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Questa (non) è la mia Chiesa

Dall’albo delle “prime volte” dei Papi: una Chiesa a cui dire “no”. Fermamente

È solo una questione di mode storiografiche: questa la si potrebbe chiamare “mania del guinness pontificio” – è l’ardore con cui i giornalisti si dànno a rinvenire nei loro archivî “le prime volte” dei Papi: così sappiamo chi fu il primo Papa a bere caffè e chi fu il primo a masticare tabacco; chi fu il primo a comparire in un filmato, chi il primo a usare un televisore, chi il primo a recitare in un film e chi il primo ad accedere a Internet; chi il primo a guidare un’auto e chi il primo a volare.

Sergio Quinzio si spinse, da romanziere di razza qual era, a raccontarci del primo Papa che parla apertamente del destino di fallimento storico del cristianesimo, ovvero l’ultimo: Benedetto XVI non è Pietro II, e non si spinge a tanto, ma resta senz’altro il primo Papa (per la gioia dei suddetti giornalisti) a dire che comprende chi lascia la Chiesa. Dai discorsi del terzo viaggio di Benedetto XVI nel suo Heimatland si possono tirar fuori citazioni non meno gustose di questa, ideali per titoli ad effetto sicuro e da grande tiratura: «Gli agnostici sono più vicini a Dio» e «Fanno bene a contestarmi» sono, naturalmente, soltanto delle estrapolazioni minimalistiche che contraddicono il contesto che vorrebbero semplicemente omettere. Non c’è nessuna contraddizione, in realtà, tra il rivendicare la libertà di parlare con franchezza e riconoscere serenamente il diritto di altri a dissentire civilmente: «Anzitutto, direi che è una cosa normale che in una società libera e in un tempo secolarizzato ci siano opposizioni contro una visita del Papa. È anche giusto che si esprima – rispetto tutti quanti – che esprimano questa loro contrarietà: fa parte della nostra libertà e dobbiamo prendere atto che il secolarismo e anche l’opposizione proprio al cattolicesimo nelle nostre società è forte. E quando si manifestano queste opposizioni in modo civile, non c’è nulla da dire contro».

Gli agnostici di cui il Santo Padre ha parlato oggi, poi, sono gli agnostici «che a motivo della questione su Dio non trovano pace», non i radical-chic che vestono la posa del dubbio come un abito alla moda, ammantandolo d’un finto-noncurante scialle di pseudointellettualismo. Così Benedetto ha portato in Germania il suo ponderoso intelletto, sbriciolato, come di consueto, in un linguaggio accessibilissimo e in un portamento discreto e insieme accogliente. A causa del viaggio e dei preparativi non deve aver avuto tempo, il Papa, di leggere sulla Berliner Zeitung (qui la notizia in Italiano) che nel frattempo un altro papa, italiano, lo aveva smascherato per quel pivello che in realtà è sempre stato: così se n’è andato a destra e a manca, come se niente fosse, a spiegare come e perché una libertà non vincolata da verità inamovibili poi produca lo scenario di depressione del nostro mondo – «La libertà ha bisogno di un legame originario ad un’istanza superiore. Il fatto che ci sono valori che non sono assolutamente manipolabili, è la vera garanzia della nostra libertà». Tutt’altro che un banale predicozzo: Benedetto ha ammesso che possano sembrare ed essere relativamente felici quelli che vivono senza Dio – «Quando, in una prima fase dell’assenza di Dio, la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio».

Così si sono visti i temi forti del pensiero ratzingeriano – il primato di Dio, la resistenza alla “dittatura del relativismo”, l’attenzione ecologica (qui larghi, ebeti applausi bipartisan), la squisita sensibilità ecumenica e l’appello a una Chiesa libera da oneri economici e politici – in una cornice che per la prima volta ha visto un Papa a Berlino, per la prima volta un Papa nel convento agostiniano-luterano di Erfurt, per la prima volta un Papa tessere l’elogio del cardine della teologia di Lutero (laddove Giovanni Paolo II già lo aveva definito homo religiosus, senza spingersi oltre): «Ciò che non gli dava pace era la questione su Dio, che fu la passione profonda e la molla della sua vita e dell’intero suo cammino. “Come posso avere un Dio misericordioso?”: questa domanda gli penetrava nel cuore e stava dietro ogni sua ricerca teologica e ogni lotta interiore. Per Lutero la teologia non era una questione accademica, ma la lotta interiore con se stesso, e questo, poi, era una lotta riguardo a Dio e con Dio. “Come posso avere un Dio misericordioso?”. Che questa domanda sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi colpisce sempre nuovamente nel cuore».

In tutte queste “prime volte”, però, si deve riconoscere un fil rouge, che ha catalizzato e guidato ogni parola e ogni gesto del Pontefice nella sua terra natale. All’arrivo all’aeroporto, Benedetto aveva dichiarato: «Pur essendo questo Viaggio una Visita ufficiale che rafforzerà le buone relazioni tra la Repubblica Federale di Germania e la Santa Sede, in primo luogo non sono venuto qui per perseguire determinati obiettivi politici o economici, come fanno altri uomini di stato, ma per incontrare la gente e parlare con lei di Dio». Di fatto, il “parlare di Dio” s’è coniugato in modo indissolubile con un appassionato e acuto “parlare della Chiesa”: così s’è resa evidente la preoccupazione che assillava il Vicario di Cristo già nel rispondere nell’aereo alla prima domanda dell’intervista – «Io posso capire che, alla luce di tali informazioni, soprattutto se si tratta di persone vicine, uno dice: “Questa non è più la mia Chiesa. […] In questo contesto, mi sembra importante domandarsi, riflettere: “Perché sono nella Chiesa? Sono nella Chiesa come in un’associazione sportiva, un’associazione culturale ecc., dove ho i miei interessi e, se non trovano più risposta, esco; o essere nella Chiesa è una cosa più profonda?”. Io direi, sarebbe importante sapere che essere nella Chiesa non è essere in qualche associazione, ma essere nella rete del Signore, nella quale Egli tira fuori pesci buoni e cattivi dalle acque della morte alla terra della vita. […] Parlando con queste persone, io penso che dobbiamo andare fino in fondo a questa questione: che cosa è la Chiesa? Che cosa è la sua diversità? Perché sono nella Chiesa, anche se ci sono scandali e povertà umane terribili?».

La visita in Germania è stata, a riguardare indietro, un breve ma intenso corso di ecclesiologia. Ci dispiace solo che Umberto Eco non abbia avuto modo di avvisare anche Clive Staples Lewis della puerile naïveté del suo pensiero, laddove poneva sotto l’immaginaria, mordace penna di Berlicche proprio raccomandazioni analoghe (ma antistrofiche) a quelle di Benedetto: «Uno dei nostri grandi alleati [scrive un diavolo, n.d.r.], al presente, è la stessa chiesa. Cerca di non fraintendermi. Non intendo alludere alla chiesa come la si vede espandersi attraverso il tempo e lo spazio, e gettar le radici nell’eternità, terribile come un esercito a bandiere spiegate. […] Tutto ciò che il tuo paziente [ossia l’uomo da tentare e da dannare, n.d.r.] vede è quel palazzo, finito solo a metà, di stile gotico spurio, che si erge su quel nuovo terreno. Quando entra, vi trova il droghiere locale, con un’espressione untuosa sul volto, che si dà da fare per offrirgli un librino lustro lustro che contiene una liturgia che nessuno di / loro due capisce, e un altro libriccino frusto, che contiene testi corrotti di un certo numero di liriche religiose, la maggior parte orrende, e stampate a caratteri fittissimi. […] Se uno qualsiasi di questi vicini canta con voce stonata, se ha le scarpe che gli scricchiolano, o la pappagorgia, o se porta vestiti strani, il paziente crederà con la massima facilità che perciò la loro religione dev’essere qualcosa di ridicolo» (C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Jaca Book, Milano 2010, 9-10).

Povero Lewis! Va da sé che se avesse avuto la formazione filosofica di Umberto Eco, anche lui, non si sarebbe ridotto a insegnare a Cambridge e a scrivere fesserie come Le Cronache di Narnia, ma si sa, questi sono i capriccî delle cronologie…

Evidentemente ignaro delle grandi ripetizioni di filosofia e teologia che lo attendono una volta tornato a casa, anche Benedetto XVI s’è dilungato in banalità, perché sono “scandali e povertà umane terribili” sia quelli di chi abusa sessualmente di un bambino sia quelli di chi s’illude che la soluzione contro gli effetti corrosivi del secolarismo siano il sacerdozio femminile e il sacerdozio uxorato: «Alcuni guardano la Chiesa fermandosi al suo aspetto esteriore. Allora la Chiesa appare solo come una delle tante organizzazioni in una società democratica, secondo le cui norme e leggi, poi, deve essere giudicata e trattata anche una figura così difficile da comprendere come la “Chiesa”. Se poi si aggiunge ancora l’esperienza dolorosa che nella Chiesa ci sono pesci buoni e cattivi, grano e zizzania, e se lo sguardo resta fisso sulle cose negative, allora non si schiude più il mistero grande e bello della Chiesa. Quindi, non sorge più alcuna gioia per il fatto di appartenere a questa vite che è la “Chiesa”. Insoddisfazione e malcontento vanno diffondendosi, se non si vedono realizzate le proprie idee superficiali ed erronee di “Chiesa” e i propri “sogni di Chiesa”!».

Anche il Papa, dunque, ha sottoscritto il dissenso crescente, dichiarando, da parte sua, che pure lui può dire: «Questa non è la mia Chiesa». Ecco perché, improvvisamente, nella Chiesa di Pietro e di Benedetto, ché è quella di Gesù, le prostitute e i pubblicani possono “passare avanti” a quanti vivendo nella routine della pratica religiosa e/o accatastando cieche pretese riformistiche si fanno dimentichi del mistero d’amore di cui sono stati gratuitamente resi partecipi: l’alternativa, in fondo, non è tra conformismo o ribellione, perché «nel Vangelo di questa Domenica – lo abbiamo visto – si parla di due figli, dietro i quali, però, ne sta, in modo misterioso, un terzo. Il primo figlio dice di sì, ma non fa ciò che gli è stato ordinato. Il secondo figlio dice di no, ma compie poi la volontà del padre. Il terzo figlio dice di “sì” e fa anche ciò che gli viene ordinato. Questo terzo figlio è il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, che ci ha tutti riuniti qui».

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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5 Comments on Questa (non) è la mia Chiesa

  1. giuliana // 28 settembre 2011 a 15:06 //

    Secondo me la chiesa è proprio la stessa di 2000 anni fa. Siamo tutti come Pietro, a cui Gesù chiese “mi ami tu?” e a cui disse “pasci le mie pecore”. Vedo poi anche dei Giuda che si scandalizzano per lo spreco di olio prezioso usato per profumare i piedi di Cristo, e poi convinti che il suo regno fosse di questo mondo lo hanno tradito, perchè da Lui si sono sentiti traditi nelle loro aspettative.

  2. Simone, penso che la Chiesa non sia quello che noi vogliamo vedere della Chiesa. TI potrei fare 1000 esempi di umiltà e l’umiltà non è solo la povertà. Umiltà è stato tutto il viaggio del Papa in Germania: le parole su Lutero, il “mea culpa” sulla Chiesa, le parole da Padre agli agnostici. La Chiesa non deve essere solo povertà. La Chiesa è ancora martirio. Ma la Chiesa è anche tradizione, è anche Magistero, che è continuità, non evoluzione della Chiesa primitiva. Se non ci fossero stati i Padri della Chiesa cosa sapresti tu di Dio? E le Sacre Scritture? anche quelle sono mediazione tra Dio che parla e chi lo ha ascoltato.

    • La tradizione è solo Dio che parla ancora e uomini, guidati dallo Spirito, che lo ascoltano ancora. Potresti fare ameno della tradizione se la Bibbia fosse autografata da Dio. Ma anche in quel caso io preferirei giovarmi di una tradizione con la quale interloquire per capire quello che Dio dice. Altrimenti per fare la Chiesa basti tu, una bibbia e pochi soldi.

  3. Di certo sono d accordo con Joseph Aloisius nel dire che questa non è la mia chiesa, perchè se è vero che chiesa vuol dire chiamati fuori, non se ne può far parte di certo se non si capisce fuori da cosa e in che modo…Sogno che la chiesa di oggi sia quella primitiva di Pietro del battesimo sensato, dell umilta del vicario di Cristo…Di persone che pagavano con la vita la propria fede,e non era la fede che pagava la loro vita…Ma vabè la tradizione ha portato nuove cose era ovvio che col cambiare dei tempi “ci si evolvesse”…

    • eppure questa chiesa non mi sembra così diversa da quella di Pietro. C’è gente che paga con la vita la propria fede anche oggi, magari con un martirio nascosto fatto di sacrifici quotidiani, e che si carica addosso i pesi anche di chi si paga la propria vita con la fede. Lo stesso succedeva allora, Giuda ha venduto Cristo, ed era la chiesa primitiva quella! Mi pare che Dio non si sia mai fatto troppi problemi a portare avanti i suoi progetti pur in presenza di ladri, assassini, prostitute…
      La storia della salvezza è intrecciata con la storia dell’uomo. Non credo che i primi cristiani fossero meglio di noi. E neanche peggio

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