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Godete sempre!

Il vero, frainteso e contraddetto marchio dei cristiani: la pazienza di gioire, tra vita mistica e morale

Non so quanti, la settimana scorsa, si siano resi conto della straordinaria rivoluzione teologica contenuta nell’antifona d’ingresso che avevo riportato dal Graduale: insomma, uno sta lì aspettando l’inizio della Messa, e mentre non si è ancora arrivati al segno della croce la Chiesa rivela ai figlî di Dio che «il Signore farà sentire la gloria della sua voce / nella gioia del loro cuore». Rivelazione su cui fa contrappunto (prima o dopo, a seconda degli anni) il magnifico tripudio dell’Immacolata Concezione, e che viene ribadito con forza nella terza domenica d’Avvento: «Godete nel Signore, sempre!», dice Paolo.

L’invito perentorio che dà il nome alla “domenica rosa” d’Avvento torna per ben cinque volte nell’appassionata Lettera ai Filippesi (2,18 ; 3,1 ; 4,4), e il verbo greco usato da Paolo è lo stesso che Luca racconta essere stato scelto da Gabriele nel saluto di quella che, pur non sapendolo, era già da sempre la sua Signora – chaire, chairete. È questo il verbo che indica quello stato personale così misterioso da essere detto carico di un fascino tale da sedurre Dio stesso – è il verbo da cui viene il francese “charme”.

Quando arriverà la quarta domenica di Quaresima (l’altra “domenica rosa” dell’anno) c’intratterremo a considerare come mai lì l’ebraico di Isaia, che pure la versione greca detta “dei Settanta” aveva reso con lo stesso verbo, verrà tradotto in latino con “lætare”, piuttosto che con “gaudete”. Per ora ci limitiamo solo a notare che la traduzione italiana più conveniente – “gioite!” – fa quasi un torto alla rotonda pienezza del latino, probabilmente per il timore di sboccare nel più compromesso “godete!”, che semplicemente per le vicissitudini della storia della nostra lingua porta sempre con sé l’odore di qualcosa d’imbarazzante, per non dire di vizioso. Peccato, perché mentre “godimento” è andato a coprire l’area di significato di “libido” e “voluptas”, si sono attenuate le sfumature di “gaudium” e “lætitia” nel semplice “gioia”. Risultato? Tanto per cominciare che ci riesce difficile pensare che lo Spirito Santo ci preghi, per bocca dei suoi apostoli, di gaudere in Dio stesso.

Non più tardi dell’altra sera, un’amica mi chiedeva il conforto di un parere sulla situazione di minorità e di disagio che ci troviamo a vivere, da cristiani, nei disparati contesti della vita secolare: «Siamo sempre accusati – osservava – di star remando contromano, contro il progresso, contro le libertà, contro la felicità degli uomini, quasi cercando la loro frustrazione e il loro assoggettamento». Invece è vero il contrario, dal momento che statisticamente quelli che tra i quaranta e i cinquant’anni finiscono sui lettini degli strizzacervelli non sono in maggioranza cristiani, ma sono quelli che non avevano voluto accogliere il Vangelo che è Gesù come bussola e astrolabio per la navigazione della vita. È la Parola del Dio paziente che – trasportata come una zattera dai flutti ineguali ma continui di una Tradizione santa – risponde alla mia amica e rivela come stanno le cose: «Non adirarti contro gli empi, / 
non invidiare i malfattori. / Come fieno presto appassiranno, / cadranno come erba del prato.» (Sal 36,1-2). Ecco perché Paolo non era un banale “ottimista”, né invitava i Filippesi a diventare tali: l’Apostolo aveva invece meditato lungamente le parole che gli giungevano dal fiume dei secoli precedenti al suo, e ne aveva constatato la verità effettiva. «Cerca la gioia del Signore,
/ esaudirà i desideri del tuo cuore» (4) sono le frasi che persuadevano Paolo che il soffio dello Spirito in lui non era una pericolosa illusione, ma la voce viva del Dio che da secoli e secoli si stava introducendo al mondo degli uomini. Gli illusi sono, invece, quanti non sanno riconoscere la sconvolgente novità di quella voce, e che muoiono all’improvviso e in preda al panico – come i buontemponi ai giorni del diluvio – per aver preteso di fondare la propria vita su ciò che non dà gioia: «Ho visto l’empio trionfante /
ergersi come cedro rigoglioso; / sono passato e più non c’era, / 
l’ho cercato e più non si è trovato» (35-36).

Così Paolo, che certamente non conosceva e non cantava inni gregoriani, sa già alla perfezione che Dio usa un popolo per trasmettersi e rivelarsi alle genti, fino a fare di tutte le nazioni un popolo solo. D’altro canto, proprio perché «il Signore farà sentire la gloria della sua voce / nella gioia del nostro cuore», e visto che del resto “gioia” indica qualcosa che tutti desiderano (quindi in qualche modo ricercano, quindi si convincono di avere), Paolo segnala il segreto della vera gioia, quella mediante la quale la voce della gloria di Dio si fa percettibile agli uomini: «La vostra modestia sia nota a tutti gli uomini». Ora, come si fa a tradurre in italiano una parola latina che significa “moderazione”, “misura”, “discrezione”, “disciplina”, “decoro”, “dignità”, “senso dell’onore”? Semplicemente, questa dev’essere l’essudorazione della vita di quanti hanno accolto la predicazione di Paolo, di modo che possano veder germogliare in loro la gioiosa libertà di chi non è attaccato a niente e semplicemente gode della prossimità di Dio: «Il Signore è vicino: non siate in affanno per alcunché».

La melodia gregoriana (che si può ascoltare fra l’altro qui, mentre la partitura è qui) disegna su queste parole le sue migliori cromature liriche: raccomandazioni tra le più preziose del bagaglio apostolico per la condotta dei cristiani nel mondo sono raccolte in questa antifona. Il gaudium dei discepoli di Gesù è spesso frainteso, negato o calunniato, perché essi stessi si soffermano di rado a soppesare la grande portata dello stile di vita spalancato dal Cristo: non sembrano affatto gioiosi, molti cristiani, e forse in certa parte non lo sono neppure, ma raramente si ricorda che il gaudium che è frutto dello Spirito ha per oggetto la felicità, e non l’allegria. Ora, noi sappiamo che l’allegria dis-trae, mentre la felicità con-centra, ma chi non lo sa può non capire come si possa essere gioiosi anche nelle umiliazioni e nei fallimenti, e su che basi Paolo avesse raccomandato, già fin dalla prima Lettera ai Tessalonicesi: «Godete sempre; / pregate incessantemente; / in ogni circostanza rendete grazie» (5,16-18).

Ed è proprio dell’ultimo Papa che di Paolo ha preso il nome l’Esortazione Apostolica alla gioia (Gaudete in Domino, 1975): curioso che il suo atteggiamento riservato gli fosse valso il nomignolo di “Paolo Mesto”, perché invece nella sua Esortazione si trovano acuti spunti di riflessione sulla tristezza che mina la felicità dell’uomo, proprio mentre l’allegria lo di-verte e lo dis-trae. «È l’uomo, nella sua anima, che si trova sprovvisto nell’assumere le sofferenze e le miserie del nostro tempo. Esse lo opprimono quanto più gli sfugge il senso della vita; non è più sicuro di se stesso, della sua vocazione e del suo destino, che sono trascendenti. Egli ha desacralizzato l’universo ed ora l’umanità; ha talora tagliato il legame vitale che lo univa a Dio. Il valore degli esseri, la speranza non sono più sufficientemente assicurati. Dio gli sembra astratto, inutile: senza che lo sappia esprimere, il silenzio di Dio gli pesa. Sì, il freddo e le tenebre sono anzitutto nel cuore dell’uomo che conosce la tristezza. Si può accennare qui alla tristezza dei noncredenti, allorché lo spirito umano, creato a immagine e a somiglianza di Dio, e perciò a Lui orientato come al proprio bene supremo, unico, resta senza conoscerlo chiaramente, senza amarlo, e di conseguenza senza provare la gioia, che arrecano la conoscenza benché imperfetta di Dio e la certezza di avere con Lui un vincolo che nemmeno la morte potrebbe infrangere».

Lo diceva, Ireneo, che «la gloria di Dio è l’uomo vivente»: per questo l’uomo che non si educa a percepire la gloria di Dio «nella gioia del suo cuore» non è più vivente – «la vita dell’uomo è vedere Dio». Proprio perché il Nemico colpisce promuovendo la dispersione delle persone, che si trovano sempre più slegate e spaesate, la Domenica Gaudete ricorda che la gioia dev’essere dimensione esistenziale portante della vita redenta. A dirla tutta, il gaudium è un vero carisma teologale (se non si usa il sintagma in senso strettissimo, visto che risulta piuttosto rientrare tra i frutti che tra i carismi dello Spirito), perché nasce da Dio come proprietà tipica della vita trinitaria e si diffonde tra gli uomini tramite quelli che vivono la vita nuova in Cristo, al di qua e al di là delle parole.

Si mostrano inconsapevoli del tesoro lasciato loro in eredità, i cristiani, quando si lasciano più o meno apertamente persuadere che la gioia sia una prerogativa del mondo, mentre è vero il contrario. Così aveva scritto Paolo VI, a proposito di un mondo che soffre perché sempre meno ha pazienza di gioire: «Ci sarebbe anche bisogno di un paziente sforzo di educazione per imparare o imparare di nuovo a gustare semplicemente le molteplici gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino: gioia esaltante dell’esistenza e della vita; gioia dell’amore casto e santificato; gioia pacificante della natura e del silenzio; gioia talvolta austera del lavoro accurato; gioia e soddisfazione del dovere compiuto; gioia trasparente della purezza, del servizio, della partecipazione; gioia esigente del sacrificio. Il cristiano potrà purificarle, completarle, sublimarle: non può disdegnarle. La gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali».

Così nel gaudium – nel suo dono e nella paziente ascesi che bisogna esercitare per fruirne – sta il trait d’union tra la cosiddetta “dimensione verticale” e la cosiddetta “dimensione orizzontale” della vita cristiana: in realtà, non esiste una morale cristiana se non quella che comprenda le leggi come strumenti per corrispondere liberamente alla Grazia di Dio data in Gesù Cristo, e che sia finalizzata alla sempre più splendida rivelazione della vita del Figlio di Dio in ogni uomo.

Anche se il gaudium dei cristiani sembra spesso un’eccentricità fuori luogo, quando non una completa mancanza di “senso pratico”, in realtà è la concretezza della storia a mostrare che essi affondano le loro radici nel mondo tanto più caparbiamente quanto più “il principe di questo mondo” tenta caparbiamente di sradicarle, e in modo del tutto inverosimile – ma altrettanto verificabile! – la marcia della fede di Gesù non rallenta, e anzi riprende forza dove più il Nemico l’aveva ostacolata. «Tuttavia – precisò Gesù puntuale – non vogliate gaudere del fatto che gli spiriti si sottomettono a voi: rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). «E la pace di Dio – concludeva Paolo – la quale eccede ogni senso e idea, custodisca i vostri cuori e le vostre intelligenze in Cristo Gesù» (Fil 4,7).

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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2 Comments on Godete sempre!

  1. Stefano Scogna // 11 dicembre 2011 a 17:23 //

    “assente”. A domani

  2. Stefano Scogna // 11 dicembre 2011 a 17:21 //

    Giovanni, c’è un’espressione che mi ha colpito nell’antologia (questa sì in senso etimologico) su cui si basano la tue ultime riflessioni e la tua accorata esortazione: “il silenzio di Dio”. Dio esiste, ma non sembra essere un “genitore” presente secondo le sue potenzialità. Cosa ci sarebbe di tanto assurdo se “di Persona” ci augurasse una buona giornata e ci desse il bacio della buonanotte, se rendesse TUTTI gli esseri umani ricolmi del suo amore e partecipi INEQUIVOCABILMENTE della sua essenza privi di “materia”. Non si è “tristi” perché non si creda nella sua esistenza, si è “tristi” perché Lo/La si percepisce…

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