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“Cristianofobia”: la trappola

Il caso Castellucci, ingiurie “artistiche” al volto di Cristo: la questione grave. L’insipidimento del cristianesimo: la questione seria

«Despectus erat et novissimus virorum,
vir dolorum et sciens infirmitatem
»

(«Era disprezzato, l’ultimo fra gli uomini;
l’uomo dei dolori, che conosce bene il patimento»)

(Is 53,3)

Ci vorrebbe la voce di Anna Reynolds, come nel 1972 l’aveva diretta Karl Richter sulle note del Messiah di Händel, per impostare la mente sulle giuste coordinate, prima di prendere parola sullo “spettacolo” di Romeo Castellucci dal titolo “Sur le concepte du visage du Fils de Dieu” (“Sul concetto di viso del Figlio di Dio”, che approda in questi giorni a Milano dopo aver lasciato incendiate le piazze – più che le tribune – francesi).

Basta fare una rapida rassegna stampa in merito per capire che in tutta questa storia la prima cosa da criticare, e da criticare duramente, è l’infelicissimo conio del termine “cristianofobia”: i ranghi dei nemici del cristianesimo si serrano, e a quelli si compatta buona parte dell’ampia fascia dei curiosi-diffidenti-indecisi(-ipocriti), dal momento che dall’altro lato si ammucchia una barricata di persone indistintamente armate di gonfaloni, rosarî e maledizioni. «Non chiamiamoli cattolici»: ha potuto (non del tutto insensatamente) dire Castellucci, in conferenza stampa. Perché no? Perché, come ha scritto il portavoce della Curia milanese, un eccessivo tam-tam potrebbe facilmente risultare improvvido quanto alla cassa di risonanza che involontariamente offrirebbe allo spettacolo? Questo lo sostiene, non senza una buona dose di controllatissimo sdegno, Andrea Tornielli nel suo blog, ma c’è di più: l’idea stessa di coniare un concetto come quello di “cristianofobia” è la più malsana e malaccorta delle perversioni in contesto.

È presto detto perché: sul mero piano etimologico, la parola evidenzierebbe un contenuto chiaro e incontestabile del cristianesimo. C’è una paura dei cristiani, come c’è, nel mondo, una paura di Cristo: lo spirito della divisione in persona è sconvolto dalla manifestazione del Figlio di Dio e dall’inaudita valanga di emulazioni da lui scatenate nella storia, ed è «pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo» (Ap 12,12). Ma che cristiano è uno che si stupisce di questo? In fondo il suo Maestro era stato terribilmente onesto: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15,18-19).

Il vero scandalo, quindi, è che dei sedicenti cristiani abbiano dimenticato che la persecuzione è un elemento quasi-strutturale del cristianesimo (e il “quasi” non è a caso, perché riguarda la certezza della contingenza, non la necessità di un qualsivoglia fatalismo): il frutto è degno dell’albero, perché richiedendo al mondo una giustizia che il mondo non può, non sa e non vuole dare loro, finiscono per inventare un neologismo sul conio di quei termini di denuncia rivendicazionista che vanno di moda nelle ultime décadi. “Cristianofobia” come xenofobia e omofobia: il problema non è solo (e non è tanto) che si tratta di parole piagnucolose e risentite, ma soprattutto che sono concetti rivendicanti una pariteticità cui il cristianesimo, dietro al suo Fondatore, ha rinunciato.

La rappresentazione di Castellucci, dunque, è l’ultimo dei problemi dei cristiani, laddove bisogna riconoscere che la superficialità della formazione di non pochi di loro dà luogo a simili voraginose amnesie circa il cuore della loro missione: il concetto di “cristianofobia” è una trappola, perché la parola deve la sua presentabilità sociale a nient’altro che all’essere intrisa di mondanità, completamente evacuata di ogni briciola di Vangelo. I cristiani che chiedono di essere trattati come gli altri sono il sale che ha perso il suo sapore, che non sa più darne, di sapore, a niente e a nessuno, e che non merita se non l’indistinto calpestio dei passanti.

La mondanità di questo spirito è tristemente evidente nei siti che – in questo come in altri casi – alimentano la polemica con uno starnazzare sgangherato. Doppiamente doloroso, del resto, è vedere come le voci moderate e intelligenti siano quasi assenti, e questo attenua parzialmente l’irresponsabilità dei sedicenti “tradizionalisti” (la Tradizione è una cosa seria!). In essi si rovescia, restando vero, l’exemplum del manzoniano Federigo Borromeo che, trattenuto da un chierico dal recarsi a parlare con l’Innominato, risponde: «Oh, che disciplina è codesta, […] che i soldati esortino il generale ad aver paura?». Ora, un esercito non ha bisogno di soldati che esortino il generale alla carica più di quanto ne abbia di soldati che lo esortino alla fuga: è perlomeno strano che gente che si gloria a ogni piè sospinto dei nomi santi di Dio e della Chiesa si ritrovi da un momento all’altro a sferzare irriverentemente Vescovi e Cardinali, come se essi non fossero quei “successori degli Apostoli” e quei “Principi della Chiesa” che a parole millantano di ossequiare.

Come valutare, ad esempio, il fianco che un De Mattei porge alle velenose penne dell’UAAR? «Nella sua critica al “laicismo” e alla “ideologia anticristiana”, il professore ne ha anche persino per Julia Kristeva, tra le invitate dal papa al Cortile dei Gentili»: se quegli agguerriti mentecatti possono scrivere così, è perché agli occhî di tutti è chiaro che certi personaggî sembrano ritenere di aver risolto l’annoso problema della censura. «Quis custodiet – chiedeva Giovenale nella VI satira – ipsos custodes?»: ma è chiaro, ci penseranno loro a richiamare i Vescovi al loro lavoro! Quando questi poi faranno ciò che loro dicono, quelli finalmente faranno ciò che dicono questi. Certi “tradizionalisti” farebbero bene a ristudiarsi (se mai l’hanno fatto) com’è che i veterocattolici sono diventati eretici.

Tutto ciò significa rassegnarsi a giacere proni alla persecuzione e alla bestemmia? Ma nient’affatto: queste sono le ragioni per cui, prima di preoccuparsi di come reagire alla persecuzione, bisogna preoccuparsi di restare cristiani. Così scrive il domenicano Giovanni Cavalcoli al regista (la lettera merita di essere letta tutta, qui), mostrando un’ammirabile sintesi di acume teoretico e di delicatezza psicagogica: «[…] Ma Lei, caro Castellucci, che cosa ha voluto fare esattamente con la sua rappresentazione? Non è assolutamente chiaro. Ha voluto esprimere anche Lei questo odio o, come sembra voler dire nella sua dichiarazione esplicativa, ha inteso mostrare la sublimità e maestà del volto di Cristo, che campeggia e domina la scena nonostante e al di là delle offese che subisce e che guarda con occhio divino il “martirio dell’uomo”? Che cosa ha voluto fare: prendersela col volto di Cristo, forse anche Lei esasperato da qualche delusione o turbato da qualche crisi di coscienza, o denunciare i peccati che gli uomini compiono contro Cristo, il cui volto comunque campeggia e permane nel destino degli uomini?».

La sfida per i cristiani, infine, non è una gara a chi ostenta più indifferenza per il vilipendio ai segni santi della loro fede. È innegabile, del resto, che una pioggia di sterco sul volto di Cristo è una degna parafrasi dell’inaudito versetto paolino: «La parola della croce infatti è pazzia per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano – per noi – essa è sapienza di Dio e potenza di Dio. […] E mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano la sapienza noi predichiamo Cristo, sapienza di Dio e fortezza di Dio» (1Cor 13,18.22-23).
Una cosa che va riconosciuta con franchezza e onestà intellettuale è che tutti gli uomini (e i cristiani, a cominciare da Pietro, sono uomini) hanno sempre cercato di separare il più distintamente possibile il Cristo in cui volevano credere dal Crocifisso, che neppure osavano guardare (come già profetava Isaia!): anche dopo i portali di Santa Sabina, l’implicito imbarazzo di essere guidati da un pastore così fiacco e mondanamente impotente, come Cristo, ha spinto i cristiani a ingemmare ed estetizzare le membra del Crocifisso fino a portarlo a quei languidi efebi che si sono talvolta visti tra barocco e neoclassicismo. Un merito da riconoscere all’opera di Castellucci, dunque? No, certo, come non si deve riconoscere a Giuda alcun merito della Redenzione: «Il Figlio dell’uomo – aveva detto Gesù, mostrandosi il Regista, lui sì!, della storia – se ne va come è scritto di lui, ma guai all’uomo mediante il quale è consegnato…» (Mt 26,24).

Su quel “come” verte il peso della disposizione di Gesù sul proprio fine e su quello del cristianesimo: non avendo infatti un mero valore causale, ma anche (e fortemente) modale, quella parola indica che il contegno del giusto «odiato senza ragione» (Sal 34,19 ; 68,3 ; Gv 15,25) è il provvido strumento perché si riveli in ogni angolo della storia chi è veramente Dio e perché è l’unico candidato a essere «il bel pastore» (Gv 10,1-21).

Invece, sul mitissimo Cristo benedicente di Antonello da Messina campeggia infine, al termine dello “spettacolo”: «You are not my sheperd». Questo ritorcere il Salmo 21 contro chi vi s’è lasciato identificare è lo schiaffo che scatena la parola di Cristo caratterizzante il contegno dei cristiani perseguitati lungo la storia: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi schiaffeggî?» (Gv 18,23). Così Blandina, la schiava straziata a suon di tenaglie, poco più di cent’anni dopo il suo Maestro: «Noi cristiani non abbiamo fatto niente di male». Ecco perché i cristiani non devono chiedere che un teatro, un sindaco, un governatore, uno Stato intervengano a far giustizia per loro: nessuno muoverà un dito, e se lo facessero isterilirebbero la loro fecondità evangelica. L’opera di Castellucci è per i cristiani solo un’altra occasione di manifestazione dell’incontenibile gloria del Crocifisso: gloria dolorosa, certo, ma è la gloria del Re coronato di spine. Quell’unica parola di Cristo schiaffeggiato – «Perché mi percuoti?» – è stata così lungamente ruminata dalla Tradizione (quella vera!) della Chiesa che ne sono scaturiti i versi delle Lamentationes Domini, in cui la voce del Redentore crocifisso ripercorre mestamente le meravigliose iniziative di Dio a favore degli uomini, i quali fraintendono, travisano, rinnegano, insozzano e maledicono: «Popolo mio, che male ti ho fatto? / In che ti ho contristato? Rispondimi: / io t’ho guidato fuori dall’Egitto / e tu hai preparato la croce / al tuo Salvatore».

Bisogna dunque credere alla buona fede di Castellucci? No, non sembra che vada concesso tanto a chi ritocca il punto scandaloso della sua opera (tacciando l’opinione pubblica di ignoranza e bigotteria) per avere una qualche nicchia in cui rifugiarsi dalla prevedibile sassaiola di reazione (non si dimentichino certe sue dichiarazioni…). Un paio di considerazioni, quindi: la prima è che, nella crisi contemporanea dei canoni artistici, chi non sa conquistarsi attenzione e fama modellando un vaso cerca di ottenere il suo fine distruggendone uno (e di solito ci riesce, almeno per qualche tempo). A questo paradigma dell’incapacità tecnica e della grossolaneria estetica si conformerebbe anche Castellucci, dopo le Madonne incappucciate di preservativi o adibite a orinali, tutte omologate al miserabile epigono del Piss Christ (1987). A costoro tutti quanti non possono farsi abbindolare da chiacchiere altisonanti e sprucide hanno il dovere di dire che sono degli emeriti idioti, e che solo tra un pubblico di ignoranti alla ricerca di gratificazioni pruriginose possono avere successo. Non di più: non chiedere rispetto, o parità con chicchessia. Se poi si osserva che tutta questa storia non avrebbe neanche preso il “la”, con un’immagine di Mohammed, lo si faccia al semplice scopo di smascherare la loro svergognata ipocrisia. Per il resto, dei cristiani dovevano necessariamente saperlo: certo che cose simili non possono succedere ad altri che al vero e unico Figlio di Dio! E ai suoi discepoli…

C’è quindi qualcosa in più, qualcosa che il teatro può evidenziare più di altre arti figurative: c’è che l’uomo – disse Lutero, e Cavalcoli pare confermare – cova in cuore un atavico e sordo rancore contro Dio. Di questo, certamente, ognuno dovrà rendere conto al Giudice universale – «cum vix iustus sit securus» – e Castellucci non fa eccezione.

Era un figlio di Lutero, Bach, il quale conosceva così bene il cuore umano e quel sordo rancore contro Dio, che sempre ne fa limaccioso il fondo, da irrompere nel racconto dello schiaffeggiamento di Cristo, nella sua Matthäus Passion, con la struggente verità del coro – quella, sì, è arte moderna.

«Wer hat dich so geschlagen,
mein Heil, und mit Plagen
so übel zugericht’t?

Du bist ja nicht ein Sünder
Wie wir und unsere Kinder:
Von Missetaten weißt du nicht
».

(«Chi ti ha colpito così,
mia salvezza, e ti ha
pestato tanto crudelmente?

Tu non sei un peccatore,
come noi e i nostri figlî:
di misfatto tu non sai niente»)

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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16 Comments on “Cristianofobia”: la trappola

  1. Ringrazio Giovanni Marcotullio perchè lo spot pubblicitario sullo spettacolo di Castellucci mi aveva lasciata affranta. Per due interi giorni ho abbracciato il cuore di Gesù,meditando la Passione:oggi è come allora!Ma dopo aver letto l’articolo di Giovanni ho compreso la Grandezza,la Maestà,la Gloria di questo nostro Dio che ci ama nonostante tutto: nonostante la nostra miseria,la pochezza delle nostre scelte e dei nostri errori. Ho diffuso l’articolo ai miei fratelli dell’apostolato della Preghiera. Aumentiamo le Consacrazioni al Cuore di Gesù,abbracciamo il SS. Cuore anche noi e godremo di tutto il Suo Amore. Questo solo conta…

    • Cara Manuela, mi rallegro che le mie righe l’abbiano aiutata a una lettura più completa del fenomeno, nondimeno devo precisare che io non mi sono assolutamente schierato dalla parte degli estimatori dello spettacolo: quando ho rimandato all’articolo di Socci, sopra (peraltro senza citarlo espressamente), non volevo che indicare come cattolici indubbiamente legati ai segni della fede abbiano potuto dare valutazioni positive. Queste valutazioni, ripeto, io non le condivido, per le ragioni già esposte nell’articolo: Socci dichiara apertamente di non aver visto lo spettacolo, e di aver fondato le sue valutazioni solo sulla lettera di chiarificazione divulgata da Castellucci – la buona fede di quella lettera mi pare difficilmente credibile, anche ripensando a certe vecchie dichiarazioni di Castellucci. Quanto invece ho inteso ribadire è che, fermo restando il dovere di reagire, è il “come” che fa la differenza, perché la persecuzione è un elemento che la distanza del mondo da Dio rende quasi co-essenziale al cristianesimo.
      Il signor Manzo potrà confortarsi vedendo che il comunicato telegrafico della Segreteria di Stato Vaticana l’avevo già riportato io, riconoscendolo perfettamente in linea con le mie valutazioni.
      Sì, Manuela, il Dio cristiano è un Dio di grandezza, maestà e gloria inoccultabili, ma questo non legittima affatto l’insulto al volto di Cristo – come se si credesse di beneficiare della Redenzione meglio da crocifissori che da adoratori.

  2. Mamma mia quante parole! Quanta polemica! E dov’è Gesù in tutto questo vociare? Bellissimo invece l’articolo di Giovanni Marcotullio. Bellissima la lettera di Padre Giovanni Cavalcoli, completamente intrisa della giusta carità per il “peccatore” e testimone dell’amore misericordioso di un Dio buono, al di sopra di qualsiasi nefandezza umana. Bellissimo infine il modo in cui si sottolinea come il Castellucci, in realtà, non ha fatto altro che porre in evidenza “la sublimità e maestà del volto di Cristo, che campeggia e domina la scena nonostante e al di là delle offese che subisce e che guarda con occhio divino il martirio…

    • Renato Manzo // 22 gennaio 2012 a 02:06 //

      ritengo di farvi cosa gradita nel segnalarvi,di seguito,un elenco di ulteriori esagitati contrari alla rappresentazione in oggetto:
      Benedetto XVI: «auspica che ogni mancanza di rispetto verso Dio, i Santi e i simboli religiosi incontri la reazione ferma e composta della Comunità cristiana, illuminata e guidata dai suoi Pastori».
      Cardinale Raffaele Martino:”la libertà di espressione e di pensiero sono sacrosante, ma trovano certamente un limite quando si denigra pubblicamente il sentimento religioso. Non sarebbe male che ci ripensino e dicano di no a questa blasfemia”.

      • Renato Manzo // 22 gennaio 2012 a 02:09 //

        Monsignor Luigi Negri,Vescovo di S.Marino:”una Chiesa particolare – o una connessione di Chiese particolari che aderiscono alle Conferenze episcopali nazionali – che non reagisca in termini assolutamente essenziali e pubblici a questo attacco violento alla tradizione cattolica, io mi chiedo: se non interviene su questo punto, su che cosa interviene?”.
        Padre Cavalcoli O.P. “Il cattolico normale, e questo dovrebbe essere evidente, non può che protestare, nei limiti dell’urbanità, davanti ad uno spettacolo evidentemente offensivo della libertà religiosa senza che ci sia il diritto da parte di nessuno di accusarlo di faziosità”.

        • Renato Manzo // 22 gennaio 2012 a 02:12 //

          Monsignor Sanna,Vescovo di Oristano: “Condivido la reazione sdegnata di quanti protestano per una sua futura rappresentazione in Italia”.
          Comunicato dell’Arcidiocesi di Milano: “Raccogliendo le parole della regista e direttrice del teatro Parenti di Milano Andrée Ruth Shammah, apparse ieri su un quotidiano, a nostra volta domandiamo che sia riconosciuta e rispettata la sensibilità di quanti cittadini milanesi, e non sono certo pochi, vedono nel Volto di Cristo l’Incarnazione di Dio, la pienezza dell’umano e la ragione della propria esistenza”.

  3. Ah,… che ipertrofia commentaria!!! “C’è del marcio in Danimarca”. (W. Shakespeare)

  4. Non ho mai detto che lei, Renato, sia portabandiera di rabbia… la tradizione con “t” minuscola non è la stessa Tradizione con la “T”, inoltre non la conosco e non mi permetterei di citarla nei commenti. Rispondevo più a Marco e al suo riferimento ad alcuni siti “esagerati” che ho letto e assolutamente non condivido.

  5. Renato Manzo // 20 gennaio 2012 a 21:26 //

    Andremo a Milano,sabato prossimo:ci inginocchieremo e reciteremo il Santo Rosario.E’ esattamente questo,e solo questo, che prevede il nostro programma. E lo si sà da molti giorni. E nonostante questo,la Digos ha ritenuto di confinarci in una piazza lontana da quel teatro. Proprio perchè leggo sempre con molto piacere i suoi articoli,mi sono fortemente meravigliato di ciò che ha scritto in questa occasione.
    La invito ad un contatto diretto:potrà meglio conoscere la realtà di quanti,in obbedienza al santo Padre,chiedono solo di fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto.
    In Iesu et Maria
    Renato Manzo

    • La ringrazio molto per la sua consuetudine sulle nostre pagine.
      Quanto al cosiddetto “gruppo di tradizionalisti”, se quello che i suoi membri fanno non è altro che ciò che il Santo Padre permette che i fedeli cattolici facciano, è se non altro inopportuno il conio di un epiteto speciale per loro. Quanto al “ciò che la Chiesa ha sempre fatto”, mi permetto di contraddirla – senza tema che alcuno dubiti del mio amore alla Tradizione (non avrebbe mai letto e/o compreso un rigo di quello che scrivo) – giacché la forma straordinaria del Rito Romano non è una forma atavica e metastorica della preghiera della Chiesa. Senza entrare qui nel merito (d’altronde avevo già detto qualcosa almeno in questo articolo), bisogna pacificamente riconoscere che il Messale di S. Pio V era in uso neanche da un quarto della storia della Chiesa, quando la riforma liturgica che ha prodotto il Messale di Paolo VI ve lo ha sostituito; non solo, ma numerose sono state le aree della cristianità (a proposito dell’ecumenismo che giustamente lei evoca, ma non solo!) che non lo hanno mai recepito. Sono forme: altissime ma non imperfette, normative ma mai irreformabili. Ci è data la grande possibilità di amarle tutte, senza fare di alcuna di esse una bandiera ideologica: non è necessario chiudersi in conventicole di “tradizionalisti”, perché il Cristianesimo è tradizionale o non è.
      Quanto al contatto diretto, non c’è problema: proprio perché amo la vivacità e la bellezza del latino, non posso trovarmi a disagio con chi dice di fare altrettanto, sempre che sia davvero la poliedrica varietà del latino, che ama, e non qualche stantio passatismo.
      Capisco la Digos, anche se non la giustifico: spero per il nome di Gesù e per quello della Chiesa che a Milano non ci saranno episodî indegni del nome cristiano. Da parte mia preferirei altre forme di reazione, meno evidente ma più capillare; accentuerei maggiormente la “p” di “penitenza”, rispetto a quella di “protesta”; vorrei sentire discorsi che ricomprendano il fatale scandalo della croce nella percezione dei nostri giorni, e non tromboni benpensanti che credono di dover/poter difendere nel volto di Cristo “il simbolo di una civiltà”.

  6. Quando l’affezione alla cristianità si traduce in apologia e un uno studio sistematico del mistero ben venga – su questo del resto abbiamo costruito la teologia. Quando, però, la bandiera della tradizione produce rabbia e censura e strizza l’occhio con malignità a chi non gode della fortuna di aver conosciuto il Cristo a cosa serve se non a produrre ancora altra rabbia e a lasciar tutti nella ignoranza? Grazie, Giovanni… Anche troppo prudente e assennato

    • Renato Manzo // 20 gennaio 2012 a 22:01 //

      A lei,don Simone Chiappetta, che si rammarica della troppa “prudenza ed assennatezza” espressa nell’articolo (voleva tinte più forti,don Simone?Proprio nella settimana dell’unità dei Cristiani?), comunico che da un anno anche nella nostra diocesi esiste un gruppo di tradizionalisti,come ci chiamate. Capita a volte,da peccatori quali siamo,di produrre “rabbia e censura,e malignità e ignoranza”,come lei dice. Siamo anche capaci di altro,però. Ci venga a trovare,non siamo contagiosi; ci laviamo tutte le mattine e abbiamo fatto tutte le vaccinazioni di legge. Magari ci si conosce meglio.
      Renato Manzo

  7. Renato Manzo // 20 gennaio 2012 a 15:16 //

    Lecito criticare e dissentire.Non é lecito offendere tanta gente come fà lei. Sedicenti tradizionalisti?Sedicenti cristiani? Può essere,potremmo essere in errore. Ma l’acredine e il livore,da parte sua,sono più che evidenti. Non che la cosa mi meravigli. Del resto,personalmente di sputi in faccia ne ho presi tanti. Prego Dio che mi dia la forza di accettarli,cristianamente. Ma non accetto che lo si faccia sul Sacratissimo Volto di Cristo,come grazie ai suoi numerosi titoli accademici,da qualche parte anche Lei dovrebbe aver letto. Del resto il male non chiede altro che l’indifferenza.
    Renato Manzo,gruppo stabile Beato Marco…

    • Capisco quello che dice, Renato, ma io non ho difeso i difensori di Castellucci, e non ho offeso nessuno che non si sia esposto a ciò – anche con gesti di smaccata squalifica nei confronti di alti membri della Gerarchia cattolica!
      Protestare è lecito e in certo senso doveroso: ho solo detto che siamo destinati a perdere, se cerchiamo di farlo fuori dalla Parola della Croce. Cristo poteva benissimo appellarsi a varî ordini di leggi, per salvarsi la pelle, e non lo fece. Il motivo per cui non lo fece è lo stesso per cui la Sua gloria si manifesta tuttora nei suoi martiri. Lo spirito della protesta dovrebbe essere: guardate chi sono i cristiani, che pregano per voi mentre voi offendete il loro Dio, perché solo il Dio vero può muoverli a questo – guardando loro, riconoscete Lui.
      Lo slogan dei protestatarî potrebbe essere: «Perché ci perseguitate? Cosa vi abbiamo fatto?». Se i protestatarî si disponessero davanti al teatro in silenzio, in modo crucis, con del nastro adesivo sulla bocca e un cartello con questo slogan davanti, m’inginocchierei davanti a loro quasi come davanti a un tabernacolo: questa sarebbe vera testimonianza evangelica, radicale assunzione della scandalosa identità che il Redentore ha posto in essere tra Sé e noi.
      Chi perseguita noi perseguita Cristo (l’ha detto Gesù stesso, a Paolo!), e chi perseguita Cristo perseguita noi.
      È Tradizione della Chiesa, invece, dar voce ad accenti del tipo “se aspettiamo i Vescovi…” – che invece abbondano su certi siti e/o blog… –? Non è piuttosto il cedimento a un’insidia diabolica, che inocula l’ira (la quale «non compie ciò che è buono davanti a Dio») là dove serve piuttosto l’esemplarità di un raccoglimento corale?
      Le mie parole, per quello che contano, non vogliono portare affatto livore, ma non possono scaricarsi della stizza e della delusione che provo – se legge i miei articoli se ne sarà già accorto – nel vedere che le cause giuste vengono sovente servite con mezzi aberranti. La prego, rilegga il mio testo: c’è più considerazione per il vostro sdegno che squalifica della vostra scompostezza.
      La compassione di Cristo c’invita a essere tristi, per il peccato degli uomini, perché ci riguarda più di quanto sappiamo dire.

      • Marco Presutti // 20 gennaio 2012 a 16:09 //

        che alcuni siti tradizionalisti abbiano ecceduto nei toni della protesta si può anche condividere, mi sembra tuttavia che il dotto intervento sia tramato di pensiero debole. Disgustoso il corredo iconografico, né il fatto che altri abbiano realizzato simili oltraggi legittima a riprodurli sulle pagine di un sito cattolico, sia pure per stigmatizzare l’atto (in che peraltro si legge solo in filigrana nel testo). Dal sito della Diocesi mi attendo di meglio. Pax

        • Caro Presutti, mi creda, apprezzo molto il suo intervento: anzitutto perché si aspetta molto dalla Chiesa (e noi cerchiamo, fallibilmente, certo, di non mancare di troppo il bersaglio); in secondo luogo perché evoca tematiche delicate che mi stanno molto a cuore.
          Dal momento che il debolismo è una delle mie ossessioni (e in alcuni miei articoli ho dato, credo, prova di ciò), mi sorprende molto che qualcuno ravveda delle «trame di pensiero debole» nei miei scritti: al tempo stesso la cosa m’impensierisce, e non poco, perché non sarei il primo inquisitore che si ritrova a professare l’eresia (e di certo non sarei il migliore). Se dunque lei volesse guidarmi nel riconoscimento di suddette trame, io l’annovererei tra i miei maggiori benefattori, e senz’altro farei più attenzione in futuro. Ho riletto la mia pagina, e ho trovato in chiare lettere la stigmatizzazione di chi stuzzica uno strato pseudo-intellettuale della coscienza dell’uomo contemporaneo per ricavarne un facile applauso. Mi sono altresì appoggiato alla lettera aperta che un teologo domenicano tutt’altro che debolista ha rivolto al regista, qualificandone il contenuto come ciò che sarebbe auspicabile fosse la reazione dei cattolici a eventi come detto spettacolo.
          Avrà visto, invece, che ben altre sono state le reazioni di altre penne, e non è mancato, addirittura, chi si sia provato – in buona fede, c’è da ritenerlo fermamente! – a dare il massimo del credito a Castellucci (pur ammettendo di non aver visto lo spettacolo) e a leggere la sua provocazione sotto una luce “positiva”. Del resto, anche il suo riferimento al corredo iconografico dell’articolo apre la discussione in questo senso: perché quando su queste pagine fu riportato il celebre graffito satirico anticristiano del Palatino nessuno gridò allo scandalo? Cosa cambia, in fondo, tra queste immagini disgustose (dice lei, giustamente) e quella? Poco e niente: perlopiù questioni di tecnica grafica. Cosa c’è, invece, ad accomunarle? Quasi tutto, credo, a cominciare dal soverchiante rifiuto che una ragione “forte” operava (e opera) su un Lògos di debolezza: l’unica debolezza che riesco a rintracciare nella mia argomentazione è quella che Paolo ha protestato essere «di Dio», e quindi «più forte degli uomini» (1Cor 1,25). La prima debolezza del pensiero si dà quando esso non ha la forza d’individuare i proprî limiti; la seconda si dà quando non ha il coraggio di spingersi fino ad essi. La storia ha mostrato, in effetti, che quella particolare debolezza – il Lògos della croce –  è ciò che vince, e non le tutele legali: è stato il cristianesimo a vincere pazientemente le leggi, non le leggi a permettere e favorire il cristianesimo. Non a caso, difatti, il suddetto teologo domenicano (certamente non debolista) non ha parlato di “cristianofobia” se non come «della cosiddetta “cristianofobia”»: perché? Perché è termine viscido e lama a doppio taglio per chi non può contentarsi di essere “rispettato come gli altri” – i cristiani non hanno semplicemente da “stare al mondo”, ma da incendiarlo, sapendo peraltro di doversi presentare infine al tribunale del Cristo. Non sono al mondo per “rispettare i diritti altrui” e “chiedere che i proprî siano sanciti e rispettati”, ma per fondare il diritto e la giustizia, senza perdere di vista la strutturale inadeguatezza della giustizia umana a quella divina – che è tutto quanto devono ricercare (Mt 6,33).
          Da poche ore, peraltro, è stata notificata la risposta che la Segreteria di Stato Vaticana ha inoltrato a quello stesso teologo domenicano che aveva fatto appello al Santo Padre: c’è di che rasserenarsi, a vedere che la Sede Apostolica non ha chiesto, in fondo, se non «che ogni mancanza di rispetto verso Dio, i santi e i simboli religiosi, incontri la reazione ferma e composta della comunità cristiana, illuminata e guidata dai suoi Pastori». Non silenzio codardo, dunque, ma una reazione comunitaria (che è altro che dire “di gruppo” o “collettiva”), per di più qualificabile come “ferma”, “composta” e “illuminata e guidata dai Pastori”. Mi sembra di leggere in stile diplomatico, nonché in forma telegrafica, la sostanza del mio intervento… si parva licet componere magnis. Tanto per continuare con le cose grandi accanto a quelle piccine, cosa bisogna dire dei giudizî avventati di chi ha scagliato strali contro Sanna (ormai se ne può fare il nome) fraintendendo grossolanamente il suo pensiero, come la sua replica ha ben mostrato?
          Non si rischia che l’unica cosa evidentemente debole qui sia la stabilità di chi si spaccia per l’estremo baluardo dell’ortodossia?

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  1. Disarmare le penne (e le tastiere)

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