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Tre anni dopo

L’Aquila, il suo dolore, l’andamento lento, la morte e la speranza della “risurrezione” negli interventi di monsignor Molinari e don Tracanna

Un venerdì santo ancora presente, ma che non si rassegna e si apre alla speranza della Pasqua, di una città ricostruita. Questo il senso dell’intervento di monsignor Giuseppe Molinari, arcivescovo di L’Aquila, a tre anni dal sisma che ha colpito indelebilmente la città abruzzese.

Il presule, intervenuto al Sir, osserva la cruda verità, ma vuole andare oltre la critica e continuare a sperare.  «La realtà dei giovani, la mancanza di lavoro e di prospettive nella nostra città – analizza Molinari – non è un problema, è il problema. Mi auguro che tutti insieme si possa pensare a delle soluzioni che permettano alla città di non morire e ai giovani di sognare di essere ancora utili».

In corteo, questa sera, la comunità cittadina, con i suoi pastori, attraverseranno le strade del centro, per una laica processione del “Cristo morto”, una coincidenza di calendario liturgico che sembra sposare perfettamente con “la storia” ancora distrutta. «Da un punto di vista semplicemente umano – osserva l’arcivescovo – c’è amarezza per questa lentezza. Le colpe, anche se è brutto usare questa parola, non sono della maggioranza del popolo aquilano che desidera con tutto il cuore questa ricostruzione. Vanno cercate a livello centrale, nelle istituzioni dello Stato, ma anche a livello locale. Fin dall’inizio ho sempre detto: prima di accusare il governo facciamoci un esame di coscienza se noi aquilani abbiamo fatto la nostra parte. Invece ci si è lasciati vincere dai contrasti. È mancata l’unità, una visione di popolo che rispondesse insieme a questa grande sfida».

La processione del venerdì santo si scioglie sempre nel silenzio, nel buio delle chiese e nel buio di una cattedrale – nel caso aquilano – non ancora agibile, insieme a tantissimi edifici della capoluogo abruzzese. Nonostante la sofferenza della morte, però, quell’angosciato suono del vuoto anticipa in qualche modo la fede nella risurrezione. «Umanamente manca la nostra città – racconta, così, monsignor Giuseppe il “venerdì” aquilano – la vita normale feriale della gente, delle famiglie e dei giovani. Cose che davamo per scontate. Il terremoto ci ha insegnato che è inutile attaccarsi alle cose materiali perché possiamo perderle in un secondo, ma c’è solo una cosa che nessun terremoto ci potrà mai portare via: il nostro amore a Dio e il nostro amore ai fratelli».

E sì, perché l’impressione che si ha quando si incontra un aquilano è quell’indescrivibile senso di attaccamento alla vita, in tutti i suoi aspetti, e, seppur ancora nel disagio, un senso di gratitudine ai “prossimi” incontrati in questo lungo percorso. «La cosa più bella – interviene don Claudio Tracanna, parroco di Pizzoli e direttore dell’ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi – è stata senz’altro la tenacia della gente e, parlando da parroco, la loro fede. Hanno resistito, nonostante tutto, e continuano a resistere. Guardando all’esterno non posso che pensare ai tanti volontari. Non solo a quelli venuti nei primi mesi, ma a quanti continuano a darci la loro disponibilità per venire a svolgere campi di servizio nelle nostre comunità».

È realista il giovane sacerdote, direttore di Vola, settimanale nato proprio in una tendopoli nel post-sisma, che sa osservare la sua gente e l’“andamento lento”. «Gli aquilani sono oggi consapevoli di come la ricostruzione sarà lenta e, quindi, pur continuando a lavorare, hanno ormai accettato la necessità di ricostruirsi un’altra vita. Questo non significa che siano rassegnati, ma che l’emotività e, per alcuni persino la rabbia, hanno lasciato il posto alla consapevolezza».

Un appello sembra necessario: l’Aquila ha bisogno di luoghi. «Non solo luoghi di ritrovo e socializzazione – conclude don Tracanna – ma anche luoghi di lavoro. La crisi economica e occupazionale de L’Aquila risale a prima del terremoto ma, in questi tre anni, quello che è stato fatto non è andato nella direzione di invertire questa tendenza. Ho il grande timore che la ricostruzione non sia per i giovani. L’Aquila è una realtà giovane, una città universitaria, ma sempre più spesso i nostri giovani decidono di andare via, pur con tristezza, perché non vedono un futuro qui».

 

About Simone Chiappetta (451 Articles)
Direttore responsabile del notiziario online "Laporzione.it" e responsabile dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne. Laureato in Scienze della Comunicazione sociale e specializzato in Giornalismo ed Editoria continua la ricerca nell'ambito delle comunicazioni sociali. Ha collaborato con quotidiani di cronaca locale e ha coordinato negli ultimi anni la pagina diocesana di Avvenire.
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1 Comment on Tre anni dopo

  1. Matteo // 6 aprile 2012 a 12:11 //

    Atroce ricordo, triste esperienza, ma sempre ricchi di speranza!

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