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Ammaliati dal canto degli inni

Ambrogio “inventore” dell’innografia latina: tra storia e leggenda

La fortuna di poeti e scrittori del passato – magari considerati iniziatori di un nuovo genere, ragguardevoli innovatori o massimi rappresentanti di un certo filone letterario – si può misurare anche in base al numero di imitatori che di essi hanno seguito le orme; non di rado poi le opere di questi ultimi sono confluite sotto i nomi più autorevoli e rappresentativi dei loro capiscuola. Ciò è avvenuto anche per Ambrogio, al quale la tradizione ha attribuito un gran numero di inni (di essi solo tredici sono attualmente ritenuti autentici), alcuni tuttora in uso nella liturgia delle ore. La ragione di queste false attribuzioni è la comune convinzione che Ambrogio sia stato l’inventore e l’iniziatore di questo genere di componimenti poetici scritti in dimetri giambici e cantati intonando una melodia semplice e ripetitiva (forse composta dallo stesso autore, che, a quanto pare, non mancava di un’adeguata preparazione musicale) che va appunto sotto il nome di “inni”. Alla base di questa tradizione, sorta in Occidente in età tardoantica, sono le testimonianze rese da Agostino nelle Confessioni e da Paolino nella Vita di Ambrogio.

Sia Agostino sia Paolino collegano la nascita degli inni a una circostanza poco felice per la chiesa milanese. L’imperatrice Giustina, madre di Valentiniano II, fin dal 378 aveva cercato di sottrarre alla Chiesa di Milano una delle tre basiliche della città per consegnarla agli ariani. Falliti i primi tentativi, passò alle maniere forti: nel 385 tentò di sequestrare una chiesa, ma incontrò subito la resistenza di Ambrogio e dei suoi fedeli; nel gennaio 386 fece promulgare una legge che autorizzava il culto semiariano e minacciava di morte i suoi oppositori; il 27 marzo di quello stesso anno prese d’assedio la basilica porziana e poi la basilica nova. Ambrogio e i suoi fedeli inermi si opposero ai soldati affollando le chiese contestate e vegliando in continua preghiera. In quei giorni della settimana santa dell’anno 386 i fedeli asserragliati in basilica intonarono inni e salmi, dai quali furono sostenuti nella lotta non violenta che stavano conducendo, finché il 2 aprile (giovedì santo) l’autorità imperiale fu costretta a cedere.

In un passo delle Confessioni (IX,7) Agostino rievoca a distanza di dieci anni la gioia del battesimo (ricevuto a Milano nel 387) e le lacrime di commozione da lui versate ascoltando gli «inni e i cantici che risuonavano dolcemente nella chiesa». Ricorda che la comunità milanese da non molto tempo aveva introdotto «la pratica consolante e incoraggiante di cantare con grande impegno da parte dei fratelli, unendo voci e cuori»; più precisamente tale consuetudine era stata istituita (institutum est) «da un anno o poco più», cioè da quando erano accaduti i fatti del 386, da lui appresi tramite la testimonianza oculare della madre Monica. Da allora, continua Agostino, l’abitudine di cantare gli inni era stata conservata a Milano e imitata «in quasi tutte le comunità» cristiane.

Si direbbe dunque che Ambrogio abbia avuto la straordinaria capacità di inventare un genere di canto nuovo, gradevole, adatto nella situazione contingente a consolare e incoraggiare la comunità milanese impegnata nella lotta contro gli eretici, un genere peraltro di tale efficacia e piacevolezza da riscuotere un successo ampio e immediato presso quasi tutte le comunità cristiane dell’epoca. Tuttavia, nel resoconto di Agostino appare una precisazione tanto chiara ed evidente che però, al tempo stesso, tende facilmente a sfuggire alla nostra attenzione: «Allora si istituì la consuetudine di cantare inni e salmi secondo il costume delle regioni d’Oriente». La consuetudine introdotta da Ambrogio appariva certo una grande novità agli occhi degli Occidentali, ma era ampiamente nota e sperimentata in altre zone dell’Impero. Ambrogio stesso era ben consapevole di non aver inventato nulla di nuovo né di particolarmente meritorio, altrimenti ne avrebbe fatto menzione almeno nell’epistola a Marcellina (ep. 76), laddove offre un resoconto dettagliato della settimana santa del 386. L’assenza in questa lettera di qualunque riferimento agli inni e alle novità celebrate da Agostino e Paolino, lascia peraltro supporre che si trattasse di abitudini già entrate nella prassi milanese, che solo grazie a quegli avvenimenti eccezionali furono portate all’attenzione di tutto l’Impero. D’altra parte appare quanto meno inverisimile che Ambrogio, in una fase tanto travagliata della propria vita e della storia contemporanea, abbia potuto inventare dal nulla un genere di componimenti, il cui carattere, fin dagli esordi, appare già così formato e perfetto.

Gli eventi storici contingenti offrirono dunque un valido trampolino di lancio per uno strumento pastorale di notevole efficacia, che per di più costituì un’arma vincente nella propaganda anti-ariana, come Ambrogio stesso vanta nel Contra Auxentium: «Dicono anche [gli ariani] che il popolo è stato ammaliato dai canti dei miei inni. Proprio cosi, non lo nego. Grandioso canto è questo, il più potente di tutti. Che c’è infatti di più potente del confessare la Trinità, che ogni giorno viene esaltata dalla bocca di tutto il popolo? A gara, tutti vogliono proclamare la loro fede, tutti hanno imparato a lodare in versi il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo».

Che grande vittoria contro gli ariani, eretici e prepotenti, era la confessio Trinitatis, che il popolo ogni giorno cantava nelle chiese milanesi tramite gli inni di Ambrogio! Parole e musica intrecciate in un canto semplice, orecchiabile e melodioso, diventano strumento e segno del trionfo dell’ortodossia sull’eresia ariana. Trionfo dogmatico, storico e per di più letterario, se si pensa che anche gli ariani cercavano consensi e adesioni presso il popolo componendo carmi semplici e di facile gradimento. Vinse Ambrogio, vinse l’ortodossia, vinsero gli inni, i «grandiosi canti» che ancora oggi intoniamo.

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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1 Comment on Ammaliati dal canto degli inni

  1. mauro valente // 22 aprile 2012 a 19:04 //

    E’ un grande motivo di rammarico che la tradizione del canto durante la celebrazione della liturgia sia in Italia molto meno diffuso che all’estero (almeno per la mia esperienza). Bene ha fatto dunque Sabrina a ricordare l’origine italica della tradizione innografica ortodossa. Quella di Ambrogio fu una bella vittoria della fede a differenza della violenta sopraffazione, in quello stesso secolo, su Ipazia (nessuno è senza peccato nella crudele e dolorosa storia degli uomini)

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