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L’animalità del male

Cristiani e animalisti. Due prospettive contrastanti

Uno spettro si aggira per televisioni, quotidiani e riviste patinate: lo spettro dell’animalismo. Siamo letteralmente invasi da trasmissioni sul mondo animale circonfuse dai soliti, pelosissimi buoni sentimenti, da melensaggini e sdolcinatezze d’ogni sorta. Per non farci mancare nulla, il piccolo schermo non esita a propinarci anche telegiornali brulicanti di indignati servizi di denuncia sulle sevizie perpetrate ai danni delle bestiole. E sarà capitato a molti di vedersi fermare per strada da qualche accigliato supporter della causa animalista, ansioso di convertirci alle delizie della cucina vegetariana onde arrestare così il “genocidio” animale.

Non è infrequente che sul banco degli imputati finisca il Cristianesimo, tacciato d’essere il fomite della “tirannia” e del “dominio dell’uomo” sull’animale. Questa è l’accusa lanciata da Peter Singer, teorico principe della “liberazione animale” e propugnatore di un’etica di ispirazione panteista. Secondo Singer la prospettiva antropocentrica della dottrina cristiana sarebbe il vertice di un mascheramento ideologico, il travestimento di un egoismo di specie (“specismo”). La “riprovevole” colpa del Cristianesimo? Aver inculcato l’idea che da considerare sacra e inviolabile sia unicamente la vita umana, non quella animale (o non-umana), conferendo legittimità e giustificazione alla crudeltà nei confronti delle altre specie. (Cfr. P. Singer, Liberazione animale, pp. 195-220)

Beninteso: ogni voce che invita al rispetto degli animali trova il cristiano perfettamente concorde. Nella Bibbia rinveniamo accenni di mitezza anche verso gli animali: «Il giusto ha cura del suo bestiame, ma i sentimenti degli empi sono spietati» (Prov. 12, 10). È falsa anche la vulgata che accusa il cattolicesimo di professare la più totale indifferenza nei confronti della sofferenza animale. Questo rimprovero trova facile smentita nella consultazione della voce ad hoc dell’Enciclopedia Cattolica. Certo: l’amore cristiano non è acosmico, anche la carità è ordinata gerarchicamente secondo un ordo amoris e gli animali bruti, in quanto privi di libera volontà e vita razionale, non possono essere «soggetti di alcun diritto». È anche lecito all’uomo «servirsi degli animali, come di ogni altra creata, secondo l’intento del Creatore nel destinarli all’umano servizio; quest’obbligo non lo lega all’animale come un dovere rispondente ad un relativo diritto del bruto, ma lo lega a Colui che è sovrano signore di tutti e dispone di ogni cosa con pieno diritto».

Ciò non toglie però che esistano degli obblighi umani verso gli animali. La rivelazione cristiana non ha mai assegnato all’uomo un diritto illimitato – cioè senza limiti morali, come fa credere invece Singer – a disporre degli animali. Sebbene possa esercitare un «retto uso del dominio sopra gli animali», resta preclusa all’uomo ogni forma di abuso come «distruggerli o farli soffrire per vano capriccio, torturarli per semplice diletto. Tanto più che essi sono dotati di sensibilità e perciò soffrono dolore, e inoltre l’atto ancora, l’abitudine di infierire sugli animali inchinano l’animo, per una legge psicologica facile a passare all’attuazione, ad infierire anche sul prossimo». Le Società di protezione degli animali sono da approvare «in quanto hanno di mira il rimuovere la crudeltà verso le bestie» e purché non fondino la loro azione «su principi errati (attribuendo ad esse [le specie animali] diritti; o fomentando verso di esse un amore sdolcinato e sentimentale, che poi si nega facilmente al prossimo, o pretessendo un dovere di carità, che nel senso cristiano non può esistere» (C. Testore S.J., «Animale», in Enciclopedia Cattolica, vol. I, coll. 1343-1344).

Ma non è certo il sentimento d’affetto per gli animali a far problema né, a fortiori, il rigetto delle efferate violenze perpetrate a loro danno. A inquietare, porre dubbi e interrogativi è l’ascesa dell’ideologia animalista, ennesimo idolo dei nostri tempi. La liberazione animale auspicata da un Singer poggia innegabilmente sul totale scardinamento delle gerarchie insite nel creato. È indubbio: siamo di fronte a «un devastante sovvertimento dell’ordine voluto dal Creatore in questa ossessione “bestialista” sempre più fanatica e intollerante». (V. Messori, Le cose della vita, p. 158)

L’impronta materialistica dell’animalismo è palese. «Fra l’uomo e i bruti c’è differenza non di grado ma di specie» (G.K. Chesterton, L’uomo eterno, p. 46). Negare questa evidenza equivale a privare l’uomo di quelle dimensioni che fanno di lui un essere dotato di «capacità metafisica», vale a dire «un ente appartenente alla natura umana, e non solo alla natura tout court». (M.A. Raschini, Pedagogia e antipedagogia, p. 50) Al contrario, «quando si dice «natura umana» si sottolinea un «salto» che non è solo quantitativo; si tratta infatti di una «differenza infinita»: indipendentemente da (dunque, anche accogliendo) ogni possibile ascendenza evolutiva del genere umano». (ibid.)

Nell’ideologia animalista è immanente la negazione della differenza «ontologica», di natura, tra l’uomo e gli altri esseri viventi: «La “democrazia ecologica” – ha scritto Vittorio Messori – annuncia la perfetta parità di diritti tra una persona umana e, ad esempio, un ragno» (op. cit., ibid.). Si nega così legittimità al concetto di persona – questo preziosissimo, inestimabile portato del cristianesimo, ignoto all’antichità pagana – per includere ogni essere vivente in una «specie animale» senza distinzione alcuna, su un piano di perfetta parità.

I cantori della cultura dominante non si stancano di ripeterci senza posa il loro mantra riduzionistico: l’uomo è null’altro-che un homo zoologicus, un bestione evoluto. Non a caso l’animalismo piace, e molto, ai fautori del pensiero battezzato da Chesterton come «comunismo cosmico», quegli stessi che hanno sparso a piene mani l’ideologia neo-borghese dello svakking, priva di ogni tensione ideale, incentrata sull’esaltazione del godimento edonista e irresponsabile. Il credo postomoderno ha generato un nichilismo gaudente e senza inquietudini, sazio ma tutt’altro che disperato. Non si tratta di ateismo, ma di un indifferentismo radicale al punto che il problema stesso della verità sembra scomparso, nel senso di apparire ormai privo di significato.

Non sfuggirà come estinguere la sete del vero e del buono, la passione per la verità prima ancora della verità stessa, equivalga ad annichilire qualunque aspirazione a una vita più nobile per chiudere l’uomo nel cerchio del finito: solo questa realtà conta, l’uomo è atteso unicamente da un destino immanente.

Soffocare le aspirazioni ideali non significa solo calare la pesante, inesorabile scure del disincanto su favole e sogni adolescenziali, che pure hanno la loro fondamentale importanza. È ben di più: un simile tentativo costituisce un vero e proprio attentato alla virtù della speranza: “Tu, uomo, non sarai mai migliore di quello che sei. Inutile che ti sforzi: s’è mai vista una bestia scostarsi da quel che le dettano gli istinti?”.

Nessuna tensione ideale, nessuna spinta verso un dover essere percorre la banalità indifferenziata del modello neo-borghese. Da qui si originano i continui, ossessivi inviti a contentarsi di “essere se stessi”, così “come ci si trova”. Non stupisce dunque la proliferazione del tipo umano del “signorino soddisfatto”, abituato a non appellarsi ad alcuna istanza al di fuori di se stesso. I miti dello spontaneismo e della sincerità invalsi nel nostro tempo scaturiscono da quest”orizzonte asfissiante e finito su cui si stagliano degli “io” allo stadio larvale, incompiuti perché non sollevati «con la speranza, in fiduciosa, tesa aspettazione verso il “bonum arduum futurum”, verso l’arduo «non ancora» del compimento, sia naturale che soprannaturale». (J. Pieper, Sulla speranza, p. 18)

Si riduce l’uomo a mero prodotto della specie per impedirgli l’unico salto evolutivo che sia degno di lui: la via per cui «l’uom s’etterna» traversando non la scala della specie, ma quella della santità. «Il santo non è un diverso tipo di uomo, ma una nuova specie umana». (N. Gómez Dávila, Tra poche parole, p. 132)

Occorre farne avvertiti improvvidi laudatori e ingenui fiancheggiatori del credo animalista: gli esiti dell’eclissi della differenza metafisica tra natura e natura umana non sono affatto trascurabili. Tra le logiche conseguenze dello scadimento del concetto di persona e della sua dignità vanno annoverate la giustificazione e il ritorno a certi costumi del paganesimo, che determinavano il valore di una persona umana assegnandole un “prezzo”. Convenzionare un corrispettivo “in valuta” degli esseri umani: in questo consisteva infatti il principio della schiavitù. Alla negazione dell’infinita distanza tra l’uomo e la natura animale consegue, presto o tardi, l’abolizione di questa differenza qualitativa, per sostituirla con una quantità “convenzionata” e “contrattata”.

Equiparare l’uomo all’animale, questa moderna damnatio ad bestias, è la via più breve e il modo migliore per essere feroci come una fiera. «Ogni qualvolta si adora un animale, si sacrifica un essere umano» (G.K. Chesterton, La serietà non è una virtù, p. 9). Di questa parabola è testimone il solito Singer. Nei suoi Scritti di una vita etica il filosofo “animal friendly”, apposta una pietra tombale sull’«etica della sacralità della vita», definita una «malata terminale», accompagna alla condanna della vivisezione animale la difesa dell’aborto, dell’infanticidio fino al ventottesimo giorno e dell’eutanasia.

L’”animalità del male” riscuote così il suo cruento tributo. Come già appresero a loro spese gli israeliti, le fattezze dell’animale-idolo preludono alle catene della schiavitù.

Andreas Hofer
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1 Comment on L’animalità del male

  1. Singer è un innocuo canarino Titti: in Onfray, piuttosto, vedo celarsi un pericoloso gatto Silvestro.

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