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Donne contro donne?

Quanto può essere difficile accettare la novità, anche quando questa ci è favorevole

Fu davvero un maestro fuori degli schemi Gesù di Nazaret! Tra i suoi discepoli accolse peccatori, pubblicani, samaritani, donne: nessuno trovò chiuso l’accesso alla Parola salvifica. Eppure a volte persino quanti beneficiarono del suo amore accogliente, troppo abituati a ragionare e a vivere secondo sistemi e convenzioni di ben altra natura, trovarono difficoltà ad accettare novità rivoluzionarie che pure andavano a loro vantaggio.

Si stupirono i discepoli al vedere Gesù che parlava con una donna (una samaritana per giunta!), ma nessuno di loro osò chiedergliene ragione (Gv 4,27): sentivano quanto Egli fosse distante dalle vecchie abitudini e dai ciechi pregiudizi di certi maestri ebrei («Si brucino le parole della Torah, ma non siano comunicate a una donna», J. Sotah 19 a 8). Non a caso l’evangelista Luca segnala che, tra quanti seguivano Gesù nei suoi viaggi, oltre ai Dodici c’erano «alcune donne»: Maria di Magdala, Giovanna, Susanna «e molte altre» (Lc 8,2-3). Con un po’ di sorpresa invece scopriamo che Marta non nascose la sua perplessità quando vide che sua sorella Maria, piuttosto di aiutarla nelle faccende domestiche (come era conveniente per una donna), se ne stava accovacciata ai piedi del Maestro ad ascoltarlo, nella posa tipica del discepolo («Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata da sola a servire?», Lc 10,40). «Una cosa sola è necessaria», le insegnò allora Gesù (Lc 10,41): il dono dell’ascolto. E questo non è un bene riservato, geloso, esclusivo: il discepolato è per tutti.

Malgrado l’autorevole insegnamento, le strutture sociali (avvolte da certi pregiudizi difficili da eliminare) non sempre consentirono alle donne un facile accesso all’ascolto dei predicatori cristiani. E, a differenza di quanto la vox populi (soprattutto quella imbevuta di un certo “femminismo”, ma della peggior specie) è solita lamentare, gli impedimenti vennero in molti casi proprio dal mondo femminile. La reazione risentita di Marta ci ha già fornito un esempio interessante in questo senso; ma la storia e la letteratura, a partire dai primi secoli del cristianesimo, ne registrano molti altri.

Si narra che Tecla, vergine di Iconio, ascoltasse gli insegnamenti di Paolo sulla castità stando seduta alla finestra della sua casa, e non si allontanava da lì giorno e notte per non perdere neppure una delle parole dell’Apostolo. Proprio la madre istigò la sua condanna al rogo, infastidita dalla sua decisione di seguire Cristo, rifiutando il matrimonio prestabilito e sovvertendo gli schemi e le “buone abitudini” (Atti di Paolo e Tecla, II secolo). Simili resistenze incontrarono molte altre donne, soprattutto aristocratiche, desiderose di consacrarsi a vita verginale.

L’agiografia di V secolo racconta di alcune donne che, pur di abbracciare la vita monastica, indossarono abiti maschili e si nascosero per tutta la vita dietro una falsa identità. Pensiamo a Eufrosina, che, per sfuggire alle nozze e vivere consacrata a Dio, entrò in un monastero alessandrino spacciandosi per un eunuco di nome Smaragdo; o a Pelagia, che si ritirò a vivere da penitente in una cella sul Monte degli Ulivi vestita da uomo; o ad Apollonia, figlia dell’imperatore Antemio, che, affascinata dall’esempio dei monaci egiziani, emise voto di castità e si chiuse in monastero con il nome di Doroteo. Al di là del travestimento (che come motivo letterario ha goduto di una certa fortuna fino a oggi: tutti abbiamo letto il celebre romanzo di R. L. Stevenson La Freccia Nera), queste figure di eroine cristiane suggeriscono quanto meno che in alcuni casi le donne trovarono chiusa la porta di accesso all’esperienza monastica. Pare che soprattutto gli eremiti del deserto tendessero ad escludere le donne dai loro asceterî: perché? Anche in questo caso, sarebbe facile condannare in essi il pregiudizio della “debolezza del sesso”, o una qualche forma di “gelosia” o di “discriminazione” (che qualche spirito polemico chiamerebbe “maschilismo”). Ma a ben vedere, se proviamo a calarci senza pregiudizi nella realtà delle circostanze, comprenderemmo che la ragione è assai più concreta e contingente.

Nella Vita di sant’Antonio sono raccontati i molti stratagemmi che il diavolo inventò per far recedere l’eremita dal suo santo proposito: lo tormentava giorno e notte; gli suggeriva pensieri sordidi; gli ricordava le mollezze del piacere; «si adattava persino a trasformarsi di notte in una donna e a imitarla in tutte le maniere, pur di sedurre Antonio» (VA 5,5). Il passo si commenta da sé. Gli eremiti, che vivevano di privazioni, di mortificazioni e di digiuni, di lotta contro le passioni e i piaceri della carne, temevano non la donna in sé, ma il corpo femminile, o meglio la tentazione che quel corpo veicolava e che poteva essere un’arma potentissima nelle mani del demonio. Ora noi, che sperimentiamo quotidianamente la tentazione, non siamo forse inclini a credere che tenerla lontana piuttosto che combatterla possa procurare in fondo una vittoria più facile? Non fu “ostilità” contro la donna, ma umana debolezza! D’altra parte mi pare interessante che alcune di quelle donne-monaco a cui abbiamo accennato (per esempio Teodora e Marina) furono accusate da altre donne di averle sedotte e di essere padri dei loro figli: esse accettarono la calunnia, e solo dopo la loro morte si scoprì la loro vera identità e, di conseguenza, la loro innocenza. Che questi siano episodi reali o di invenzione, segnalano che il rischio che un monaco cadesse in tentazione davanti a un corpo femminile era effettivo e fortemente avvertito.

Ma per non dare adito a chi troppo facilmente emette sentenze (che il più delle volte hanno il sapore di triti e superficiali luoghi comuni anticlericali), meritano almeno un cenno quelle ascete straordinarie per vita e cultura, che in Oriente e in Occidente cooperarono con i monaci, li sostennero e li affiancarono, stringendo con loro un rapporto speciale di collaborazione ed emulazione. A cavallo tra IV e V secolo, a Roma, sul colle Aventino, si riunivano donne e uomini cristiani, che leggevano e meditavano la Bibbia sotto la guida di Marcella e Gerolamo. Ad Aquileia, nella casa del vescovo Cromazio, fedeli di entrambi i sessi, affascinati dal fenomeno monastico, praticavano l’ascesi insieme. La storia ricorda coppie di monaci e monache, come Gerolamo e Paola o Rufino e Melania, che fondarono monasteri gemelli a Betlemme e a Gerusalemme, vissero secondo il Vangelo guidando comunità maschili e femminili, e contribuirono alla formazione e alla crescita del fenomeno monastico in tutto il mondo cristiano. Insieme.

 

 

 

Immagine: P. P. Rubens, Cristo nella casa di Marta e Maria

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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2 Comments on Donne contro donne?

  1. mauro valente // 12 marzo 2012 a 05:52 //

    Il tuo bellissimo articolo mi fa venire in mente un grande filosofo materialista come G. Leopardi, che nel “Pensiero dominante” scrive (vv. 59 ss.) “… questa età superba/ che di vote speranze si nutrica/ vaga di ciance, e di virtù nemica; / stolta, che l’util chiede / e inutile la vita / quindi più sempre divenire non vede;…”. L’illusorio criterio dell’utile è quello che ispira Marta, la madre di Tecla e tutti quelli che ritengono dpiù vantaggioso aggirare l’ostacolo della tentazione invece di affrontarla. Così facendo viene meno li principio oblativo della vita cristianamente intesa.
    A presto

  2. Gabriele // 11 marzo 2012 a 09:39 //

    Complimenti Sabrina l’argomento trattato è davvero molto interessante e devo dire che dopo tanti secoli, ancora oggi facciamo grande difficoltà ad accettare le novità.
    Una certa pigrizia nel guardare oltre il termine “novità” per scrutare che dietro l’orizzonte di questa parola in realtà ci sono tante cose favorevoli.
    Proprio come hai sottolineato tu, si parte da una “novità” e si arriva al termine “insieme”, il cuore del Vangelo.
    Ancora complimenti, spero che continuerai a scrivere spesso qui.
    Attendo con ansia le tue prossime parole.

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  1. La vera festa della donna è il Vangelo

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