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Non è dio, ma sempre il solito “molleggiato”

Torna sul palco di Sanremo, cita Dio, parla da dio, ma è “arrabbiato” come un uomo!

“Ama la gente, ama il festival, ama i media”, è dio. C’era proprio lui sul palco di Sanremo, ieri sera. Quel dio, cercato, quel dio che per lungo tempo si era nascosto alle telecamere degli uomini, quel dio che raramente si concede e a tratti si rende visibile sulla terra. Quel dio che sa parlare la lingua dell’istinto, degli spiriti, quel vintage finto inglese, che lo ha fatto dio, al disopra di ogni comprensione umana. Quel dio “strapregato” per una comparsa, che tanto fa assonanza con “strapagato” per recitare e cantare da dio, quel dio che proprio sull’altare del sacrificio mediatico, però, dimostra di non essere dio.

E sì, perché quel dio della musica popolare italiana, a capo e a scapito di un calendario di santi dimenticati, di cultori di suoni e strateghi di pentagrammi e di gruppi di beati, come Area e Pfm (pregate per noi), ha ceduto al peccato originale, all’adamitico mettersi al posto di Dio, alla presunzione di credersi tale ed è caduto in ciò che rende l’uomo più piccolo degli animali: la rabbia.

Cosa importa se ha vinto Emma, se la finale è stata colorata di rosa. Cosa importa se la protagonista di Sanremo doveva essere la musica. Dio c’era e aveva l’obbligo di parlare di lui, doveva difendersi dagli attacchi della stampa che lui stesso “ha creato” e che avrebbe voluto chiudere (non ha detto che Famiglia Cristiana e Avvenire devono chiudere, ma solo che vorrebbe; beh, certo, mica è veramente Dio!) e doveva far guerra ai miscredenti, a chi non lo ha capito – come se a quel livello, e a quei cachet, il tentativo di farsi capire non rientrasse nel lavoro di un buon comunicatore! Cosa importa se un palco pubblico è stato utilizzato per i propri affari da dio e cosa importa se lo stesso dio, oltre a perdere le molle per le critiche degli uomini, è rimasto stizzito dai fischi e dai “basta” dei presenti. Cosa importa se Luca e Paolo hanno saputo dare a dio una lezione di galateo televisivo gestendo con fine ironia le critiche e cosa importa se Eugenio Finardi ha saputo erudirlo di testi in versi su Dio e sulla legittima ed essenziale difficoltà del credere.

Cosa importa se dio ripete sempre gli stessi canovacci, non sa rendersi imprevedibile con l’“atteso” porgere l’altra guancia” e non sa nemmeno più improvvisare, condotto dai testi scritti sulle decine di lcd sul palco.

Certo dio ha parlato di Dio, ha richiamato il Paradiso, nessuno – dice lui – lo fa in televisione – e forse è vero – e nemmeno nelle chiese e dovrebbero farlo i quotidiani e le riviste cattoliche, come se la notizia e la volontà di aiutare a pensare non fosse già evangelizzazione, dimenticando però le opportunità che un buon Dio sa considerare, quelle stesse occasioni, invece, che “artisti” come lui sanno ben valutare, di Gerry Scotti memoria. Cosa importa se anche i suoi testi sono state offese a funzionari, Chiesa e Stato – i testi delle canzoni non tutti sanno distinguerli dai suoni delle note – e non le melodie “costruttive” d’amore, da Dio.

Cosa importa se dio è morto, tanto è risorto ancora, questa mattina, sulle prime pagine dei giornali.

Ma, in fondo, cosa ci importa di ciò pensa questo dio che non è Dio?

About Simone Chiappetta (472 Articles)
Direttore responsabile del notiziario online "Laporzione.it" e responsabile dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne. Laureato in Scienze della Comunicazione sociale e specializzato in Giornalismo ed Editoria continua la ricerca nell'ambito delle comunicazioni sociali. Ha collaborato con quotidiani di cronaca locale e ha coordinato negli ultimi anni la pagina diocesana di Avvenire.
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