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Il tempo della mirra

Il dolore, la passione, la morte: il dono “fuori catalogo” del terzo mago

«…Tutti verranno da Saba, portando oro e incenso /
e proclamando le glorie del Signore» (Is 60,6). E la mirra? Che fine ha fatto la mirra? Le Scritture avevano parlato con chiarezza di un riconoscimento regale da tributare al Messia, ma sui dettagî erano rimaste necessariamente vaghe: «I re di Tarsis e delle isole portino tributi, /
i re degli Arabi e di Seba offrano doni. /
Tutti i re si prostrino a lui, /
lo servano tutte le genti» (Sal 71,10-11). Una duplice anomalia si staglia tra la tradizione dei “tre re magi” che tutti conosciamo e i testi cui essi si riferiscono: da un lato nessuno ci riferisce del loro numero, ma questa si risolve facilmente col riferimento al numero dei doni; dall’altro, invece, Matteo sembra non curarsi dell’opportunità di raccogliere degli importanti dati biblici – proprio lui che invece è sempre attentissimo a illuminare i fatti della vita di Gesù (anche i dettaglî apparentemente più irrilevanti) con passi delle Scritture giudaiche. Insomma, perché Matteo si limita a dire che i suoi personaggî vengono «dall’Oriente» (Mt 2,1), come se non fosse valsa la pena di ricercare se per caso venissero addirittura da Seba? Forse il problema è che già allora nessuno sapeva più con certezza dove fosse Tarsis? E se fosse stata a Occidente, magari verso la Spagna, invece che a Oriente? Matteo sapeva bene, del resto, che il riferimento all’Oriente bastava e avanzava, per delle orecchie raffinate al fuoco della Scrittura d’Israele, a individuare l’azione sovrana del Messia, che il Signore avrebbe suscitato autonomamente e in un modo sorprendente.

Va bene, ma c’è un altro problema: com’è che un autore meticoloso come Matteo non ha speso una parola per spiegare l’inattesa abbondanza dei doni dei Magi rispetto a quanto le Scritture predicevano? Sull’oro e sull’incenso ci siamo, e Matteo avrà gioito nel vedere adempiuta nella vita di Cristo un’ennesima profezia; ma la mirra? Chi ha pensato a portare la mirra? Certo non si può fare una colpa a Baldassarre (o a chi per lui) di non essersi rigorosamente attenuto a Scritture che egli esplicitamente non conosceva, ma perché Matteo non è più esplicito? Perché non mette una nota chiarificatrice? L’unico che mostrerà, secondo il racconto di Matteo, di aver capito il senso di quell’olio, è lo stesso Gesù, ma anche lì l’Autore si mostrerà piuttosto sornione: quando infatti Gesù verrà unto a Betania, Matteo si limiterà a parlare di «un olio profumato di profondo valore» (Mt 26,7), ancora una volta senza scendere in dettaglî. Tanto più strano, visto che Giovanni, raccontando un episodio analogo, trova opportuno dire di che tipo di olio si tratta – e nel suo racconto, comunque distinto da quello di Matteo, si tratta di nardo. Come che siano andate le cose, nell’uno e nell’altro caso (se si tratta di casi distinti), la mirra non è il nardo e il nardo non è la mirra. Su una cosa però Gesù ha le idee chiare, e sono le idee che vanno a colmare il silenzio di Matteo sul terzo dono, che non era preannunciato dai profeti: quell’olio era stato donato in previsione della sua sepoltura (Mt 26,12 ; Gv 12,7).

Cosa tanto più sconvolgente, se si considera che nelle Scritture si parla spesso di olî e di unzioni, ma che normalmente queste fanno riferimento a cariche importanti e titoli onorifici, quali quelli di re e di profeta. Così mille e mille volte nella Tradizione cristiana, di Gesù si predicherà l’unzione «con olio di letizia» (Sal 44,8), e quest’olio sarà quasi sempre identificato con lo Spirito che il Padre manda sul Figlio nel momento del battesimo. L’olio del terzo mago, invece, è un olio di portato più oscuro, quasi di presentimenti sinistri: solo la pace sovrana del Figlio eterno di Dio potrà enunciarne il valore, riconoscendolo negli olî di Betania, ed è ragionevole supporre che anche dalla sua bocca la didascalia sia riuscita sempre a sgomentare gli ascoltatori.

Perché? Perché ancora dopo la Pasqua il messia dovrà soffermarsi a spiegare ai discepoli, raccogliendoli alla spicciolata: «Non bisognava che il Cristo patisse?» (Lc 24,26). Proprio perché “bisognava”, il terzo mago s’è presentato con quest’olio “fuori catalogo”. Nei secoli, l’intelligenza della Chiesa comprenderà sempre più a fondo la portata sintetica del mistero del Natale, e dell’epifania del Messia al mondo dirà: «Oggi la Chiesa si congiunge allo sposo celeste, perché nel Giordano Cristo lava le colpe di lei; i Magi accorrono con doni alle nozze regali; gli invitati, poi, si rallegrano dell’acqua trasformata in vino» (Antifona al Benedictus, Lodi mattutine dell’Epifania).

Gesù si attarderà coi discepoli dopo la risurrezione, per mostrarlo; Paolo se ne farà un punto d’onore della predicazione tra ebrei e pagani; se le Scritture dicono della necessità delle sofferenze del Messia, di certo non sono comprensibili, in questo, che sotto l’azione dello Spirito che le ha ispirate. Per questa ragione non solo i discepoli, ma anche quel conoscitore totale della Scrittura (ma analfabeta della Parola) che è il diavolo, non hanno potuto comprendere il mistero di Dio, che «non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito» (Ef 3,5).

Il Natale è il tempo della mirra perché è l’ora dell’Avvento del Messia più imprevedibile, ovvero dell’unico di cui avevamo davvero bisogno. Il Dio bambino viene nel segno della sofferenza prima della predicazione eversiva, prima dell’annuncio del Regno, prima dell’incontro con il traditore e dello scontro con i farisei, con i sacerdoti e con i capi del popolo: la mirra segna la missione del Redentore perché Adamo soffre, e perché chinandosi Dio mostra la propria compassione e la propria umanità (cf. Tt 3,4).

Il mistero della mirra è conservato dalla Chiesa nei segni efficaci dei suoi sacramenti, che Benedetto XVI ha rimandato al “duplice mistero del monte degli ulivi”, «dove Gesù si è trovato drammaticamente davanti alla via indicatagli dal Padre, quella della Passione, del supremo atto di amore, e l’ha accolta. In quell’ora di prova, Egli è il mediatore, “trasportando in sé, assumendo in sé la sofferenza e la passione del mondo, trasformandola in grido verso Dio, portandola davanti agli occhi e nelle mani di Dio, e così portandola realmente al momento della Redenzione”». Il collegamento sussiste in forza del fatto che «“l’Orto degli Ulivi è … anche il luogo dal quale Egli è asceso al Padre, è quindi il luogo della Redenzione … Questo duplice mistero del Monte degli Ulivi è anche sempre “attivo” nell’olio sacramentale della Chiesa … segno della bontà di Dio che ci tocca”».

Come spesso accade, ciò di cui più abbiamo bisogno è anche ciò che meno amiamo pensare e per cui meno ci viene da ringraziare: «Non fissarti, uomo – è la voce di Bernardo, questa! – su quello che tu patisci, ma su quello che egli ha patito!». Di lì sgorga infatti l’invisibile ma vera ed efficace potenza che alimenta la felicità degli amici di Dio: «L’attenzione e la cura pastorale verso gli infermi – è il Papa che parla –, se da un lato sono segno della tenerezza di Dio per chi è nella sofferenza, dall’altro arrecano vantaggio spirituale anche ai sacerdoti e a tutta la comunità cristiana, nella consapevolezza che quanto è fatto al più piccolo, è fatto a Gesù stesso».

Dove c’è il profumo della mirra c’è il profumo di Cristo, anche quando il suo nome non è esplicitato o neppure è conosciuto: certo Baldassarre adora il Dio Bambino con tutte le sue forze, eppure non sa cosa sarà di lui, né sa di quale tremendo mistero il suo dono è presagio. Così l’ultimo successore di Pietro, l’amico di Gesù, non si vergogna di ringraziare a nome suo e della Chiesa «quanti operano nel mondo della salute, come pure le famiglie che nei propri congiunti vedono il Volto sofferente del Signore Gesù», i quali «nella competenza professionale e nel silenzio, spesso anche senza nominare il nome di Cristo, Lo manifestano concretamente».

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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1 Comment on Il tempo della mirra

  1. Laico.per.necessità.e.per.bisogno // 8 gennaio 2012 a 21:51 //

    Mirra non è “docciaschiuma”, ma unzione del “Cristo morto”, predestinato, se è vero che esiste l'”Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis” (per l’attribuzione dell’autore, lavoro da filologi), ma non se ne parli troppo come consiglia s. Ignazio di Loyola. Bestemmia “gettonata” purtroppo (“Mannaggia il “etc etc. !”). Il libro di Giona e Hans Urs von Balthasar potrebbero chiarire le idee a molti. Il Poverello d’Assisi “mostrava agli occhi di tutti, per un privilegio singolare, l’effigie della Passione di Cristo e, mediante un miracolo mai visto, anticipava l’immagine della resurrezione” (LegM, ff 1246).

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