“Cristianofobia”: la trappola

Il caso Castellucci, ingiurie “artistiche” al volto di Cristo: la questione grave. L’insipidimento del cristianesimo: la questione seria

«Despectus erat et novissimus virorum,
vir dolorum et sciens infirmitatem
»

(«Era disprezzato, l’ultimo fra gli uomini;
l’uomo dei dolori, che conosce bene il patimento»)

(Is 53,3)

Ci vorrebbe la voce di Anna Reynolds, come nel 1972 l’aveva diretta Karl Richter sulle note del Messiah di Händel, per impostare la mente sulle giuste coordinate, prima di prendere parola sullo “spettacolo” di Romeo Castellucci dal titolo “Sur le concepte du visage du Fils de Dieu” (“Sul concetto di viso del Figlio di Dio”, che approda in questi giorni a Milano dopo aver lasciato incendiate le piazze – più che le tribune – francesi).

Basta fare una rapida rassegna stampa in merito per capire che in tutta questa storia la prima cosa da criticare, e da criticare duramente, è l’infelicissimo conio del termine “cristianofobia”: i ranghi dei nemici del cristianesimo si serrano, e a quelli si compatta buona parte dell’ampia fascia dei curiosi-diffidenti-indecisi(-ipocriti), dal momento che dall’altro lato si ammucchia una barricata di persone indistintamente armate di gonfaloni, rosarî e maledizioni. «Non chiamiamoli cattolici»: ha potuto (non del tutto insensatamente) dire Castellucci, in conferenza stampa. Perché no? Perché, come ha scritto il portavoce della Curia milanese, un eccessivo tam-tam potrebbe facilmente risultare improvvido quanto alla cassa di risonanza che involontariamente offrirebbe allo spettacolo? Questo lo sostiene, non senza una buona dose di controllatissimo sdegno, Andrea Tornielli nel suo blog, ma c’è di più: l’idea stessa di coniare un concetto come quello di “cristianofobia” è la più malsana e malaccorta delle perversioni in contesto.

È presto detto perché: sul mero piano etimologico, la parola evidenzierebbe un contenuto chiaro e incontestabile del cristianesimo. C’è una paura dei cristiani, come c’è, nel mondo, una paura di Cristo: lo spirito della divisione in persona è sconvolto dalla manifestazione del Figlio di Dio e dall’inaudita valanga di emulazioni da lui scatenate nella storia, ed è «pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo» (Ap 12,12). Ma che cristiano è uno che si stupisce di questo? In fondo il suo Maestro era stato terribilmente onesto: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15,18-19).

Il vero scandalo, quindi, è che dei sedicenti cristiani abbiano dimenticato che la persecuzione è un elemento quasi-strutturale del cristianesimo (e il “quasi” non è a caso, perché riguarda la certezza della contingenza, non la necessità di un qualsivoglia fatalismo): il frutto è degno dell’albero, perché richiedendo al mondo una giustizia che il mondo non può, non sa e non vuole dare loro, finiscono per inventare un neologismo sul conio di quei termini di denuncia rivendicazionista che vanno di moda nelle ultime décadi. “Cristianofobia” come xenofobia e omofobia: il problema non è solo (e non è tanto) che si tratta di parole piagnucolose e risentite, ma soprattutto che sono concetti rivendicanti una pariteticità cui il cristianesimo, dietro al suo Fondatore, ha rinunciato.

La rappresentazione di Castellucci, dunque, è l’ultimo dei problemi dei cristiani, laddove bisogna riconoscere che la superficialità della formazione di non pochi di loro dà luogo a simili voraginose amnesie circa il cuore della loro missione: il concetto di “cristianofobia” è una trappola, perché la parola deve la sua presentabilità sociale a nient’altro che all’essere intrisa di mondanità, completamente evacuata di ogni briciola di Vangelo. I cristiani che chiedono di essere trattati come gli altri sono il sale che ha perso il suo sapore, che non sa più darne, di sapore, a niente e a nessuno, e che non merita se non l’indistinto calpestio dei passanti.

La mondanità di questo spirito è tristemente evidente nei siti che – in questo come in altri casi – alimentano la polemica con uno starnazzare sgangherato. Doppiamente doloroso, del resto, è vedere come le voci moderate e intelligenti siano quasi assenti, e questo attenua parzialmente l’irresponsabilità dei sedicenti “tradizionalisti” (la Tradizione è una cosa seria!). In essi si rovescia, restando vero, l’exemplum del manzoniano Federigo Borromeo che, trattenuto da un chierico dal recarsi a parlare con l’Innominato, risponde: «Oh, che disciplina è codesta, […] che i soldati esortino il generale ad aver paura?». Ora, un esercito non ha bisogno di soldati che esortino il generale alla carica più di quanto ne abbia di soldati che lo esortino alla fuga: è perlomeno strano che gente che si gloria a ogni piè sospinto dei nomi santi di Dio e della Chiesa si ritrovi da un momento all’altro a sferzare irriverentemente Vescovi e Cardinali, come se essi non fossero quei “successori degli Apostoli” e quei “Principi della Chiesa” che a parole millantano di ossequiare.

Come valutare, ad esempio, il fianco che un De Mattei porge alle velenose penne dell’UAAR? «Nella sua critica al “laicismo” e alla “ideologia anticristiana”, il professore ne ha anche persino per Julia Kristeva, tra le invitate dal papa al Cortile dei Gentili»: se quegli agguerriti mentecatti possono scrivere così, è perché agli occhî di tutti è chiaro che certi personaggî sembrano ritenere di aver risolto l’annoso problema della censura. «Quis custodiet – chiedeva Giovenale nella VI satira – ipsos custodes?»: ma è chiaro, ci penseranno loro a richiamare i Vescovi al loro lavoro! Quando questi poi faranno ciò che loro dicono, quelli finalmente faranno ciò che dicono questi. Certi “tradizionalisti” farebbero bene a ristudiarsi (se mai l’hanno fatto) com’è che i veterocattolici sono diventati eretici.

Tutto ciò significa rassegnarsi a giacere proni alla persecuzione e alla bestemmia? Ma nient’affatto: queste sono le ragioni per cui, prima di preoccuparsi di come reagire alla persecuzione, bisogna preoccuparsi di restare cristiani. Così scrive il domenicano Giovanni Cavalcoli al regista (la lettera merita di essere letta tutta, qui), mostrando un’ammirabile sintesi di acume teoretico e di delicatezza psicagogica: «[…] Ma Lei, caro Castellucci, che cosa ha voluto fare esattamente con la sua rappresentazione? Non è assolutamente chiaro. Ha voluto esprimere anche Lei questo odio o, come sembra voler dire nella sua dichiarazione esplicativa, ha inteso mostrare la sublimità e maestà del volto di Cristo, che campeggia e domina la scena nonostante e al di là delle offese che subisce e che guarda con occhio divino il “martirio dell’uomo”? Che cosa ha voluto fare: prendersela col volto di Cristo, forse anche Lei esasperato da qualche delusione o turbato da qualche crisi di coscienza, o denunciare i peccati che gli uomini compiono contro Cristo, il cui volto comunque campeggia e permane nel destino degli uomini?».

La sfida per i cristiani, infine, non è una gara a chi ostenta più indifferenza per il vilipendio ai segni santi della loro fede. È innegabile, del resto, che una pioggia di sterco sul volto di Cristo è una degna parafrasi dell’inaudito versetto paolino: «La parola della croce infatti è pazzia per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano – per noi – essa è sapienza di Dio e potenza di Dio. […] E mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano la sapienza noi predichiamo Cristo, sapienza di Dio e fortezza di Dio» (1Cor 13,18.22-23).
Una cosa che va riconosciuta con franchezza e onestà intellettuale è che tutti gli uomini (e i cristiani, a cominciare da Pietro, sono uomini) hanno sempre cercato di separare il più distintamente possibile il Cristo in cui volevano credere dal Crocifisso, che neppure osavano guardare (come già profetava Isaia!): anche dopo i portali di Santa Sabina, l’implicito imbarazzo di essere guidati da un pastore così fiacco e mondanamente impotente, come Cristo, ha spinto i cristiani a ingemmare ed estetizzare le membra del Crocifisso fino a portarlo a quei languidi efebi che si sono talvolta visti tra barocco e neoclassicismo. Un merito da riconoscere all’opera di Castellucci, dunque? No, certo, come non si deve riconoscere a Giuda alcun merito della Redenzione: «Il Figlio dell’uomo – aveva detto Gesù, mostrandosi il Regista, lui sì!, della storia – se ne va come è scritto di lui, ma guai all’uomo mediante il quale è consegnato…» (Mt 26,24).

Su quel “come” verte il peso della disposizione di Gesù sul proprio fine e su quello del cristianesimo: non avendo infatti un mero valore causale, ma anche (e fortemente) modale, quella parola indica che il contegno del giusto «odiato senza ragione» (Sal 34,19 ; 68,3 ; Gv 15,25) è il provvido strumento perché si riveli in ogni angolo della storia chi è veramente Dio e perché è l’unico candidato a essere «il bel pastore» (Gv 10,1-21).

Invece, sul mitissimo Cristo benedicente di Antonello da Messina campeggia infine, al termine dello “spettacolo”: «You are not my sheperd». Questo ritorcere il Salmo 21 contro chi vi s’è lasciato identificare è lo schiaffo che scatena la parola di Cristo caratterizzante il contegno dei cristiani perseguitati lungo la storia: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi schiaffeggî?» (Gv 18,23). Così Blandina, la schiava straziata a suon di tenaglie, poco più di cent’anni dopo il suo Maestro: «Noi cristiani non abbiamo fatto niente di male». Ecco perché i cristiani non devono chiedere che un teatro, un sindaco, un governatore, uno Stato intervengano a far giustizia per loro: nessuno muoverà un dito, e se lo facessero isterilirebbero la loro fecondità evangelica. L’opera di Castellucci è per i cristiani solo un’altra occasione di manifestazione dell’incontenibile gloria del Crocifisso: gloria dolorosa, certo, ma è la gloria del Re coronato di spine. Quell’unica parola di Cristo schiaffeggiato – «Perché mi percuoti?» – è stata così lungamente ruminata dalla Tradizione (quella vera!) della Chiesa che ne sono scaturiti i versi delle Lamentationes Domini, in cui la voce del Redentore crocifisso ripercorre mestamente le meravigliose iniziative di Dio a favore degli uomini, i quali fraintendono, travisano, rinnegano, insozzano e maledicono: «Popolo mio, che male ti ho fatto? / In che ti ho contristato? Rispondimi: / io t’ho guidato fuori dall’Egitto / e tu hai preparato la croce / al tuo Salvatore».

Bisogna dunque credere alla buona fede di Castellucci? No, non sembra che vada concesso tanto a chi ritocca il punto scandaloso della sua opera (tacciando l’opinione pubblica di ignoranza e bigotteria) per avere una qualche nicchia in cui rifugiarsi dalla prevedibile sassaiola di reazione (non si dimentichino certe sue dichiarazioni…). Un paio di considerazioni, quindi: la prima è che, nella crisi contemporanea dei canoni artistici, chi non sa conquistarsi attenzione e fama modellando un vaso cerca di ottenere il suo fine distruggendone uno (e di solito ci riesce, almeno per qualche tempo). A questo paradigma dell’incapacità tecnica e della grossolaneria estetica si conformerebbe anche Castellucci, dopo le Madonne incappucciate di preservativi o adibite a orinali, tutte omologate al miserabile epigono del Piss Christ (1987). A costoro tutti quanti non possono farsi abbindolare da chiacchiere altisonanti e sprucide hanno il dovere di dire che sono degli emeriti idioti, e che solo tra un pubblico di ignoranti alla ricerca di gratificazioni pruriginose possono avere successo. Non di più: non chiedere rispetto, o parità con chicchessia. Se poi si osserva che tutta questa storia non avrebbe neanche preso il “la”, con un’immagine di Mohammed, lo si faccia al semplice scopo di smascherare la loro svergognata ipocrisia. Per il resto, dei cristiani dovevano necessariamente saperlo: certo che cose simili non possono succedere ad altri che al vero e unico Figlio di Dio! E ai suoi discepoli…

C’è quindi qualcosa in più, qualcosa che il teatro può evidenziare più di altre arti figurative: c’è che l’uomo – disse Lutero, e Cavalcoli pare confermare – cova in cuore un atavico e sordo rancore contro Dio. Di questo, certamente, ognuno dovrà rendere conto al Giudice universale – «cum vix iustus sit securus» – e Castellucci non fa eccezione.

Era un figlio di Lutero, Bach, il quale conosceva così bene il cuore umano e quel sordo rancore contro Dio, che sempre ne fa limaccioso il fondo, da irrompere nel racconto dello schiaffeggiamento di Cristo, nella sua Matthäus Passion, con la struggente verità del coro – quella, sì, è arte moderna.

«Wer hat dich so geschlagen,
mein Heil, und mit Plagen
so übel zugericht’t?

Du bist ja nicht ein Sünder
Wie wir und unsere Kinder:
Von Missetaten weißt du nicht
».

(«Chi ti ha colpito così,
mia salvezza, e ti ha
pestato tanto crudelmente?

Tu non sei un peccatore,
come noi e i nostri figlî:
di misfatto tu non sai niente»)

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