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Nel nome del Ctrl, del C e del V. Amen

Premesse e conseguenze di un culto strutturalmente inabile a generare cultura

Nessuno stupore che sia sorta una “religione” come il copimismo: è ovvio che quando gli uomini smettono di credere in Dio cominciano a credere in tutto il resto. Nessuno dovrebbe poi scandalizzarsi che una religione possa sorgere con sentenza di un tribunale: in effetti ogni religione sorge “dal basso” e solo in seguito diventa (talvolta) tale che gli organi statali pensino di dover fare i conti con essa. Col Cristianesimo questo è accaduto relativamente tardi, quando – all’inzio del IV secolo – la Chiesa era già toto orbe diffusa, nonché dottrinalmente e disciplinarmente molto articolata.

Un’opportuna differenziazione andrebbe fatta per i culti civili che grandi eventi sociopolitici hanno tentato d’imporre “dall’alto”, come è avvenuto tra la Révolution e il Terrore, nel bolscevismo leninista-staliniano-trotskista, nel nazionalsocialismo hitleriano, e in certo modo nell’Italia del fascismo precedente ai Patti Lateranensi. Di limitato effetto e di longevità (storicamente) modesta, essi sono dei goffi tentativi di sacralizzazione del potere (ossia in fondo di autolegittimazione, come sempre), e mettono contraddittoriamente in pratica quanto teorizzano nella loro visione della religione, ridotta a instrumentum regni.

Qualcosa di analogo, ma a metà tra i due paradigmi, ha fatto Isak Gerson, il diciannovenne svedese che il 5 gennaio ultimo scorso ha ottenuto dal “kammarkollegiet” svedese (l’agenzia statale addetta ai servizî legali, finanziarî e amministrativi) il riconoscimento della “Chiesa Missionaria del Copimismo”. Qui l’iniziativa è “dal basso”, come nel primo paradigma (che è il più comune), ma la dinamica della posizione del nuovo culto è “dall’alto”, come nel secondo paradigma.

Come chiunque infatti può verificare appena spulciando la pagina ufficiale del gruppo “religioso” (o un qualunque articolo che seppur sommariamente lo presenti), il copimismo si conforma rianimando in qualche modo la carcassa delle categorie concettuali cristiane. Sarebbe interessante qui aprire una profonda digressione sul contributo che il luteranesimo scandinavo ha portato nel processo di depauperazione estrema del bagaglio semantico cristiano (magari mitigando lo smodato giudizio di Langone sul “caso Breivik”), ma di certo non è questa la sede adatta.

Anche solo per sommi capi si può tuttavia rilevare come non sia affatto inerente alla natura intrinseca di un gruppo religioso, in quanto tale, l’appellativo di “chiesa”; lo stesso si dica dell’attributo “missionaria”, perché vi sono molte religioni (anche grandi, antiche e in certo modo “vere” come l’ebraismo) che per loro natura non sono missionarie.

Entrando più nel dettaglio, tuttavia, si trovano incongruenze teoretiche di portata sociologica anche più rilevante: l’assunto fondamentale del copimismo è che «l’informazione è sacra», e che quindi «la divulgazione di notizie è un dovere». Qui sta l’afflato propriamente missionario del copimismo, che si vendica se non altro della grave trascuratezza in cui non poche comunità ecclesiali cristiane sono incorse, negli ultimi decennî, quanto all’insegnamento della verità.

Gerson, però, dal biblicissimo nome, si spinge oltre e afferma che «le combinazioni “Ctrl+C” e “Ctrl+V”  sono il sacramento del copimismo». È vero che la Svezia è in uno stato avanzato di decomposizione ecclesiale, come è vero che già Lutero aveva minato radicalmente il concetto di “sacramento”, ma uno studente di filosofia quale Gerson si vanta d’essere non dovrebbe, ancorché diciannovenne, usare di simili concetti con tanta beata nonchalance.

Non solo una religione senza Dio (di queste ve n’è già in abbondanza), ma una religione dell’umanesimo ateo in quanto tale, ossia (se stessimo parlando di una cosa seria) un evento storico destinato a una tragedia inconsapevole, precisamente a motivo dell’inconsistenza del suo concetto di “sacramento”. Il solo motivo per cui il fenomeno va considerato seriamente, pur essendo evidentemente tutt’altro che una cosa seria, è che non a caso la parola “cultura” deriva da “culto”, e non viceversa.

Delle moltissime definizioni e concettualizzazioni di “sacramento”, nella storia del cristianesimo, una ha tenuto tutti gli smottamenti e le traversie della teologia: «Accedit verbum ad elementum et fit sacramentum» («La parola interviene sull’elemento e avviene il sacramento»). La ragione per cui, almeno da Ambrogio di Milano in poi, questo adagio teologico non è stato mai sovvertito, è che la liturgia cristiana sussiste necessariamente, in analogia alla stessa Rivelazione, in «parole e gesti intrinsecamente connessi tra di loro» (DV 2). La parola ha dunque nella realizzazione del sacramento un ruolo funzionale e operativo; un ruolo necessario e indispensabile, dunque, ma non totale. Ciò che il copimismo esalta invece come “sacramento” è una pura funzione, “venerata” a prescindere dalla variabile ad essa connessa: “copia” e “incolla” vengono “onorati” a prescindere dal cosa si copî e si incolli, ossia a prescindere dall’elementum.

La ripercussione che questa grave tara speculativa comporta è culturalmente mortifera (giacché è cultualmente sterile): “copiare” e “incollare” è un procedimento che, confinato in se stesso, non produce affatto cultura. Anche il Venerabile Jorge di Eco lo sapeva, che la vera cultura si dà soltanto in «una mera, costante e sublime ricapitolazione», ma “ricapitolazione” co-involge nel processo di “copia-e-incolla” l’implicita rielaborazione che l’elemento antropico soltanto (ma necessariamente!) com-porta. Così il racconto dell’esodo dall’Egitto, nella Bibbia, può essere svolto e raccolto, citato e richiamato continuamente, senza che questo ne mini la fecondità narrativa, la potenza logica, la camaleontica polivalenza.

Il copia-e-incolla si riduce quindi, in breve, a un midrash senz’anima, in cui l’arte del racconto (veramente divina) viene ipostatizzata a prescindere dal suo contenuto – eh, sì, perché ogni contenuto richiama, in un modo o nell’altro, la questione della verità.

Non se ne esce, se si vuol far cultura: l’insistente presenza di Dio si ripresenta inesorabile, pur se cacciata dal portone della metafisica (e sprangata la finestra della teologia), dai minuscoli e capillari interstizî del senso, della credibilità, della «ben rotonda verità» di tutto l’essere. Il copimismo è tuttavia una zattera troppo maldestra per essere destinata al naufragio: si arena già nel suo cantiere, sulla sabbiosa aridità di domande che nessun’acqua si vuole che bagni: «Copiare cosa?», «Incollare perché?».

Tutto questo pour parler, sia chiaro, senza prenderci troppo sul serio e senza prendere le cose troppo alla leggera: in realtà (ovvero in quel meschino quadro di tornaconti quotidiani in cui gli uomini senza radici e senza avvenire si confinano) perfino quei creduloni dell’UAAR ci hanno pensato, che se da noi in Italia è stato possibile «per i rastafariani rivendicare il diritto di fare uso di marijuana per motivi religiosi, non ci vuole molta fantasia per capire quali deroghe potrebbero pretendere i kopimisti». La prova del nove: dove il culto è il copia-e-incolla, quale artista dovrebbe ingegnarsi a creare per fare cultura?

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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1 Comment on Nel nome del Ctrl, del C e del V. Amen

  1. Stronzo.che.gallegia // 11 gennaio 2012 a 20:25 //

    Eh già! (Non è JAH, benintesi, come direbbe qualcuno: “ro’bb’a da matti” cacchio cacchio catt…q) Dopo Lennon mettiamo al rogo Kierkegaard!!! Ma stiamo scherzando???(!). Ragazzi, moderati, noi, credo, gradiamo i “f”ioroni!!! E quel gran genio di Soren, l’unico giansenista che “mi” piace! A me: benintesi, anomimo stronzo che galleggia qual sono!

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