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Preti uccisi dai partigiani

Rolando Rivi e i preti martiri della Resistenza

Roberto Beretta, in Storia dei preti uccisi dai partigiani” (Piemme, 2005), ha ricostruito – con acribìa storica e poderosa documentazione – uno dei lati più oscuri della Resistenza: tra la fine del 1943 (giorno dell’armistizio) e il 18 aprile 1948 (data delle elezioni vinte dalla Democrazia Cristiana), i partigiani uccisero 130 sacerdoti. Togliamo pure una cinquantina di sacerdoti assassinati tra Venezia Giulia ed ex Jugoslavia, in maggioranza dai partigiani di Tito, ben 80 furono uccisi nelle “civilissime” e “democratiche” regioni del Nord: Beretta parla di un «quadrilatero dell’orrore», compreso tra le città di Massa, Bologna, Piacenza ed Alessandria.

I partigiani uccisero sacerdoti ritenuti fascisti o filofascisti, sacerdoti anticomunisti, apolitici, ma anche i filopartigiani, e i “partigiani bianchi” ­– i cattolici che si opponevano alla politicizzazione in senso comunista della Resistenza, o non si sottraevano a condannare anche dal pulpito «le ruberie e gli eccidi compiuti dai partigiani». È il caso – ricorda Beretta – di Don Giuseppe Jemmi, vice-parroco a Felina, sull’Appennino reggiano: andò egli stesso a cercare i partigiani suoi assassini, che non l’avevano trovato in canonica, pensando che avessero bisogno di lui; fu ucciso a 26 anni, ad una settimana dal 25 aprile, perché aveva osato dire in predica che chi uccide è sempre un assassino, anche se porta la camicia rossa. Trucidati barbaramente senza processo, anche dopo la fine della guerra, a volte vituperati e vilipesi, i sacerdoti vittime dei partigiani subirono anche la peggiore «damnatio memoriæ»: l’oblio, tra censure e silenzi, in nome della conciliazione degli animi. Come mai, pur essendo comprovati da documenti e testimoni, non si ricordano mai gli omicidi compiuti dai partigiani durante la guerra civile? Come mai non ci sono ricorrenze ufficiali, targhe, lapidi, che ricordino esplicitamente episodi legati ai centotrenta preti uccisi dai partigiani, mentre «nove sacerdoti italiani uccisi dai nazisti e cinque dai fascisti sono stati insigniti di medaglie della Repubblica Italiana?». Altro dato su cui riflettere: i pochi esecutori materiali di questi efferati crimini giunti ad essere processati e condannati hanno goduto tutti dell’amnistia Togliatti, un’amnistia che ha impedito di perseguire, nella sostanza, tanto i crimini dei partigiani comunisti, quanto quelli dei criminali fascisti.

Non si tratta di revisionismo – e tantomeno di banalizzare la Resistenza con la squallida conta dei morti o dei criminali attribuiti alla fazione nazifascista o a quella comunista – quanto di far conoscere la verità dei fatti. I partigiani e la Resistenza hanno contribuito in modo determinante alla liberazione del nostro paese dalla dittatura, alla difesa della libertà e della democrazia; perché questa indubitabile verità non scivoli nella retorica o, peggio, nella reale mistificazione del dato storico, non dobbiamo però tacere su quel numero di partigiani che, per eccesso ideologico, compirono diversi atti criminosi e, non per ultimo, atti feroci verso rappresentanti della Chiesa. In campo storico, poi, i critici hanno spesso puntato il dito contro le presunte connivenze del clero e delle gerarchie cattoliche nei confronti di Hitler, di Mussolini, o contro l’inadeguata difesa degli ebrei; gli storici, però, non sono stati ugualmente solleciti – dimostra Beretta – nel divulgare come i partigiani garibaldini rossi – nei quali confluirono molti jugoslavi titini –, auspicando l’avvento del socialismo in Italia, non disdegnarono un programma più o meno ufficiale di palingenesi globale nel quale il clero doveva essere eliminato. Ecco, allora, che spesso e volentieri, la figura del prete in quanto tale, in quanto ostacolo all’avvento del socialismo reale, diventava simbolo da combattere, a prescindere dal suo essere un fascista, o un traditore. Roberto Beretta riporta nomi e cognomi, biografia, “cause” della morte ed esecuzione di ciascuno di questi 130 preti (clicca link) semisconosciuti e semidimenticati dalla storia ufficiale. I metodi di eliminazione descritti sono molto barbari: torture, “insacchettamento”, mitragliate, prelevamenti notturni per esecuzioni con motivazioni spesso inventate.

Prima di Roberto Beretta, qualcuno aveva già cercato di raccontare il sacrificio dei preti uccisi dai partigiani, anche se a rischio di gravi ritorsioni. Nel 1963 l’Azione Cattolica raccolse il “Martirologio del Clero italiano 1940-1946”. Quasi tutti questi testi potrete trovarli online e leggerne l’edizione integrale su Il Mascellaro.

Un posto rilevante, tra questi veri martiri della Resistenza, lo occupa il giovane seminarista Rolando Rivi (clicca link), morto a quattordici anni. Rolando Rivi nacque il 7 gennaio 1931, in un piccolo borgo in provincia di Reggio Emilia, da Roberto e Albertina Canovi. La famiglia del ramo materno era nota nella zona per la fede cattolica tanto da essere soprannominata i “Pater”; il padre, Roberto, era militante dell’allora gloriosa Azione cattolica. Rolando era solito accostarsi tutte le settimane alla Confessione e alzarsi la mattina presto per servire la Messa e ricevere la Comunione. Fu così che la chiamata al sacerdozio si fece più intensa fino a quando, a 11 anni, lo disse a casa: «Voglio farmi prete, per salvare tante persone. Poi partirò missionario per far conoscere Gesù lontano, lontano». Entrò nel seminario di Marola nell’autunno del 1942. Intanto la guerra si faceva via via più aspra, anche perché, proprio in quelle zone, massiccia era la presenza di formazioni partigiane formatesi dopo a caduta del fascismo e l’occupazione tedesca della penisola. A parte gruppi minoritari di democratici, le file partigiane erano formate da comunisti e socialisti, tutti accomunati da una forte ideologia anticattolica che vedeva nel clero un pericoloso ostacolo al proprio progetto rivoluzionario. Quando nel 1944 i tedeschi occuparono il seminario di Marola, tutti i ragazzi dovettero rientrare nelle loro case. In questa nuova situazione, Rolando continuò il percorso di studio e i ritmi di preghiera del seminario, e decise di continuare a indossare sempre la veste talare.
Il 10 aprile, uscendo dalla Messa e recandosi come solito a studiare nel boschetto, Rolando fu fatto prigioniero e portato in un casolare dove si trovavano alcuni partigiani appartenenti al battaglione Frittelli della divisione Modena Montagna (Armando) comandata da Mario Ricci.

Da quel momento, tutto quello che accadde a Rolando fu fatto al di fuori delle regole che pure disciplinavano la guerra partigiana e fu motivato solo da un odio feroce contro la fede limpida, la vocazione al sacerdozio, l’appartenenza alla Chiesa, l’amore appassionato a Gesù del ragazzo. Giunto al casolare di Piane di Monchio, Rolando fu rinchiuso nella porcilaia, improvvisata e orribile prigione: fu sottoposto a pesanti interrogatori con l’obiettivo di estorcere una confessione e una credibile ragione per la condanna a morte, e fu oggetto di torture con una ferocia inaudita. Il giovane seminarista fu spogliato a forza della tanto amata veste talare e l’abito, in quanto segno di appartenenza a Gesù e alla Chiesa, fu trattato con disprezzo: arrotolato e preso a calci fu poi appeso come un trofeo a un chiodo all’esterno del casolare. La sua prigionia continuò per tre giorni, fino a quando decisero di ammazzarlo. Il 13 aprile lo portarono, sanguinante, in un bosco presso Piane di Monchio (provincia di Modena), dove c’era una fossa già scavata. Con un calcio lo scaraventarono a terra. Rolando capì che stava per morire, allora chiese di pregare, per l’ultima volta, per i suoi genitori. S’inginocchiò, poi due scariche di rivoltella lo fecero rotolare nella buca. Venne coperto con poche palate di terra. Erano le ore 15 del 13 aprile 1945. A sparare fu il partigiano Giuseppe Coghi, commissario politico del Battaglione Frittelli, che, nella sentenza di condanna, viene descritto come un «uomo politicamente fanatico e sostenitore ad oltranza dell’odio di classe». Giuseppe Coghi godè dell’amnistia, e fu rilasciato.

La storia di Rolando Rivi, come degli altri caduti vittime dei partigiani, cadde nell’oblio fino a quando, il 3 maggio 2001, l’agenzia di informazione Ansa diffuse questa notizia: «A San Valentino di Castellarano si commenta come miracolosa la guarigione dalla leucemia di un bambino inglese di due anni nel cui lettino, sotto il guanciale, i genitori avevano posto una reliquia di Rolando Rivi, …». La notizia dell’inaspettata guarigione del piccolo James era arrivata a padre Giovanni Battista Colusso, allora parroco di San Valentino, tramite un fax spedito da Michael Hutchings che a Londra guidava un gruppo di preghiera cattolico. Il giovane, che all’inizio degli anni ’90 aveva frequentato l’Università Pontificia Antoniana a Roma, aveva letto un articolo dedicato al seminarista martire Rolando Rivi, pubblicato sull’Osservatore Romano il 13 aprile del 2000, a 55 anni dalla sua morte. Quando poi il piccolo James Blacknell, figlio della cugina di un caro amico s’era ammalato di leucemia, e giaceva in ospedale senza prospettive di guarigione, aveva scritto a padre Colusso per avere una reliquia di Rolando. Il parroco di San Valentino aveva spedito in Inghilterra una ciocca di capelli del seminarista intrisa del sangue del martirio. Il 4 aprile 2001, nove giorni prima della data del martirio, i medici inglesi riconobbero che sorprendentemente tutti i segni del tumore erano scomparsi. Il 13 aprile 2001, venerdì santo e 56° anniversario della morte di Rolando, padre Giovanni Battista Colusso annunciò in chiesa la guarigione del bambino inglese. La notizia trapelò sui giornali e divenne di dominio, si può dire, mondiale. Ne scrissero: la rivista Gente il 31 maggio 2001 (“Questo bimbo è risuscitato” a cura di Luigi Bellotti); Famiglia Cristiana il 17 giugno 2001 (“In memoria di un seminarista” di Simonetta Pagnotti); II Giornale il 13 aprile 2002 (“Quando Dio in persona rompe la cortina di ferro”, stupendo articolo di Antonio Socci); ancora Gente il 9 maggio 2002 (“Ha dato la vita per Gesù” di Andrea Tornelli), e ancora l’Osservatore Romano il 16 gennaio 2004. Dall’annuncio della guarigione, la parrocchia di San Valentino, oltre che invasa dalle lettere provenienti dall’Italia e dall’estero richiedenti grazie e preghiere, è meta di fedeli per la venerazione.

Il 7 gennaio 2006 alle ore 16,00 è iniziato ufficialmente a Modena, nella Chiesa di S. Agostino, il processo di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Rolando Rivi, seminarista morto Martire a 14 anni, ucciso per mano di partigiani comunisti, nel bosco di Piane di Monchio, nell’Appennino Modenese. L’atto di morte e sepoltura di Rolando Rivi ne conferma il martirio: «Rivi Rolandus, […] per manus hominum iniquorum, in comunione Sanctæ Matris Ecclesiæ, animam Deo reddit».


 

1 Comment on Preti uccisi dai partigiani

  1. moreno // 19 maggio 2012 a 19:35 //

    il comunismo è stato sempre una maledizione del mondo altro che il fascismo le uccisioni che hanno fatto il comunismo nel mondo se ne è parlato sempre poco perchè? non è giusto che si è parlato sempre del nazifascismo quest’ultimo ha fatto delle cose importanti per i loro popoli, vi prego di parlarne di più del maledetto comunismo e parlate qualche volta delle cose buone fatte dal nazifascismo. camerateschi saluti. moreno

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  1. aggredito esponente M5s - Pagina 6

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