Sempre meno le imprese in Italia

E anche le piccole e medie imprese abruzzesi sono diminuite ancora: -5.130 rispetto dopo il primo trimestre 2012

Con meno iscrizioni e più cessazioni, nel primo trimestre 2012, si è allargata la forbice della vitalità delle imprese tra chi sceglie di puntare sul mercato creando una nuova attività, come hanno fatto 120.278 operatori tra Gennaio e Marzo, e chi al contrario ne è uscito: in totale 146.368. Rispetto allo stesso periodo del 2011, in particolare, le iscrizioni sono diminuite di 5mila unità mentre le cessazioni sono aumentate di ben 12mila unità, facendo risultare un saldo del periodo pari a -26.090 imprese.

Una fabbrica in funzione

Un numero che corrisponde praticamente al triplo di quello fatto registrare nei primi tre mesi del 2011, quando sono mancate all’appello “solo” 9.638 imprese. In termini percentuali, la riduzione dello stock delle imprese nel primo trimestre è stata pari -0,43%, rispetto al -0,16% del 2011. È questo, in sintesi, il quadro rilevato dai dati sulla natimortalità delle imprese nel primo trimestre dell’anno documentati da Movimprese e resi noti ieri a Lecce dal presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, nel corso del convegno sullo sviluppo del Mezzogiorno organizzato dalla Camera di commercio del capoluogo talentino.

E in Abruzzo la situazione non è di certo migliore, con il primo trimestre 2012 che è risultato il peggiore dal 1995 per le piccole e medie imprese. Gli stessi dati Unioncamere che registrano le chiusure e le nuove aperture di imprese, tra l’altro, confermano al ribasso le previsioni del centro studi della Confesercenti abruzzese, che nella ricerca del 22 Marzo scorso aveva previsto, entro Giugno 2012, la chiusura di 5mila aziende in Abruzzo. Secondo Unioncamere, invece, questa cifra è stata già raggiunta nel primo trimestre dell’anno, quando hanno chiuso ben 5.130 aziende, quasi mille in più rispetto all’altrettanto primo trimestre 2011, quando di aziende ne avevano chiuso 4.227.

Ad evidenziare maggiormente la congiuntura così negativa, però, è il saldo fra chiusure e nuove aperture: -2205 tra Gennaio e Marzo 2012, rispetto al -456 dello stesso periodo dell’anno precedente. Parlando poi dei settori economici, ad avere la peggio è stato il commercio che ha chiuso il primo trimestre 2012 con -929 imprese nel saldo fra aperture e chiusure e con una perdita secca di 442 attività commerciali nella sola provincia di Pescara. E il commercio perde colpi anche nelle altre province abruzzesi. -199 a Teramo, -149 a Chieti e -139 a L’Aquila.

Inoltre, anche l’artigianato precipita, perdendo 744 aziende nel saldo fra aperture e nuove chiusure. Il primato della triste classifica, questa volta, spetta a Teramo, con un -338, seguita da L’Aquila, -170, Pescara, -126 e Chieti, -108. Regge invece, pur essendo in perdita, il settore turistico che, al suo interno, include anche ristorazione e pubblici esercizi. Da questo punto di vista, il saldo della natimortalità abruzzese è -191 e il settore perde 79 aziende a Teramo, 53 a Chieti, 39 a Pescara e 20 a L’Aquila.

Enzo Giammarino, direttore Confesercenti Abruzzo

Insomma, i dati rappresentano un’economia abruzzese allo stremo e gli interventi in grado di tamponare quest’interminabile crisi economia non sembrano essere molti: «Le imprese – hanno sottolineato il presidente ed il direttore di Confesercenti Abruzzo, Beniamino Orfanelli ed Enzo Giammarino – sono strozzate da una concentrazione di imposte, tasse, minori incassi e difficolta‘ di ottenere finanziamenti: un mix micidiale che le spinge verso la chiusura. Lo sblocco dei fondi per facilitare l’accesso al credito, in una situazione di così grave emergenza economica, deve diventare senza mezzi termini la priorità assoluta della comunità abruzzese, da risolvere nel giro di pochi giorni.

A Pescara si fa sempre più pesante la crisi strutturale del commercio, storicamente il punto forte dell’economia, dove oggi si registra invece il record di tre chiusure per ogni nuova apertura. Nel teramano la crisi del tessile e del mobile si ripercuote in termini consistenti sui dati dell’artigianato. Il turismo invece resiste grazie ai nuovi mercati aperti in questi anni e perchè in molti casi il pubblico esercizio diventa uno sbocco lavorativo per chi è respinto dal mondo del lavoro».

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