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La droga e il vuoto della “normalità”

Cambiano le droghe, cambia la società, cambiano i giovani e l’uso delle sostanze, ma si continua a morire pensando che sia cosa “normale”

Ci si faceva di eroina e crack per una sorta di malessere interiore, per volare verso illusori viaggi, in un mondo di nuove ideologie, dove sentirsi compresi e con la scusa di entrare a contatto con la purezza trascendente dell’arte, della poesia, del sesso. Erano gli anni ’70.

Si sniffava cocaina, a prezzi esorbitanti, per rendere al meglio, per migliorare la concentrazione e dare “tutto” nel mondo del lavoro – proprio tutto, anche la vita  – per essere giovani rampanti. Erano gli anni ’80.

Ci si sballava con hascisc e pasticche di fumo, a ripetizione, per dimenticare, per fuggire dai problemi, consapevoli di fare qualcosa di “rischioso”, ma che valeva la pena tentare per non pensare. Erano gli anni ’90.

Spariscono quasi completamente le siringhe, i buchi sulle braccia, i corpi solitari agli angoli delle strade e si scelgono luoghi di incontro, o meglio di “rave” scontro, per vagare inconsapevoli, con pasticche colorate, verso strade di non ritorno. Era il 2000.

Si mescola tutto ciò che si trova a portata di mano, si prova senza sapere cosa ingerire e senza conoscere gli effetti – per quello che è possibile conoscere – si “esce” dal mondo, dallo stesso mondo in cui non si è mai stati membri attivi, si gioca con “fuoco” per continuare a non capire ed è cosa normale; l’assurdo è proprio l’idea di normalità. È l’attualità.

Un excursus di decenni, molto sommario, forse quasi banale, per descrivere un cambiamento di approccio alle sostanze insieme alla tristezza di una droga che diventa sempre più punto fermo di guadagno e, insieme, di morte.

Cosa è cambiato in questo “processo”, cosa è possibile osservare e cosa rimane come punto fermo? La certezza è che la droga uccide. Uccideva allora e continua a farlo oggi!

Senza dubbio, però, sono mutati i tempi ed insieme a loro i giovani, perché se il pretesto del “farsi” dei primi anni era giustificato dal voler pensare meglio o dal tentativo di non pensare affatto, poi, ora non ha quasi un motivo, è il continuare a non pensare.

La sensazione è che i tossicodipendenti del 2010 (questa parolina ci sembra discriminatoria ma rischiamo di esserci dentro un po’ tutti) non si avvicinino alle sostanze perché percepiscono un vuoto da riempire, ma perché vivono un vuoto del quale non sembrano affatto consapevoli. E in questo vuoto senza fondo, senza prospettive e possibilità di orientamento, nero come il nulla, rischiamo di caderci un po’ tutti, ogni volta che chiudiamo gli occhi, ogni volta che scegliamo di non bere – pensando di aver fatto cosa giusta (ed è senza dubbio giusto) in un martirio a sorte del Jack di turno – ma lasciamo che gli altri lo facciano fino a distruggersi perché «tanto questa sera guido io». Oppure ogni volta che prenotiamo un taxi per darsi alla pazza “gioia”, tanto sinonimo di “disperazione”, di un binge drinking settimanale o quando riempiamo autobus noleggiati di giovani che probabilmente – perché non è mai così certo – torneranno a casa con mezzi sicuri, ma più insicuri di prima e quasi certamente più fragili come persone e più fragili nell’impianto neurologico.

Quei giovani che trovi fatti al sabato notte sono gli stessi che incontri per strada, che valuti ragazzi perbene – e lo sono sicuramente – che frequentano spesso i gruppi parrocchiali con la superficialità di chi si affascina e non si interroga, che siedono davanti ai bar del paese, che passano il loro tempo, tutto il tempo, davanti ad un pc o alla playstation, o vagano per strada, ma che al weekend raggiungono gli stessi punti di “vita” notturna. Quei giovani sono i nostri figli, non per forza naturali, ma figli del nostro modo di vivere, di successi ottenuti e non guadagnati, di un mondo dove tutto è concesso e del “così fan tutti”, di un tempo senza orari, senza regole, di genitori “moderni” che rientrano – talvolta – più bevuti dei figli. E non pensiamo ad adulti in giacche psichedeliche, nelle disco di città. Basta osservare una festa di paese, o un pranzo di famiglia per percepire la cultura dello sballo anche in quella droga, socialmente accettata, che è l’alcool.

È cambiata l’età, perché giovani si è a 11-12 anni, se non prima, perché già a quell’età tutto è permesso. «Hanno lo smartphone, conosco i loro movimenti, sappiamo dove siano e siamo tranquilli» – sono le frasi “fatte” di genitori, informatizzati e poco formati e infomati, che riaccolgono nel sopore dei loro letti il rientro dei piccoli alle ore non per piccoli, anzi, alle ore che non dovrebbero appartenere nemmeno ai grandi!

È cambiata la droga, le migliaia di droghe; è cambiato lo spaccio – unico commercio multinazionale a passo con la crisi e a prezzi continuamente in ribasso – ma non è cambiata la schiavitù, la dipendenza. Non è cambiato nemmeno il male d’essere, ma è cambiata la volontà di prenderne coscienza perché tutto sembra normale. È normale sballarsi anche per le pubblicità progresso che invitano, nell’ovvia e giusta normalità, a non mettersi al volante sotto l’uso di sostanze e che di conseguenza accettano ciò che sembra il meno peggio.

È normale non badarci, chiudere gli occhi, non preoccuparsi e se proprio è indispensabile affrontare il problema, è normale scegliere le strade facili di qualche santa statua miracolosa, di qualche “magaro”, o di qualche benedizione che ci illude di risolvere i problemi senza fermarci, senza affrontarli, senza un percorso difficile, senza perdere tempo (che in fondo, in fondo è guadagnarlo).

Sarebbe, invece, veramente cosa normale, o buona norma, fate voi, evitare di incolpare società, istituzioni di ogni genere e tipo, branchi e gente di strada per tornare a “leggere” se stessi nella certezza di non essere soli in questo mondo: «Siamo qui – recita la filosofia del Progetto Uomo di una associazione di solidarietà, di prevenzione e ricupero delle persone – perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi. Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa. Fino a quando non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da essi. Timorosa di essere conosciuta, non può conoscere se stessa né gli altri: sarà sola. Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui, insieme, una persona può, alla fine, manifestarsi chiaramente a se stessa, non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. In questo terreno noi possiamo mettere radici e crescere, non più soli, come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.»

 

About Simone Chiappetta (444 Articles)
Direttore responsabile del notiziario online "Laporzione.it" e responsabile dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne. Laureato in Scienze della Comunicazione sociale e specializzato in Giornalismo ed Editoria continua la ricerca nell'ambito delle comunicazioni sociali. Ha collaborato con quotidiani di cronaca locale e ha coordinato negli ultimi anni la pagina diocesana di Avvenire.
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