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Religioni a confronto sulla fine del mondo

Un convegno della Conferenza episcopale laziale, ha fatto chiarezza su credenze e profezie riscontrando il distacco dell’uomo dal cielo

Dalle profezie dei Maya che, attraverso il loro calendario previdero la fine dei tempi il prossimo 21 Dicembre, alle predizioni sulla fine del mondo secondo le religioni orientali, nei nuovi culti, in letteratura e su Internet. Dunque anche la Chiesa, giovedì, si è interrogata su questi nefasti scenari apocalittici, a metà tra storia, religione, leggenda, fantascienza e suggestione, attraverso il convegno dal tema “Fine del mondo o avvento del Regno?” organizzato, presso l’abbazia di Casamari nel frusinate, su iniziativa della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale laziale: «Il convegno – ha spiegato monsignor Giuseppe Petrocchi, vescovo di Latina e presidente della Commissione laziale – parte dalle domande che ciascuno di noi porta dentro: verso dove va la storia? In quale direzione cammina il tempo e cosa ci sarà dopo la fine?».

Mons. Ambrogio Spreafico

Domande, queste ultime, esistenziali e viscerali che accompagnano l’uomo dalla notte dei tempi: «Sono domande – ha riflettuto monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone – nascoste ed inespresse che rivelano un mondo di incertezza e di paura, una dimensione di precarietà dell’esistenza umana che domina la vita di oggi». Il vescovo, nel suo intervento, non ha mancato di sottolineare come il tema della fine del mondo sia antico nella Bibbia, risalendo al racconto del diluvio: «Da quel racconto – ha aggiunto il presule – emergono per l’umanità due responsabilità: la responsabilità dell’uomo davanti a Dio e la responsabilità dell’uomo davanti al creato e al suo simile».

Mentre secondo Michel Guss, professore di religioni orientali, le teorie sulla presunta fine del mondo provocano nella massa un’adesione di fede para-religiosa di “mistica secolarizzata”. Del resto, in base alle illazioni di tanti profeti di sventura, il mondo sarebbe già dovuto finire più volte nel passato. Partendo così da questo presupposto monsignor Ignazio Sanna, teologo e arcivescovo di Oristano, ha fatto il punto su tutte le varie predizioni enunciate nel tempo, facendo riferimento ad un’ampia documentazione aperta, però, con una precisazione: «Il Concilio Vaticano II – ha precisato monsignor Sanna – affermò che noi ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l‘umanità e non sappiamo in che modo sarà trasformato l‘universo. Ciò che conta, quindi, per la teologia cattolica è l‘evento stesso, non il modo con cui le diverse categorie scientifiche, culturali, storiche interpretano questo evento».

Eppure, tutte le maggiori tradizioni religiose hanno sempre dedicato molta attenzione al tema della fine dei tempi e a come essa sarebbe sopraggiunta. Ad esempio, secondo testi ebraici quali il Talmud, la Midrash e l’antico libro cabalistico Zohar, la data entro cui il Messia dovrebbe riapparire cadrebbe a 6.000 anni dalla creazione, ovvero entro l’anno 2240. Dati suffragati dalla convinzione di ebrei ortodossi e hassidici, a detta dei quali il conteggio del calendario ebraico debba partire dal giorno della creazione; non a caso l’anno 2010 del calendario gregoriano corrisponderebbe all’anno ebraico 5770. Anche nell’Islam, poi, il tempo della fine non ha una data certa, di cui perfino il Profeta Maometto era ignaro per essere invece conosciuta solo da Allah il misericordioso.

Il veggente Nostradamus

Ciononostante fu lo stesso Maometto ad indicare segni, maggiori e minori, di avvicinamento alla data fatidica. Segni identificati nell’aumento di omosessualità, nel trattare i cani come figli, in segni del cielo e in un grande terremoto che avrebbe aperto la Terra fino ad allungare il giorno. Nella storia, comunque, sono state diverse le profezie, come la prima del 989 quando l’avvistamento della cometa di Halley causò la diffusione di timori escatologici e ancora, successivamente, il 31 Dicembre 999 fu la data temuta da molti cristiani come la fine del mondo, fino ad arrivare a Gioacchino da Fiore il quale, riferendosi ai 1260 giorni dell’Apocalisse, indicò l’anno 1260 per il compimento della fatale profezia. Mentre più recentemente, fu il medico veggente Nostradamus a predire l’arrivo di un “re del Terrore” nel 1999 e anche il protestante novantenne Harold Camping arrivò alla conclusione che il 21 Maggio 2011 sarebbe stata la data del Giudizio Universale.

E infine ancora una data, per gli amanti delle profezie, che tra nove mesi dovrebbe emanare il proprio verdetto: quel 21 Dicembre 2012 che, in base all’interpretazione del calendario Maya, segnerebbe il passaggio da un’era all’altra attraverso segni più o meno significativi. Insomma anche oggi, grazie al discutibile contributo dei mass media, il pensiero della fine del mondo fa tremare gli uomini, prevalendo sul messaggio consolatorio della vita eterna: «L‘uomo globalizzato – ha sottolineato l’arcivescovo di Oristano – oltre che un nomade senza spazio e senza tempo, è anche un uomo senza cielo. Per questo è difficile oggi dare un messaggio di vita eterna che dia luce e senso alla vita e alla morte, al dolore e alla gioia».

Mons. Ignazio Sanna, teologo

Ecco perché oggi l’escatologia e la fine dei tempi, nonché il loro annuncio e la loro dimensione di fede non possono confrontarsi con la cultura contemporanea e con l’istanza di futuro che la contraddistingue: «L‘aspirazione – ha ribadito monsignor Ignazio Sanna – alla precaria immortalità del successo, della salute, della gioventù sta sostituendo la fede nell‘immortalità dell‘anima. L‘effimero si mangia l‘assoluto e così si è perso il riferimento alla provenienza dalla terra, dalle mani di Dio. L‘uomo che non è più creato ma solo fatto, può essere anche disfatto. Non c‘è futuro ultraterreno, perché tutto si consuma sotto il cielo, speranze e delusioni, successi e sconfitte, vita e morte».

Così, è in questo attuale contesto caotico che occorre inserire una corretta visione cristiana della storia e del giudizio finale: «Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo – ha concluso il teologo Sanna – conosce le sue debolezze e sa come far prevalere la misericordia divina sul giudizio umano».

About Davide De Amicis (2488 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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