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Canzonette pericolose

Si può cantare o no – e cosa? – in chiesa? E che importanza può avere, questo, nella lotta alle eresie?

Sì, è vero: Ambrogio vinse, contro gli ariani. È altrettanto vero: con Ambrogio l’ortodossia vinse sull’eresia. Sta di fatto, però, che gli ariani non avevano seguito Ambrogio (come le Pieridi sarebbero salite sull’Elicona), bensì Ambrogio – quasi rovesciando l’episodio di Marsia e Apolloaveva rincorso gli ariani, anzi lo stesso Ario!

La vicenda è davvero gustosa, ma (come spesso accade, nella divulgazione di episodî storici) si rischia che “Ario”, “Ambrogio”, “ortodossia” ed “eresia” restino per la maggior parte dei lettori poco più di un vago riferimento, come un’indicazione stradale data da uno che non ha la minima idea del posto dove sta mandando l’incauto avventuriero, ma non se la sente di ammetterlo apertamente.

Anzitutto, dunque, bisogna dire che Ario (questo prete egiziano, di Alessandria) aveva un immenso talento in ciò che oggi ricadrebbe sotto il nome “scienze della comunicazione”: da lui si avviò, nelle prime décadi del IV secolo, la prassi di divulgare in tutta la popolazione – dagli strati più elevati e istruiti fino al popolino meno provveduto – i contenuti teologici di dispute di esacerbata gravità. Come faceva? Facile: componeva canzoni (canzonette, per la precisione) e in queste riversava, con melodie orecchiabili e versi facilmente memorabili, i contenuti della sua dottrina – una delle eresie dall’ombra più lunga di tutte, nella bimillenaria storia del cristianesimo.

Purtroppo la sua opera votata a questo scopo è andata quasi totalmente perduta. Ciò che sappiamo dei Thalia (questo il nome dell’opera) è però indicativo: il titolo significa, curiosamente, “i banchetti”, ed è difficile dire se alludesse ai contesti in cui le canzoni della raccolta venivano prevalentemente eseguite o se il rimando fosse di tipo allegorico, dal momento che ci sono conservati pochissimi versi, peraltro piuttosto sparpagliati. Pare che le composizioni fossero generalmente scritte in un tipo particolare di metro ionico (il verso sotadeo), ma dai versi a nostra disposizione risulta invece una refrattarietà della poesia di Ario a lasciarsi ricondurre a un preciso tipo di metrica. Quel che è certo, al di là di ogni considerazione critica, è che Ario aveva capito perfettamente come per far prevalere la sua posizione su quella di chi lo avversava avrebbe dovuto portare la discussione fuori dall’àmbito puramente accademico, sottrarla ai soli “addetti ai lavori”.

È difficile comprendere questa considerazione senza (s)cadere in due valutazioni, opposte ma ugualmente erronee: da un lato quella di chi vede in un qualsivoglia eretico (Ario, nella fattispecie) un perfido detrattore della verità, malignamente interessato a pervertire il deposito della fede; dall’altro quella di chi considera quest’ultimo (ossia il deposito della fede) come una mera risultante di giochi di forza e di compromessi storici. In effetti gli eretici furono (e sono) in buona parte persone non cattive e non intenzionate ad altro (di solito) che alla ricerca della verità. In effetti il processo di formulazione del dogma è un percorso di raffinamento della fede della Chiesa, che non di rado passa attraverso opposizioni più o meno forti.

Ma qual era la terribile eresia che Ario aveva escogitato, trascinandosi dietro una parte significativa dell’episcopato mondiale e venendo avversato da tutti gli altri vescovi del mondo (Ambrogio in prima fila, appena un passo dietro ad Atanasio, a Basilio e a pochi altri)? Semplicemente, tutta la vicenda di Gesù complicava un tantino la possibilità d’immaginare un Dio veramente unico (come ogni monoteismo che si rispetti deve poter fare): se Gesù è Dio, come sembra di capire da non poche delle sue parole, chi è Dio? Quanti dèi ci sono? Il monoteismo è lì che sta per esplodere da un momento all’altro, come una bolla di sapone: ben prima del IV secolo, le soluzioni principali al problema erano state fondamentalmente due. Prima soluzione: Gesù non è propriamente Dio, ma solo un uomo eccezionalmente buono che un bel giorno (il giorno del battesimo nel Giordano) viene investito da Dio del potere (lo Spirito) di parlare a nome di Dio “un po’ come un figlio fa di un padre”. Seconda soluzione: Gesù è Dio, ma questo non vuol dire che Dio è un altro rispetto a Gesù – non c’è nessuna distinzione reale, tra Padre e Figlio, e quello che viene chiamato “Figlio” non è altri, in realtà, che l’unico Dio (che normalmente viene chiamato “Padre”) al momento in cui decide di assumere la natura umana.

Queste due eresie (che i moderni avrebbero poi chiamato rispettivamente “adozionismo” e “modalismo”) cercavano in qualche modo di salvaguardare il monoteismo dalla dissoluzione nel diteismo e nel triteismo («e poi – si dicevano – se cominciamo a moltiplicare, qua, chissà se ci fermiamo e quando!?»). Niente di nuovo. Ario cercò anche lui di proporre uno stratagemma, che tenesse insieme l’unicità di Dio e la divinità di Gesù, senza però scadere nelle due eresie appena menzionate. Così, suo malgrado, ne inventò una terza: egli arrivò cioè a teorizzare che il Figlio di Dio fosse realmente divino, sì, ma di una specie di “divinità inferiore”. Da dov’è che Ario ha tirato fuori il concetto di “divinità inferiore”? Semplicemente, per poter distinguere realmente il Padre dal Figlio (non come facevano i modalisti), Ario sottolinea che – anche se sono entrambi divini – il Padre fa una cosa che il Figlio non fa (e non può fare), ossia generare il Figlio.

Così le canzonette di Ario cercavano di far quadrare il cerchio: il Padre è il Dio, quello unico, quello che garantisce il monoteismo; il Figlio è Dio, anche lui, sebbene non possa essere “Dio come il Padre”, perché «il vero Dio, il Dio per eccellenza – spiegava Ario – è quello che non è generato da nessuno». Seducente, no? Sembra quasi sufficientemente ragionevole da strappare l’assenso… e difatti moltissimi vescovi furono trascinati dalle canzonette di Ario a ritenere che il prezzo da pagare per mantenere il monoteismo fosse uno sconto sulla divinità di Cristo. Un’altra bella fetta dell’episcopato insorse, e l’imperatore Costantino – che aveva da sistemare diverse faccende, in Oriente e in Occidente – si vide costretto a convocare un grande concilio, a Nicea, nel 325.

Non proprio eventi lontani e persi nella notte dei tempi, visto che i cristiani di tutto il mondo, ancora oggi, ripetono (troppo meccanicamente e distrattamente, bisogna riconoscerlo!) le parole che i trecentodiciotto Padri del primo Concilio Ecumenico avevano faticosamente elaborato (come le hanno poi ritoccate nel 381 a Costantinopoli): «…l’Unigenito Figlio di Dio è nato dal Padre prima di tutti i tempi, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato; della stessa sostanza del Padre…».

Ora ci si chiederà: e che c’entra la musica in tutto questo? C’entra, c’entra, se si pensa a quanto fu lunga e dura la lotta con l’eresia di Ario – un braccio di ferro continuo, in Oriente e in Occidente, con gli imperatori che, susseguendosi e avendo in materia opinioni molto divergenti, destinavano l’appoggio imperiale ora agli ariani ora agli antiariani (che vi credete? La teologia muove le sorti dei popoli!). Questo braccio di ferro si consumava a suon di numerosi concilî e sinodi, trattati e dichiarazioni – e naturalmente lo si pagava con scomuniche ed esilî come se piovessero! – e ad un tratto è intervenuto l’inatteso regime dell’imperatore Giuliano (362-363): né ariano né antiariano (e nemmeno cristiano), Giuliano privò quel braccio di ferro dell’appoggio imperiale, condannandolo quindi all’impotenza. Subito dopo il suo regno, uno dei tanti sinodi locali si tenne a Laodicea: le canzonette di Ario erano nel mirino, perché anche per loro tramite la polemica infiammava tutto il mondo conosciuto. Il cinquantanovesimo paragrafo del sinodo di Laodicea proibiva di «declamare in chiesa versi composti autonomamente [ossia “non biblici”]».

Che vuol dire? Evidentemente che una parte della resistenza antiariana s’illudeva di poter debellare l’arianesimo condannando le canzonette “non contenute nella Scrittura”. Di fatto, invece, questa risoluzione (che poi fu – provvidenzialmente – disattesa in massima misura!) avrebbe spinto i cristiani ad abbandonare il terreno di un onesto confronto con Ario. E perché sarebbe stato (come difatti è poi stato) un confronto onesto? Perché l’operazione di Ario – quella di comporre inni e canzonette – era stata contenutisticamente errata, ma formalmente (e metodologicamente!) correttissima: gli inni in quanto tali non se li era certo inventati lui, se è vero che anche Gesù e i suoi discepoli «uscirono dopo aver cantato l’inno» (Mt 26,30 ; Mc 14,26). Le lettere che più strettamente sono state legate alla figura e all’operato di Paolo, poi, hanno più di una volta raccomandato ai cristiani di cantare spesso inni e cantici spirituali (Ef 5,19 ; Col 3,16), e certamente gli inni che si ritrovano nelle lettere di Paolo (si divertano pure, gli esegeti, a indovinare se non fossero addirittura stati scritti prima di finire nelle lettere) sono testi poetici nient’affatto biblici, ma che nella Scrittura sarebbero di lì a poco confluiti – tramite quell’enigmatica, mistica ed umanissima avventura ispirata che si chiama brevemente “Tradizione”.

Del resto, già intorno al 111 Plinio il Giovane scrive all’imperatore Traiano che i cristiani «si riuniscono e cantano inni a Cristo come a un dio». Gli inni hanno sempre un contenuto dogmatico (si ricordi che risale alla metà del III secolo il più antico papiro pervenutoci con il testo del Sub tuum præsidium, una splendida preghiera mariana, tuttora in uso nei riti latini, in cui Maria viene chiamata per la prima volta “Madre di Dio”). Ario non ha fatto che sfruttare il potenziale comunicativo della musica per la divulgazione di quella che credeva essere l’unica via praticabile per salvaguardare il monoteismo e la divinità di Gesù (seppure un tantino diminuita rispetto a quella del Padre).

Certamente si sbagliava, Ario, nell’ammettere di pagare un prezzo così alto (la divinità di Cristo!) per la salvaguardia della fede cristiana; non si sbagliavano meno di lui, però, quelli che hanno pensato di rendere un servizio alla fede abolendo i canti liturgici “extrabiblici”. Il problema è che ogni volta che nella storia si è proclamata una qualche forma di “sola Scriptura” – da Marcione a Lutero, e oltre – si è preteso di far vivere la Bibbia sradicandola dal suo terreno vitale, ovvero il racconto perpetuo della storia della salvezza, guidato dallo Spirito di Dio in tutte le sue fasi. Per assurdo, se un biblicista come quello che ha redatto il testo del sinodo di Laodicea avesse potuto parlare con Paolo, avrebbe condannato gli inni dell’Apostolo a non essere usati dai cristiani nella loro preghiera pubblica!

L’ortodossia che vince con Ambrogio, dunque, non è solo quella che riconosce la piena divinità del Figlio di Dio (fermo restando il fatto che solo il Padre genera, mentre il Figlio è generato), ma è pure quella che riconosce i buoni mezzi dell’avversario e non rinuncia a combatterlo con le sue armi (perché regolamentari!). Ad Ambrogio, che nel 1893 Guido Maria Dreves aveva definito “padre del canto liturgico”, spetta il merito di aver conservato all’ortodossia il diritto a coltivare la bellezza, e la capacità di far vivere la Parola di Dio nella poesia umana, anche “oltre” la Scrittura ispirata.

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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2 Comments on Canzonette pericolose

  1. Parlare Cattolico // 29 aprile 2012 a 16:32 //

    Mi chiedo chi usa le canzonette di Vasco Rossi e Ligabue con chitarre elettrice come in concerto rischiano di essere o sono nella posizione di Ario (eretici?)

    • Lei tocca un tasto dolente: riguardo a quella incresciosa vicenda, condivido gran parte delle osservazioni di Socci, e mi spiace molto che se ne sia tratto motivo per ulteriori e infondate polemiche.
      Mi lasci aggiungere che conservo molta più deferenza per persone del calibro di Ario che per chi avalla o difende il massacro della tradizione liturgico-musicale così com’è codificata dal Magistero (e da chi altri dovrebbe esserlo?), in nome di niente poi. Ario aveva rinunciato all’episcopato in favore di un suo confratello, e in questo ha dato prova chiara di un certo distacco da potere e onori (ad Alessandria il vescovo era estremamente potente, tanto da essere chiamato “il faraone cristiano”); questi altri sembrano disposti a vendere letteralmente la propria Madre in cambio di qualche colonna sui giornali.
      L’eresia (che resta, beninteso, un’aberrazione) richiede intelligenza, oltre che caparbietà: qui c’è invece ben poca intelligenza, oltre che la brutta (pessima) copia della caparbietà e la sua base, la vanagloria.

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  1. In hoc signo
  2. C’è chi predica bene… e canta male!

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