Il prosciutto sugli occhi travestito da affetto

Un atto terribile di violenza e morte arriva sempre inatteso eppure i segni di malessere sono sottintesi nella paura di chiedere aiuto

«Non avremmo mai pensato che…», «un ragazzo tranquillo, silenzioso», «non ha mai dato segni di squilibrio», «chi avrebbe mai immaginato ad un gesto così violento!». Sono le parole di tanti che hanno conosciuto o incontrato sulla strada della vita Valentino Di Nunzio, il 27enne di Manoppello che qualche giorno fa ha ucciso la madre al suon di coltellate.

Sono le stesse affermazioni, però, che ritroviamo ogni qualvolta si compie un atto efferato, un omicidio inaspettato – come se ce ne fossero alcuni attesi – ogni volta che una famiglia viene distrutta improvvisamente, o meglio, ogni volta che le “distruzioni” delle persone escono allo scoperto.

Eh, sì, perché nulla avviene a caso, e nulla è così improvviso. Non mi riferisco alla storia di Valentino, non la conosco, ho letto anche poco di lui, ma a quella di tanti. Alla realtà di giovani che nel “silenzio” covano un malessere “invisibile” agli occhi superficiali dei passanti, “invisibile” agli occhi dei genitori che non vogliono vedere – è inconsciamente più semplice –, “invisibile” a chi preferisce risolvere il tutto con una “magia” e decide di non affrontare un problema e di rimboccarsi le maniche per aiutare un proprio caro, “visibile” solo a chi, per amore, si lascia dietro le spalle per un secondo il giudizio della gente, l’illusorio perbenismo e affronta le situazioni difficili con coraggio.

Quante paure, quanta superficialità, quanto “prosciutto sugli occhi” travestito da affetto! È il canovaccio iniziale di tutte le case che vedono entrare “un malessere”, prima trascurato, poi considerato nella normalità – lo fanno tutti, è l’autogiustificazione che amiamo ripeterci – alimentato poi da atteggiamenti compulsivi, da dipendenze! È il prologo di narrazioni drammatiche, sempre senza lieto fine – perché non c’è mai fine al male di esistere e mai ci si può permettere di abbassare la guardia – di cui ognuno scrive la storia che può decidere di troncare preferendo quell’orrendo proverbio che invita a “lavarsi i panni sporchi in casa propria”, quasi sempre con terrificanti conseguenze, o di continuare a comporre con “segni alfabetici” di condivisione, con “sillabe” di lavoro su se stessi, con “periodi” di relazioni vere, con “capitoli” di cognizione dei propri limiti, con speranze di “epiloghi” sereni.

Non ho usato la parola droga, non ho voluto digitare sulla tastiera alcool, gioco d’azzardo ed altre espressioni che danno l’idea del contenuto del “romanzo”, perché potremmo tirarcene fuori, potremmo sentircene lontani, potrebbe non riguardarci.

Ho sottinteso due inganni nei quali tutti si cade: la paura di chiedere aiuto e il terrore di fidarsi degli aiuti! E le possibilità di accompagnamento sono tante (consiglio appassionatamente sempre quelle più difficili, quelle che mettono in discussione tutta la famiglia e non soltanto il presunto “malato”), tanti sono i centri di ascolto che lavorano sul grande progetto che è l’uomo, tante le possibilità di confronto, molte di più di quelle che invitano alla solitudine, ma – recita Mario Picchi – “tu solo puoi farlo, ma non da solo”.

Ricordo ancora la “filosofia” di un centro di solidarietà che in poche frasi sintetizza alla perfezione il mio editoriale:

«Siamo qui perché non c’è rifugio dove nasconderci da noi stessi.

Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri scappa, fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi.

Timoroso di essere conosciuto, né può conoscere se stesso, né gli altri, sarà solo».

 

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