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Aborto: una morte senza lutto?

Il “giardino degli angeli” aiuta la riflessione sull’elaborazione dolorosa di una perdita

Ha fatto discutere l’inaugurazione del “giardino degli angeli” di Roma, un’area di 600 metri quadri all’interno del cimitero laurentino per la sepoltura di chi non è mai venuto alla luce.

Una scelta, non prevalentemente antiabortista, ma rispettosa dei feti-bambini che, senza richieste esplicite, verrebbero smaltiti come normali “rifiuti ospedalieri”.

Lo spazio adibito al ricordo dei “non-nati”, sarà, così, occasione di preghiera, di memoria, di rispetto per quel piccolo portato in grembo qualche settimana, qualche mese e sicuramente aiuterà l’elaborazione della morte, del lutto, processo doloroso che spesso si cerca – non solo nelle interruzioni di gravidanza – di negare. «L’aborto, spontaneo, terapeutico o volontario, – spiega Marisa Ciarfella, psicologa – è sempre un’esperienza destrutturante per la psiche della donna, perché comporta inevitabilmente un vissuto di morte e di perdita. La radice etimologica della parola “aborto” risiede nel termine latino abortus (da ab–orior) che letteralmente significa “venir meno nel nascere, morire”. Con questo termine, che è il contrario di orior=nascere, si intende la fine del ciclo vitale del figlio in utero. La parola “aborto” ne richiama inevitabilmente un’altra, il lutto, anch’essa derivante dal latino luctus (da lugere) che significa “pianto, afflizione profonda causata dalla perdita di una persona cara. Morte e lutto descrivono il vissuto esperienziale dell’aborto, anche quando questo è “razionalmente” volontario, scelto, programmato e non accidentale, perché è una scelta emotivamente sofferta».

Il lutto post abortivo, pertanto, è un lutto plurimo perché le perdite da affrontare sono molteplici, e concatenate le une alle altre. «La donna sperimenta sofferenze diverse su piani diversi – continua Ciarfella dopo aver citato Congleton, Calhoun, Bagarozzi, Salvesen, Spanuolo – che riguardano l’interruzione della relazione con il bambino, una frattura tra il prima e il dopo dell’aborto rispetto al suo modo di percepire la realtà, ma anche di giudicarsi e di valutare le sue relazioni. Non ama parlare di quella esperienza, cerca di farsi forza, di dimenticare, di riempire il vuoto buttandosi nel lavoro o in qualche attività che aiuta a non pensare. È come se l’ambiente sociale non le permettesse di soffrire per quello che è invece un lutto vero e proprio, la perdita di quello che aveva immaginato e amato come figlio, dei sogni, delle aspettative del ruolo di mamma».

Tale realtà è altrettanto vera per coloro che “scelgono” volontariamente l’interruzione di gravidanza. «La società attuale ha svuotato culturalmente l’aborto del suo reale significato di morte (del bambino) e di perdita (per la madre) – spiega ancora la signora Marisa citando Rivaldi – ed omette che ogni perdita prevede un lutto, rendendo così l’aborto “una morte senza lutto, senza dolore, una morte neutra e addirittura spensierata”. E questo è ancor più vero per chi interrompe volontariamente una gravidanza. Si tende a pensare che chi sceglie di abortire abbia una consapevolezza tale da non provare sentimenti luttuosi; invece il lutto accade comunque: anzi, il conflitto intrinseco all’aborto volontario, scegliere tra la vita e la morte, rende l’evento luttuoso particolarmente grave sia da condividere che da gestire ed elaborare».

Le conseguenze dell’aborto sul piano psicologico e sulla successiva qualità della vita non sono mai trascurabili, anche se diverse da persona a persona; entrano, infatti, in gioco risorse personali, di coppia, familiari e sociali. «Per lo più le donne sperimentano un intenso vissuto di colpa che le accompagna per anni; dopo l’aborto la psiche femminile è maggiormente vulnerabile allo stress psicofisico ed è stata descritta una vera e propria sintomatologia da lutto complicato, in cui ai sintomi tipici del lutto si affiancano segni e sintomi di patologie psichiatriche ben strutturate: aspetti depressivi, attacchi di panico, condotte autolesive, disturbi del comportamento alimentare. Nella maggior parte dei casi, questa sofferenza resta inespressa, perché le donne non si sentono degne e libere di soffrire per un dolore di così tante attribuzioni di significato da essere snaturato nella sua essenza luttuosa. Molte donne isolano il loro lutto a livello subconscio o inconscio, prendendone le distanze e negando l’effettiva portata della loro sofferenza, allo scopo di auto-curare quel dolore che non sembra condivisibile; ma questo lutto congelato può esplodere a seguito di esperienze legate al ciclo riproduttivo e portare a delle riacutizzazioni».

Ugualmente per l’aborto volontario, «sempre l’esito della paura e della profonda solitudine della donna; è un evento tragico, una risposta violenta e mortifera a difficili problemi individuali, relazionali, sessuali e sociali che ferisce per sempre la persona negli aspetti più intimi e profondi dell’identità».

Insomma, l’aborto, sia esso spontaneo, sia esso volontario – senza volerne fare in questo articolo una questione etica – come ogni tipo di lutto, va elaborato e non negato ed «occorre il tempo, il sostegno, l’affetto delle persone vicine – conclude Marisa Ciarfella – e la possibilità di esprimere sentimenti dolorosi. E’ fondamentale accettare l’esperienza vissuta, accettare la sofferenza che ne consegue e acquisire il giusto rispetto per se stesse. Non si tratta di razionalizzare il dolore, ma di stare con il dolore mentale, viverlo e tenerlo accanto senza esserne sopraffatti».

 

About Simone Chiappetta (424 Articles)
Direttore responsabile del notiziario online "Laporzione.it" e responsabile dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne. Laureato in Scienze della Comunicazione sociale e specializzato in Giornalismo ed Editoria continua la ricerca nell'ambito delle comunicazioni sociali. Ha collaborato con quotidiani di cronaca locale e ha coordinato negli ultimi anni la pagina diocesana di Avvenire.
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