la logica della «finestra». Non vuole, perché strutturalmente non può, esaurire la Verità, ma apre una finestra su questa, mettendo tutti nella condizione di continuare a cercare. Il post, paradossalmente, nel limite dei suoi n caratteri, contribuisce ad allargare gli orizzonti della ragione, perché strutturalmente le ricorda che i suoi orizzonti virtuosi non sono quelli di un cerchio che ritorna all’infinito su se stesso, ma le braccia della croce che, orizzontalmente, cercano un cosmo fisicamente infinito e, verticalmente, una Verità inesauribile.

La «ragione della mia speranza» ha la forma di una croce. Da oggi in poi, quando mi faranno domande sulla fede, anche nel mondo reale, risponderò sempre con un «post-finestra». Commentatemi, mettetemi alla prova!

 

4 Comments on La fede dentro un «post»

  1. sofia // 4 giugno 2011 a 20:05 //

    allora ci proverò…. perché ormai ho capito che anche testimoniare è un modo per seguire “la via della croce”!!!

  2. Claudia Mancini // 1 giugno 2011 a 19:37 //

    Sofia, grazie! Credo, come ho cercato di dire, che spesso proprio il nostro voler “portare avanti il discorso” o voler comunicare “solo” un messaggio, rischi di far diventare la nostra testimonianza un esercizio intellettuale che poco lascia al nostro interlocutore. Magari, pregare per lui senza che lo sappia, moltiplicare le occasioni di incontro e, in quelle, far passare diversi messaggi, dargli l’esempio con il nostro modo di essere, può essere un modo migliore di fare testimonianza. Anche rispettare i tempi dell’interlocutore può essere un modo per lasciare aperta una “finestra”, per tornare a cercarlo o a farsi cercare.

  3. sofia // 1 giugno 2011 a 12:03 //

    complimenti per l’articolo !! Ma secondo lei rendere ragione della nostra speranza può avere credibilità anche quando si arriva a non saper portare più avanti 1 discorso con 1 persona? non vorrei che il nostro intento poi diventa quello di rimanere solo in buoni rapporti con l’interlocutore, dimenticandoci però di far passare “il messaggio”!

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