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Molinari impara a “stare più attento”

La riflessione del portavoce della curia di L’Aquila sulle vicende legate alla Fondazione Abruzzo Solidarietà Sviluppo

«Semplici come le colombe e prudenti come i serpenti». Con questa espressione del Vangelo, monsignor Giuseppe Molinari, arcivescovo di L’Aquila ha dichiarato tutta la sua amarezza per la vicenda legata alla “Fondazione Abruzzo Solidarietà Sviluppo”. E con la trasparenza che lo contraddistingue ha detto: «Mi sono fidato di quella gente, anche dei miei collaboratori più stretti, pensavo solo di fare qualcosa di buono per la gente, ma da questa esperienza dovremo imparare a stare più attenti!». Ha fatto eco a queste parole monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare, che ha riconosciuto anch’egli l’errore. Dunque l’arcivescovo ha già dettato la linea che si dovrà seguire a partire da subito: attenzione, prudenza, trasparenza. Linea che poi è quella di tutta la Chiesa. Come non pensare al cardinale Bagnasco che parla di aria pulita per la politica, per il nostro Paese e dunque anche per la Chiesa? E, ancor prima, come non pensare a papa Benedetto XVI che in Germania, parlando di fatti ben più gravi di quello aquilano, ha ricordato il compito primario della Chiesa? «Si crea una situazione pericolosa, quando questi scandali prendono il posto dello skandalon primario della Croce e così lo rendono inaccessibile, nascondendo la vera esigenza cristiana». «Una Chiesa alleggerita degli elementi mondani è capace di comunicare agli uomini – ai sofferenti come a coloro che li aiutano – proprio anche nell’ambito sociale-caritativo, la particolare forza vitale della fede cristiana», ha sottolineato il Santo Padre. Certamente, «anche le opere caritative della Chiesa devono continuamente prestare attenzione all’esigenza di un adeguato distacco dal mondo per evitare che, di fronte ad un crescente allontanamento dalla Chiesa, le loro radici si secchino». Non esultino, però, i cari amici laicisti che pensano che la Chiesa debba rimanere chiusa nelle chiese e non occuparsi della ricostruzione. Innanzitutto perché la diocesi è proprietaria (intendo per proprietario chi custodisce e tutela un bene che appartiene a tutti) di molti immobili del centro storico e poi perché la nostra fede parla di carne, parla di opere, parla di frutti e non può risolversi in un separazione carne-spirito che non appartiene affatto al cristianesimo. Non ci rimane che andare avanti allora – come afferma l’arcivescovo – imparando da questa vicenda. Si tratta, dunque, di lavorare per ricostruire, tra le tante cose, anche un rapporto di fiducia con la città. «Non si tratta qui di trovare una nuova tattica per rilanciare la Chiesa», si tratta piuttosto – ha detto Benedetto XVI a Berlino – di «cercare la piena sincerità, che non trascura né reprime alcunché della verità del nostro oggi, ma realizza la fede pienamente nell’oggi vivendola, appunto, totalmente nella sobrietà dell’oggi, portandola alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità sono convenzioni ed abitudini» e, mi permetto di aggiungere, affari e politica. Infine (scusate l’eccesso di citazioni papaline) possiamo dire un grazie ai Magistrati, ai Carabinieri e anche ai media: «…Sin tanto che si tratta di portare alla luce la verità – scrive Benedetto XVI in Luce del mondo – dobbiamo essere riconoscenti (ai media n.d.r.). La verità unita all’amore, è il valore numero uno».

Claudio Tracanna
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