Quell’indice spostato di 180°

La crisi esaspera la disperazione, 18 i suicidi per lavoro. Di chi è la colpa?

«Sono almeno 18 gli imprenditori, gli artigiani, i lavoratori che si sono suicidati dall’inizio dell’anno a causa della crisi economica». Questo il bilancio stilato da Federcontribuenti sulla base dei casi registrati dalle sedi dell’associazione in tutta Italia e sono questi i numeri che hanno portato la stessa federazione a depositare un esposto per “stalking ” a danni dei cittadini; tra i responsabili, il Governo.

Un “movimento” che ha trovato molta approvazione sulla rete, in un giro di virtuali “punta dito” al Presidente del Consiglio, alle manovre anti-crisi del Governo, alla disattenzione politica e alla banche. “Il fumo uccide ma anche il Governo non scherza”, “tutti i suicidi causati dalla disperazione di non avere un lavoro, non sono suicidi ma: omicidi di Stato”, sono solo due dei tanti slogan condivisi sui social network con la superficialità di un click e arrivati come uno spam pubblicitario sulle bacheche della maggior parte degli italiani iscritti a facebook. Due frasi che dicono senza dubbio l’indignazione, la difficoltà, il momento difficile, ma che portano ad affrontare il problema con faciloneria e ad esacerbare la preoccupazione, senza favorire idee e commenti su possibili vie di uscita.

Se è vero che l’esasperazione va ricercata nella mancanza di lavoro, nelle pressioni fiscali e di conseguenza nelle migliaia di attività “costrette” a chiudere, è altrettanto vero che la risposta a tale difficoltà non può cadere dall’alto e web “invettive” di tal genere non fanno altro che sostenere la paura, la solitudine, la sfiducia e quel “rinchiudersi in se stesso” (tra le cause del suicidio), a scapito della solidarietà sociale.

E sì, perché il puntare il dito, sempre verso gli altri, rischia di generare il circolo vizioso ed egoista dell’autoisolamento, dimenticando che i problemi si risolvono soprattutto insieme.

L’editoriale non vuole essere retorico, potrebbe subito trovare la critica che questo Governo non ci rappresenta e che le scelte di uscita dalla crisi non sono fatte insieme al popolo, ma in realtà non vuole affrontare i decreti salvacrisi, giustificarli o accusarli. Vuole solo spostare di 180° quel “dito puntato”, invitando tutti ad indirizzare l’indice del rimprovero verso se stessi per domandarsi: questi disperati, queste persone abbandonate – perché il senso del suicidio va sempre trovato in un patologico senso di solitudine – potevano contare sugli altri, su di noi?

Non è la prima crisi che l’Italia si trova ad affrontare, eppure, il racconto dei nostri nonni ci può aiutare a delineare subito le differenze; una è immediatamente visibile: la capacità di accoglienza! Sono disperati i racconti del dopoguerra, eppure risulta naturale nelle narrazioni degli anziani la condivisione del pane e della mensa, l’aiuto reciproco, il rischiare per amicizia e quel senso di comunione che non ci appartiene più e che è l’unica via per superare qualsiasi difficoltà.

 

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