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Senza “impronte”, senza democrazia

Si chiama Rebecca Kraiem ed è portavoce di 850 famiglie tunisine alla ricerca dei loro cari in Italia

Una­ ­­«combattente per la giustizia e i diritti». Così si definisce Rebecca Kraiem, tunisina 53enne, da 23 anni a Parma. Italiano perfetto, velo nero, occhiali spessi e il segno di una sofferenza, di un esilio forzato per sfuggire alle violenze del passato regime. Conosce bene, Rebecca, il desiderio di ricostruirsi la vita, di tentare nuovi progetti oltre il mediterraneo e conosce anche il cuore di chi si lascia, delle famiglie che restano in attesa, delle mamme angosciate per le sorti dei figli. Ed è per questo che da qualche mese gira l’Italia, come portavoce di 850 famiglie tunisine ignare della “fine” dei loro figli dopo l’attraversamento sulle “carrette del mare”. Alcuni di loro sono stati riconosciuti nei servizi televisivi, alcuni hanno contattato telefonicamente le famiglie, ma di tanti nessuna traccia. L’unica certezza è che sono in Italia. «Abbiamo le prove, foto e video – spiega la stessa Rebecca Kraiem contattata dal Sir – che molti ragazzi tunisini sono arrivati a Lampedusa e Linosa. Ma non si sa che fine abbiano fatto. Siamo andati al ministero dell’Interno italiano e altre istituzioni. Stiamo lottando con tutte le nostre forze. Stiamo facendo presidi ovunque: a Genova, Milano, Palermo. Ci hanno detto che il solo modo per risolvere questo problema sono le impronte digitali, per fare un riscontro con i tunisini che sono passati nei Cie e che potrebbero aver dato nomi falsi. Da aprile dello scorso anno stiamo chiedendo al governo tunisino di metterci a disposizione le impronte digitali ma ci ha chiuso le porte in faccia. Non abbiamo ottenuto niente, anzi, ci hanno accusato di diffondere un’immagine negativa della Tunisia».

Il problema è, dunque, la richiesta di accesso al database delle impronte digitali non ancora soddisfatto. Non c’è accusa al Governo italiano, ma solo una richiesta di aiuto perché «ci dia una mano – continua Rebecca – facendo pressione sulla Tunisia. Italiani, aiutateci!».

Insomma, vuole sapere Rebecca, vogliono notizie i famigliari, pronti ad accettare anche la sofferenza di una scomparsa. «Di sicuro ci sono state delle tragedie in mare – ribadisce la donna – per questo vogliamo le impronte digitali. Per riconoscere chi è arrivato e di cui abbiamo le prove. Possiamo almeno rintracciare loro e capire chi invece è morto. Anche se è dura non abbiamo problemi ad accettare la verità. Ma dobbiamo sapere».

È arrabbiata Rebecca che accusa con forza il governo tunisino e l’Ennahda, il partito che ha vinto le elezioni «usando questi ragazzi nella campagna elettorale. Hanno detto che erano dalla parte di queste famiglie e hanno promesso di aiutarci» ed è sfiduciata sul futuro della Tunisia e sulla primavera araba: «è una falsa democrazia – conclude la Kraiem – Mi prendo la responsabilità di questa dichiarazione. Le donne non sono presenti nei ruoli-chiave. Abbiamo la forza ma non vogliono che accediamo ai ruoli più importanti. Il ministero dell’Interno e il ministero degli Esteri tunisini mi hanno denunciato perché sto cercando i figli di queste donne. Io mi ritengo una combattente per la giustizia e i diritti, allora do fastidio. Preferiscono che stia a casa a fare il pane e lavare i panni».

 

About Simone Chiappetta (424 Articles)
Direttore responsabile del notiziario online "Laporzione.it" e responsabile dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne. Laureato in Scienze della Comunicazione sociale e specializzato in Giornalismo ed Editoria continua la ricerca nell'ambito delle comunicazioni sociali. Ha collaborato con quotidiani di cronaca locale e ha coordinato negli ultimi anni la pagina diocesana di Avvenire.
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