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Non solo “luoghi comuni”

In che modo l’agiografia può educare alla santità

«Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: “Prendi e leggi, prendi e leggi” [tolle, lege!]. Mutai d’aspetto all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte. Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L’unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato. Avevo sentito dire di Antonio che ricevette un monito dal Vangelo, sopraggiungendo per caso mentre si leggeva: “Va’, vendi tutte le cose che hai, dalle ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, e vieni, seguimi”. Egli lo interpretò come un oracolo indirizzato a se stesso e immediatamente si rivolse a te. Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze”. Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono».

(Agostino, Confessioni, VIII,29)

 

Così, in una famosa pagina della sua “autobiografia” (chiamiamola così per semplicità), Agostino narra una svolta fondamentale nella sua vita di fede: all’età di circa trent’anni, ispirato da una voce celeste, egli aprì a caso le epistole paoline e, applicando a se stesso quanto vi trovò scritto, maturò il fermo proposito di rinunciare ai piaceri della carne. La lettura casuale di un versetto biblico, la sua diretta applicazione alla persona e alle circostanze della sua vita, e infine il deciso mutamento che ciò determina in direzione della conversione, sono elementi molto frequenti nelle Vite dei santi. Gli studiosi sono soliti parlare di “luoghi comuni” per indicare immagini, episodi e temi ricorrenti, che si trasmettono da un’opera all’altra. Questo concetto, soprattutto in agiografia, appare tristemente riduttivo, perché rischia di appiattire i caratteri dei santi narrati dietro vuoti artifici retorici, minando sia l’originalità dei personaggi sia l’attendibilità storica delle loro vicende. Guardare più in profondità i testi può rivelare, dietro gli schemi ricorrenti, ragioni ben più profonde ed edificanti.

L’opportunità di interpretare un monito evangelico casualmente ascoltato o letto come fosse un oracolo indirizzato a se stesso, è ispirata ad Agostino da un episodio a lui noto della vita di Antonio eremita. Antonio apparteneva ad una famiglia egiziana nobile e benestante e alla morte dei genitori aveva ereditato grandi ricchezze. Un giorno, trovandosi in chiesa, ascoltò il passo evangelico in cui il Signore invitava il ricco a vendere tutti i suoi i beni e a darli ai poveri (Mt 19,21): convinto che il passo fosse stato letto apposta per lui, subito uscì, vendette i suoi beni e li donò ai bisognosi. Tenne però una parte del ricavato per la sorella. Non bastava! Tornato in chiesa, la Parola del Signore lo interpellò ancora con forza: «Non preoccupatevi del domani» (Mt 6,34). Senza indugio Antonio fece suo il comando divino: uscì dalla chiesa e distribuì ai poveri tutto il denaro che aveva conservato. Questo aneddoto fu registrato nella Vita di Antonio (capp. 2-3) scritta in lingua greca da Atanasio, vescovo di Alessandria, poco dopo la morte dell’eremita (356).

In che modo Agostino, africano di lingua e cultura latina, poté venirne a conoscenza e applicarlo a un fatto personale avvenuto nella Milano del 386? Egli stesso fornisce in parte la risposta a questo dilemma. Qualche tempo prima, Agostino aveva ricevuto la visita di Ponticiano, suo conterraneo, dal quale, con grande meraviglia, aveva ascoltato per la prima volta le vicende di cui il monaco Antonio era stato protagonista in Egitto. Con sorpresa Agostino apprese che molti cristiani, sull’esempio di quello, avevano intrapreso la vita monastica, non solo in Africa, ma anche a un passo da Milano e persino nella lontana Treviri. Qui due giovani funzionari, passeggiando nei giardini attigui alla città, si erano imbattuti per caso in un libro contenente la Vita di Antonio: uno dei due – racconta Ponticiano – cominciò a leggerla, rimase ammirato ed infuocato, e decise fermamente di abbandonare il servizio del secolo per abbracciare quello stesso stile di vita al servizio di Dio; e l’amico prontamente lo seguì (Confessioni, VIII,15).

Potenza dell’agiografia! Agostino testimonia, a distanza di neppure 30 anni dalla composizione della Vita di Antonio e in una zona assai lontana dal suo luogo di origine, un numero imprecisato di conversioni (tra le quali la sua e quella dei due funzionari di Treviri) nelle quali la conoscenza di quest’opera giocò un ruolo fondamentale. Ma in che modo fu possibile una così vasta e immediata diffusione di questa prima biografia cristiana? E quali conseguenze ebbe già nell’immediato IV secolo? Per comprenderlo sarà opportuno considerare almeno tre sollecitazioni. In primo luogo, la straordinaria fioritura del fenomeno monastico, tanto in Oriente quanto in Occidente: la divulgazione della Vita di Antonio accompagnò il successo di questa nuova esperienza e fu a sua volta favorita dall’interesse verso colui che è considerato tuttora il padre del monachesimo. In secondo luogo, gli esilii a cui Atanasio fu condannato a causa della sua lotta contro l’arianesimo e che lo condussero in più occasioni in Occidente: qui la sua testimonianza diretta (e in tasca un codice da cui leggere e copiare il testo della Vita) contribuirono a infiammare i cuori di uomini e donne verso la vita ascetica. In terzo luogo, le due traduzioni latine (approntate entrambe entro il 373-4) che incentivarono la diffusione dell’opera anche tra i non grecofoni, e che sono il segnale del grande e immediato successo di quella che è stata definita (con un anacronismo, che però rende bene l’idea) il best-seller della letteratura cristiana del IV secolo.

La Vita di Antonio è stata il motore di molte profonde conversioni e trasformazioni nella vita non solo di singole persone, ma di un’intera società, contribuendo prepotentemente alla definizione e alla diffusione di ideali (quelli monastici) che avrebbero dominato la storia cristiana, di sempre validi modelli di santità e strategie di comportamento. Il caso di Agostino che, imitando l’esempio di Antonio, aprì a caso le lettere di Paolo e applicò a se stesso il monito ad abbandonare la concupiscenza della carne, ne costituisce un piccolo esempio. Parleremo dunque ancora di “luoghi comuni” nella letteratura agiografica? Certamente sì! Ma sicuramente bisogna accreditare il giusto merito anche ai meccanismi di imitazione/emulazione, che determinano atteggiamenti simili in persone diverse e che non guastano mai se hanno l’effetto di indirizzare altre anime alla santità. In quest’ottica i cosiddetti “luoghi comuni”, più che meri artifici letterari, diventano il segnale dell’efficacia formativa ed edificante delle letture agiografiche: in esse il fedele può trovare ancora oggi un incoraggiamento alla santità e un modello a cui ispirarsi ed uniformarsi in vista del proprio progresso spirituale. Questo è l’uso che Agostino fece dell’agiografia e il monito che noi stessi dovremmo imparare: conoscere i santi aiuta a diventare santi.

 

 

 

Immagine: Giorgio Dante, Disegno preparatorio per Le tentazioni di S. Antonio, grafite bianca su carta. Part.

 

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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1 Comment on Non solo “luoghi comuni”

  1. mauro valente // 20 febbraio 2012 a 06:12 //

    Condivido il giudizio positivo e la rivalutazione dell’agiografia. Più in generale, i luoghi comuni, anche quelli non Cristiani, sono spazi metaforici nei quali autore e lettore abitano insieme. Se il lettore entra con la dovuta umiltà in questa casa comune, trasforma il luogo comune in stimolo per la sua esistenza e la questione dell’originalità passa in secondo piano.

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  1. Traduzione: tormento o opportunità?

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