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Pillole…d’amore

Basta soffrire di «mal d’amore», corri subito in farmacia ad acquistare «Amorex»!!! Pillole magiche e…la magia dell’amore.

Sei in crisi con la tua ragazza? Lui non ti ama? Tuo marito ti tradisce? Basta soffrire di «mal d’amore», corri subito in farmacia ad acquistare «Amorex» e, per ogni informazione, cerca la pagina Facebook o clicca su www.amorex.it (clicca link). Non è uno scherzo, avete capito bene, «Amorex» è un medicinale, venduto in tutta Europa e ora disponibile anche nelle farmacie italiane, che, per soli €18,70, promette di lenire tutti i generi di pene d’amore: un’amicizia che si rompe, un amore non corrisposto, un figlio che si allontana da casa, ma anche la morte di «un cucciolo al quale confidi tutti i segreti come fosse il compagno della tua vita». Se ti ritrovi in una di queste tipologie (chi non ci si ritrova?), non ricercare spiegazioni psico-antropologico-metafisiche, vai subito in farmacia e non soffrirai più. Vuoi sapere se c’è bisogno della ricetta? Ma stai scherzando? Siamo in Europa, mica nello “Stato libero di Bananas”! Vai al bancone, chiedi «Amorex», magari sospirando con occhi da cerbiatto ferito, e avrai nelle tue mani, praticamente, un antidepressivo (clicca link).

A questo punto, mi scappano due considerazioni appassionate e, alla fine, vi rivelerò, illudendomi possa interessare, il mio antidoto al «mal d’amore».

Innanzitutto, non volendo passare per la «buona selvaggia», che si scandalizza perchè un’azienda farmaceutica, mescolando un po’ di chimica e di «effetto placebo», rimpolpi il proprio budget in rosso (rosso, del resto, come l’amore che dice di curare), chiedo argutamente: «Ma è possibile che nessuno abbia pensato che, qualora questo medicinale curasse veramente il «mal d’amore», la nostra intera economia potrebbe subire un colpo mortale?» Dunque, i primi a risentirne sarebbero, sicuramente, i gestori telefonici. Mi togli il «mal d’amore», hai presente quante telefonate togli dall’etere? Niente più «lei» che chiede, per sei–sette mesi: «Ma, allora, non mi ami più? Dimmi, in quale momento preciso te ne sei accorto?». Dall’altra parte, non ci sarebbe più «lui» a rispondere: «Ma non dipende da te, tu sei perfetta, sono io che ho bisogno di…una pausa di riflessione». A quel punto, «lei» realizza che la pausa di riflessione ha almeno due taglie di reggiseno in più. Quindi, nell’ordine, prenota (ma perché non hai prenotato quando eravate insieme?): parrucchiere, estetista, palestra, guardaroba nuovo, un corso qualsiasi per «fare cose e vedere gente». Nel caso sia la donna, invece, ad avere questo impellente bisogno di una «pausa di riflessione», sarà «lui» a realizzare che la suddetta pausa ha un nome e cognome, e allora: tutte le sere fuori con gli amici, ristoranti, un viaggetto, cene galanti e ci fermiamo qui, perché prendiamo in considerazione solo galantuomini. Insomma, esempi da manuale, per dire: «Ma vi rendete conto il «mal d’amore» quanto bene fa all’economia? Vi immaginate che tracollo finanziario ci sarebbe, se «Amorex» funzionasse?» Se funzionasse, appunto.

Il secondo effetto, che questo genere di notizia mi ha procurato, è stato, a dire il vero, un profondo ed insostituibile piacere: ricaricare, in automatico, la cartuccera di argomentazioni che un giorno, chi mi conosce bene lo sa, vorrei avere il piacere di sparare contro i personaggi alla Odifreddi. Avete presente di chi sto parlando, vero? Odifreddi è il prototipo di ateo dotato di un senso dello humour pressoché ineguagliabile: dedica tutta la sua vita a combattere la religione, perché non riuscirebbe a spiegare tutto con la ragione, cosa che la religione non deve fare, in nome della scienza che non spiega tutto con la ragione, cosa che vorrebbe fare. Eh, sono problemi grossi, dei quali è difficile accorgersi, finché ti invitano in TV, ai talk, in qualità di intellettuale. La fede sarebbe «il sonno della ragione», il rifugio nel sovrannaturale, nella superstizione, nell’irrazionale? Beh, caro Odifreddi, se così fosse, la mitologia scientifica che ha prodotto «Amorex», dimostra che  la «tua» scienza dispensa spesso la ragione dalla ricerca, magari per inventare, all’occorrenza, una «legge scientifica» che venda qualcosa, che spieghi o sostenga qualche teoria o, peggio, ideologia. La scienza all’«Amorex», in fondo, è la migliore apologia alla fede che si possa pensare e, a questo proposito, direbbe Chesterton: «Non che io cominciassi a credere in cose superiori al normale. Si trattava piuttosto del fatto che i miscredenti cominciavano a non credere neppure nelle cose normali» (GKC, Autobiografia, pag. 181). Per la fede come per la scienza, cari i miei Odifreddi, vale la stessa legge: la ragione umana strutturalmente può fallire o non bastare, ma questo non può inficiare, di conseguenza, il valore della fede o della scienza in sé. Ma che sia benedetta la pena d’amore «scientificamente» curabile, apologia della fede in compresse!

Dunque, a questo punto, non resta che parlare del mio personale antidoto al «male d’amore», qualora vi possa interessare. Cominciamo con il dire che alla sofferenza d’amore applico, più o meno, la stessa logica che uso per tutti gli altri generi di sofferenze. E’ chiaro che esiste una gravità diversa nelle sofferenze, ma è altrettanto vero che l’esperienza effettiva del soffrire, di qualsiasi sofferenza si tratti, si consuma tutta all’interno della stessa circolarità tra danno e senso. La medicina e la tecnica promettono e fanno ogni giorno di più per curare l’uomo e, sicuramente, hanno contribuito a lenire molti dei danni che la sofferenza, il dolore, la malattia possono creare. Eppure, non so voi, ma io ho visto persone con danni gravissimi sopportare la sofferenza meglio di quanto facciano persone con danni lievissimi. Credo che questa sia la prova incontrovertibile che, nella sofferenza, l’obiettivo principale non dovrebbe essere tanto trovare chi guarisca i danni, quanto riuscire a rimediare al non-senso che si prova quando si soffre, che altro non è che il vedere svanire il senso che si dava alle cose nei «tempi normali». Capiamoci bene, non è che voglia demonizzare la scienza e, tantomeno, idealizzare il dolore, perché come diceva Agostino: «E’ vero che si possono accettare molti dolori, ma nessuno può essere amato». Quello che vogliamo dire è, solo, che ogni sofferenza non può essere sopportata fino a quando, alla cura per i danni, non integriamo anche la cura per il senso, non impariamo a reintegrare il dolore nella vita: riprendere la vita alla luce delle nuove prospettive che la sofferenza stessa ha dischiuso. Il progetto, dice Gesù nel Vangelo, di salvare la propria vita è destinato al fallimento sicuro. L’unica possibilità di non perderla è di trovare il modo di dedicarla ad una causa che abbia un senso. E allora, quando soffro, sapete cosa faccio? Penso, semplicemente, che fino a quando c’è sofferenza c’è vita e che, allora, quando si soffre, l’unico modo per uscirne è promuovere, finché si può, la vita. Uno dei modi migliori, da me testati, è sfuggire tutti quei volenterosi che si offrono di soffrire con me, per cercare, invece, chi mi faccia sentire viva; non cerco persone che facciano cose per me, quanto persone che mi facciano sentire che io posso ancora fare cose per loro. E, in questo, l’amore è ineguagliabile. L’amore vero, qualsiasi genere d’amore, promuove la vita in tutti, perché istilla la voglia di diventare migliori per chi si ama e, così, tutta la vita, qualsiasi vita, diventa migliore. Non so se sia riuscita a spiegarmi, così vi lascio un’eloquente scena sull’argomento (clicca link), dove per protagoniste troverete, ancora, delle pillole…d’amore. La scena è tratta dal mio film d’amore preferito, “Qualcosa è cambiato”, film del 1997 di James L. Brooks, con Jack Nicholson ed Helen Hunt, entrambi vincitori del premio Oscar.

Avete visto? E, allora, se rende migliori, sia benedetto l’amore con tutto il «mal d’amore», per il quale, secondo me, l’unico antidoto possibile è questo: pensare che, per amore, vale sempre la pena anche soffrire. Per tutto il resto c’è «Amorex».

 

 

8 Comments on Pillole…d’amore

  1. Ringrazio Stefano per il valido contributo “tecnico” (del resto, ho un MAC biondo 😉 ) e Kasia per il l’originale contributo “creativo”. Tiziana, non dobbiamo- però- demonizzare la scienza che, indubbiamente, contribuisce a migliorare la qualità della vita di tutti; siamo noi, piuttosto, che dobbiamo imparare, nella sofferenza, a ripartire bene le “percentuali” tra cura del danno e cura del senso.

  2. Stefano Scogna // 30 giugno 2011 a 10:50 //

    Claudia, avrei molte cose da dire sull’analisi che fai circa l’approccio di Odifreddi alla fede e circa l’autoreferenzialità della scienza con i conseguenti limiti epistemologici, ma, come sai, devo ancora organizzarmi per il viaggio e quindi mi ripormetto e spero di parlartene di persona durante un’altra cena con il Nostro. Ti allego un link attivo per la celebre scena del film “Qualcosa è cambiato” in quanto il link postato non è attivo. Et voilà: http://www.youtube.com/watch?v=QmVpbhO_azQ
    Un abbraccio e a presto

  3. Premetto che non sono per il “Soffro, dunque sono”, però una domanda mi sorge spontanea… Ma se eliminassimo la sofferenza dall’amore, non finiremmo per eliminare l’amore stesso?? Dove sta scritto che amare significa solo “e vissero tutti felici e contenti”? Io credo, forse con qualche sfumatura romantica, che soffrire per amore sia ciò che di più squisitamente umano esista…
    Insinuo una domanda: ma una persona che ha bisogno di un farmaco per il “mal d’amore”, ha veramente amato?

    • Erika, mi piace la tua domanda e spero che altri ti rispondano. Quando si tratta di sentimenti, personalmente, credo sia difficile “giudicare”: dovremmo conoscere talmente tante variabili, che è meglio sospenderlo il giudizio. In, ogni caso, una persona che delega ad un farmaco l’elaborazione di un dolore, lascerebbe pensare essere persona poco responsabile e autonoma; due caratteristiche dalle quali in amore, credo, non si possa prescindere.

  4. Io preferisco “Amorex” del cristiano.
    Indicazioni terapeutiche: sofferenza
    composizione:
    c A rità
    u M iltà
    gi O ia
    spe R anza
    f E de
    X dono

    Dose consigliata: “70 volte 7” al giorno
    Effetti “indesiderati” : vita eterna 😉

    Grazie per l’articolo, mi piace tanto!

  5. Lorenzo // 29 giugno 2011 a 14:21 //

    Apprezzo moltissimo il contenuto di questo articolo, e ne condivido in parte gli spunti che emergono.
    Penso però, che quando si parla di mal d’amore, non si possa prescindere dal riferimento temporale……in sintesi amorex si proporrebbe di anticipare i naturali tempi di rimarginazione…….tutto in pieno stile anni 2000…..”tutto….e subito!!”
    Penso viceversa che valga la pena di tenere duro….sentirsi vivi, e darsi il giusto tempo di metabolizzazione…al termine del quale…..ritornando indietro con la memoria…..tutto sembrerà…..così ridicolo e irrazionale da farci dire….”Non era amore….”

    • Lorenzo, è proprio la logica del “tutto e subito”, fallimentare in ogni campo, a mietere danni, ancora maggiori, quando vuole sconfinare nel campo dei sentimenti, che richiedono personale responsabilità e “duro lavoro”. Sul “non amore” retrospettivo, concordo, spesso è così. Però, non dimentichiamo, una delle cose più assurde di questo medicinale è proprio il dire di essere in grado, indistintamente, di curare tanto il dolore per la morte del marito (che si presuppone sia “vero amore”), quanto la cotta per “la tua ragazza ti ha lasciato”.

  6. tiziana // 29 giugno 2011 a 13:46 //

    il farmaco chimico non sempre aiuta a guarire. anzi se da una parte aiuta a guarire, comunque arreca danni nel corpo.
    per problemi di amore, assolutamente, sono contraria a qualsiasi farmaco chimico.
    per esperienza condivido appieno le riflessioni della Mancini e ho constatato quanto sia straordinaria la cura suggerita:
    ” l’unico modo per uscirne è promuovere, finché si può, la vita. … cercare, invece, chi mi faccia sentire viva; “

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