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Il Principe di Tripoli

Scorrendo il prevedibile (e previsto) copione della fine di Gheddafi: lo sguardo sul fondo della Storia

Oggi non c’è nessuno, nel mondo sedicente civile, che non abbia potuto vedere le immagini dell’uccisione di Gheddafi: con l’impudicizia sfacciata dei nostri mezzi di comunicazione, e sempre in nome del santissimo diritto alla libertà di stampa, la testimonianza spudorata di una clamorosa infrazione del diritto internazionale si propaga come un incendio, accompagnata dal contraddittorio scuotimento di capo sull’assenza di morale nel mondo giornalistico. Non dico questo solo perché sono uno di quelli (immagino di non essere stato davvero l’unico) che s’è costretto a non cedere all’ammaliante “clicca qui” che lampeggiava su ogni notiziario online fino a ieri; no, lo dico anche perché sono seriamente e serenamente convinto che non sia necessario vedere un filmino, per capire cosa è successo. Anzi, non di rado il vedere costituisce una distrazione fatale nel processo di comprensione della realtà – da Platone a Cartesio a Saint-Exupery sono tanti quelli che in varî modi l’hanno ricordato agli uomini, ma non sono mai stati ascoltati seriamente… – e questo può essere proprio il caso.

Che voglio dire? Semplicemente che quelle immagini – trasmesse con l’unico fine di incrementare i contatti delle testate d’informazione, seppur velato dall’ipocrita velo dell’obbligo morale all’informazione – hanno distratto tutti quelli che le hanno viste dalle domande inerenti la vera comprensione dei fatti, e li hanno trasportati verso quel nugolo di domandine morbose che hanno il “pregio” di avere nella propria formulazione già la risposta che vogliono. Così, mentre “il mondo civile” prende parte alla disputa sul come, quando e dove l’omicidio sia avvenuto; sul chi abbia sparato e sul che arma sia stata usata; mentre ci si disperde a disputare interminabilmente se sia stato giusto uccidere il tiranno in mezzo alla strada senza aspettare la Corte internazionale e il plotone d’esecuzione; mentre ci si chiede se in fondo Gheddafi sia stato o no quel cattivone che alcuni dicono (d’altronde, da giovane era anche belloccio quasi quanto “el Ché”!); mentre avviene tutto questo niente, quasi nessuno presta caso a come sia stato montato da mesi dell’odio pubblico attorno a un personaggio in fondo sconosciutissimo alla massima parte della popolazione, e a come in fondo i cittadini del mondo sedicente civile si prestino (più o meno inconsapevoli) alla manipolazione che su di loro le solite eminenze grigie – mediante i soliti media, i quali mangeranno le briciole che cadranno dalla tavola di quelli – operano per i loro fini.

In pratica, l’illudersi di essersi formati un’opinione informata e libera (senza che d’alcunché di tutto questo si trovi la minima traccia) è il prezzo da pagare per concedersi la gioia di godere di una caccia all’uomo: se in aggiunta a questo ci si vede offerto anche il gadget di immagini truculente, la miserabile menzogna per cui ci si concederebbe il macabro spettacolo solo al fine di “informarsi” basta a comprare le coscienze, mentre in realtà vengono semplicemente appagate le zone più cupe del cuore umano. Al Colosseo, almeno, la gente andava senza inventare questi penosi bizantinismi: ben più che onnivora, la specie umana si conferma – al Colosseo e in televisione – “onnicida”, visto che detiene il primato assoluto dei soli animali capaci di uccidere membri della propria specie non solo per nutrirsene (pur se inevitabilmente culturalizzato, il cannibalismo conserva il massimo delle peculiarità animali, in un omicidio), non solo per difesa né solo in vista dell’usurpazione di un bene altrui o per passione o invidia, ma anche esclusivamente per piacere.

Tralasciando il fatto che gli uomini hanno ucciso e uccidono anche senza ragione e perfino contro ragione ogni altro vivente (inclusi tutti i tipi di animali e Dio stesso), quello che è in qualche modo consolatorio è stato constatare che almeno uno ha avuto il cinico buonsenso di riconoscere tutto questo pubblicamente: nella puntata di Radio Londra relativa all’uccisione di Gheddafi, Giuliano Ferrara non ha usato mezzi termini per ricordare, come in un sinistro panegirico funebre, la grandezza e l’abiezione del dittatore libico. Non fa stupore che, a pensarci bene, si resti indecisi sull’attributo da riferire convenientemente a uno statista capace di più di quarant’anni ininterrotti di regno: rivoluzionario, guerrigliero, generale, dittatore, leader, presidente? D’altronde il massimo conoscitore del genere umano disse: «I re delle nazioni le governano, e quelli che esercitano il dominio su di esse si fanno chiamare “benefattori”…» (Lc 22,25).

Cinica, l’analisi di Ferrara, quanto basta alla lucidità del quadro (eccezion fatta per l’inammissibile pretesa di un fantomatico “diritto a uccidere”, proprio ed esclusivo delle “grandi democrazie occidentali”. E su che basi? E davanti a che?): non un compianto, non una damnatio memoriæ, non una fredda annotazione notarile. Barlumi di grandezza si scorgono anche in chi spinge la pietà in anestesia nella malizia fino a far morire innumerevoli innocenti; allo stesso modo è innegabile l’opacità mediocre di innumerevoli “innocenti” (non quelli uccisi, evidentemente) che si spingono a odiare un uomo di cui ignorano anche solo l’oscura grandezza, senza saper o voler dire la ragione del proprio odio.

Ferrara aveva voluto che alla sigla del programma facesse seguito, prima del suo breve monologo, un filmato d’introduzione con alcuni dei fotogrammi degli ultimi minuti di vita di Gheddafi: singolarmente eloquente, però, è stata la scelta della colonna sonora – il Dies iræ del Requiem di Mozart. La cornice escatologica del testo e della musica mi permette così di divagare verso l’essenziale, ponendo in controluce i pochi tratti di Gheddafi oggi universalmente noti, ossia quelli demonizzati. La superficialità va benissimo, quando si parla di demonizzazione, perché la “demonizzazione del nemico” non è una stregoneria ordita da operatori dell’occulto, ma una normalissima (e banale fino alla scorrettezza) prassi bellica: per demonizzare l’avversario non serve la verità, ma una storia qualunque – purché sia semplice, intrigante e coinvolgente – che permetta alle folle di vedere un nemico da odiare e per la cui fine esultare.

La domanda me la poneva, neanche una settimana fa, un ragazzo, il quale mi chiedeva dove fosse narrata la storia della caduta di Lucifero, che aveva sentito raccontare molte volte ma sempre senza riferimenti. I riferimenti, in effetti, non ci sono. Ovvero, ci sono, ma hanno una storia: «[…] che si tratti non d’un solo Demonio, ma di molti – spiegava Papa Paolo VI nella celeberrima udienza del 15 novembre 1972 – , diversi passi evangelici ce lo indicano (Luc. 11, 21; Marc. 5, 9); ma uno è principale: Satana, che vuol dire l’avversario, il nemico; e con lui molti, tutti creature di Dio, ma decadute, perché ribelli e dannate […]; tutte un mondo misterioso, sconvolto da un dramma infelicissimo, di cui conosciamo ben poco». Tanto poco conosciamo, di quel “dramma infelicissimo”, che l’unico versetto scritturistico che parla esplicitamente di una “caduta di Satana” (Lc 10,18) non sembra avere a che fare con eventi primordiali, mentre l’unico passo chiaramente riferito all’evento in seguito al quale «non ci fu più posto per loro, in cielo» (Ap 12,8) non fa cenno alcuno alla disputa, all’insorgere della discordia, all’abissale motivo per cui è stato possibile a qualcuno odiare l’Amore.

Il problema, d’altronde, si poneva già tra le righe delle prime pagine della Scrittura: come c’era finito, nel giardino, il serpente (che evidentemente è malvagio prima della maledizione di Dio, ma deve necessariamente esserlo diventato dopo la creazione, che era tutta “cosa buona”)? La citatissima esclamazione che John Milton pose sulle labbra di Lucifero – «Here we may reign secure, and in my choice / to reign is worth ambition though in Hell: / Better to reign in Hell, than serve in Heaven» (Paradise Lost, I, 561-563) – è certamente diabolica per la sintesi di superbia e menzogne, ma non se ne trova cenno nelle Scritture. Anche la famosa espressione “non serviam”, che viene spesso e volentieri predicata di Satana come detta da lui, si trova sì nelle Scritture, ma imputata da Dio al popolo che si ribella e si sottrae alla signoria divina (Ger 2,20): non è così strano, in fin dei conti, se ricordiamo che la demonizzazione del nemico ha molto di proiezione oggettivata del peggio di noi, ma il Diavolo – che, con buona pace dei modernisti d’ogni tempo, esiste veramente – non è un semplice prodotto di questa dinamica inconscia collettiva, se non altro perché (purtroppo) non tutti quelli che lo riconoscono per quello che è lo odiano e lo detestano.

Insomma, c’è davvero un prototipo letterario concreto, su cui viene esemplata la ribellione di Lucifero, ed è quello dell’oracolo contro il principe di Tiro contenuto nel libro di Ezechiele (28): «Poiché il tuo cuore si è insuperbito / e hai detto: “Io sono un dio” / […] ecco, io manderò contro di te / i più feroci popoli stranieri; / snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, / profaneranno il tuo splendore» (28,1.7). I tempi che sono un’enormità per i regni umani si scandiscono in una manciata di decadi, ovvero in polvere già davanti alla storia dell’umanità, in niente davanti al concetto di eternità divina: tuttavia, tenere un regno per quarantadue anni significa inevitabilmente sapere quanto di quel caso storico eccezionale si deve alla propria capacità di esercitare potere sugli uomini, e insieme anche sapere che la fine del regno dovrà coincidere – fatalmente – con la propria fine, anzi questo è precisamente il prezzo da pagare alla Storia per regnare fino alla tomba.

Ci vuole poco, poi, a individuare “i più feroci popoli stranieri” che hanno pianificato e deciso in pochi mesi il crollo del regime di quello stesso Gheddafi che per decennî avevano sostenuto e alimentato: si resta un po’ più perplessi, invece, a chiedersi se davvero sono stati mandati a bombardare Tripoli da un comando dell’Altissimo, ma pure all’empio principe di Tiro, in fondo, il castigo era detto essere mandato da Dio in ragione della giustizia del giudizio su di lui, non in ragione delle virtù di quelli che si trovavano fatalmente a eseguirlo, i quali pure non erano – con ogni probabilità – meno empî di lui!

Ezechiele poi aveva occhio troppo lucido per sporcarsi la vista col volgare video di un assassinio, e intelligenza troppo penetrante per sostare nell’illusione che i potenti che scacciano un potente siano per questo migliori di lui, come se la muta del serpente fosse un segno della sua morte. Per questo trapassa con lo sguardo il principe di Tiro – come noi trapassiamo i lineamenti sanguinarî e insanguinati di Gheddafi – e osserva fin sul fondo della Storia: «Così dice il Signore Dio: / Tu eri un modello di perfezione, / pieno di sapienza, perfetto in bellezza; / in Eden, giardino di Dio, / tu eri coperto d’ogni pietra preziosa / […] / e d’oro era il lavoro dei tuoi castoni e delle tue legature, / preparato nel giorno in cui fosti creato. / Eri come un cherubino ad ali spiegate a difesa; / […] / Perfetto tu eri nella tua condotta, / da quando sei stato creato, / finché fu trovata in te l’iniquità. / […] / Il tuo cuore si era inorgoglito per la tua bellezza, / la tua saggezza si era corrotta / a causa del tuo splendore: / ti ho gettato a terra / e ti ho posto davanti ai re, ché ti vedano. / […] / Quanti tra i popoli ti hanno conosciuto / sono rimasti attoniti per te, / sei divenuto oggetto di terrore, finito per sempre» (28,11-12.13-14.15.17.19).

Invece “i re” non capiscono che quello che ora è accaduto a uno di loro può accadere in un baleno a ciascuno e a tutti (perché malgrado i delirî d’onnipotenza è evidente che anch’essi non sono se non uomini, e non dèi); allo stesso modo gli uomini non si rassegnano a capire che nel peccato – in ogni peccato – non c’è altro che tristezza, miseria e morte, e che chi “regna all’inferno” è solo il primo dei dannati.

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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1 Comment on Il Principe di Tripoli

  1. giuliana // 23 ottobre 2011 a 15:41 //

    stupendo!

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