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C’è chi predica bene… e canta male!

L’avranno studiato certamente, il catechismo, eppure son finiti – in un canto – a impanare il Figlio di Dio

Sì, proprio così: se qualcuno credeva che con Ario fossero terminati i tempi delle eresie messe in musica, si sbagliava; se qualcuno poi crede che ciò che oggi rende inappropriato un brano musicale in una liturgia sia la strumentazione con cui lo si esegue, si illude. Naturalmente chitarre elettriche, batteria e bassi sono perlomeno lontani dal riuscire attualmente a dar voce al sentimento religioso secondo le linee-guida della Tradizione cristiana (e se si vede come le “messe beat” si sono “evolute” dalla fine degli anni ’60 del Novecento a oggi, passando per Vasco Rossi, non sembra che siano state poi questa grande esperienza). Tutte queste cose, però, sono sufficientemente normate da istruzioni, note, progetti e programmi della Chiesa universale e di quelle particolari (si pensi al nuovo Repertorio nazionale di Canti per la Liturgia, oltre che alla variegata bibliografia consultiva e normativa in merito): certamente non si tratta di strumenti definitivi, ma tante volte capita di dover riscontrare che quanti sdegnosamente li disprezzano non ne conoscono quasi neanche l’esistenza. Come dare torto, allora, ai “conservatori”, che almeno conoscono ciò che conservano, e conservano ciò che conoscono?

Certamente, anche quell’approccio, formalmente e contenutisticamente ineccepibile, può isterilirsi in un vacuo estetismo, che tradirebbe intimamente la natura stessa del canto liturgico, se possibile ancora più delle empie schitarrate di chi presume di dover (e poter!) “attualizzare Dio”. Se Dio è Dio, Dio è l’eterno, e ciò basta a garantire che il prodotto di un’arte che viva veramente in relazione con Dio attinga indifferentemente “al vecchio e al nuovo”, per produrre contemporaneamente l’identico e il diverso, il notum e il novum.

Come dicevo, però, i problemi non sono tutti contingentati nelle smanie di dover introdurre nuove forme musicali o di dover mantenerne di ataviche (smanie accomunate dal portamento acritico): si dànno in realtà non pochi casi in cui vengono composti bei canti, di buona linea melodica, buon testo, discreta orecchiabilità, facile riproducibilità anche nella parrocchia media… tra le cui righe, però, si annidi l’eresia! «Ma quelle pubblicazioni – obietterà qualcuno – non vengono stampate dopo previa approvazione ecclesiastica?». Sì, naturalmente, ma qualche scoria passa anche tra i denti del più fine dei rastrelli…

Per andare sul concreto, sarà opportuno offrire almeno un esempio, e trattarne dettagliatamente la problematica: esclusivamente con questo intento proporrei un brano composto non molti anni fa da Mite Balduzzi e Nino Bucca; brano tratto da un album giustamente diffuso nelle parrocchie italiane e perfino tradotto in lingue straniere. Ci sarebbe davvero più di un punto critico, nella bella messa “Verbum panis (ad esempio è inspiegabile come sia stata data l’approvazione ecclesiastica a un Credo che si riduce a una manciata di frasi, esposta ad altrettante eresie), ma sarà sufficientemente interessante prendere in considerazione il brano che dà il nome all’intero album – appunto, Verbum panis.

Scritto da Casucci, e non da Bucca, il testo del canto è largamente ispirato alle categorie del Quarto Vangelo (laddove in altri brani prevale il pensiero di Paolo): questo è il motivo per cui si parla di “Verbo” e di “Figlio” senza mai nominare Gesù. Chiaro che il Vangelo secondo Giovanni non ha alcun problema a nominare Gesù, ma è pure quello che più di tutti riesce a mettere a fuoco il mistero della persona di Cristo al di là dell’angusto spazio cronologico in cui si svolge la vita terrena di Gesù: «In verità vi dico – dice Gesù, stando al racconto di Giovanni – : prima che Abramo fosse, io sono» (Gv 8,58), e con ciò intende dire che l’identità personale di Gesù non comincia ad esistere al momento della sua nascita o del suo concepimento, bensì esiste da prima. Fin da tutta l’eternità, Dio ha un Figlio, e questo Figlio, che è la Parola (= Verbum) di Dio, è a sua volta Dio, pur senza incrinare l’unicità di Dio. Da queste folgoranti intuizioni comincia embrionalmente a muoversi la riflessione teologica che giungerà infine (tritando le dottrine eretiche di Ario e di tanti altri) a formulare i dogmi trinitarî e cristologici.

Casucci sa bene che il Vangelo secondo Giovanni è l’unico dei quattro in cui non viene raccontata l’ultima cena in quanto istituzione dell’eucaristia, e proprio per questo un canto eucaristico sviluppato con concetti giovannei è obbligato a seguire le traiettorie riportate nel lunghissimo “discorso del pane di vita”, al capitolo sesto. Polemizzando con i giudei, e giocando in parte sul fraintendimento (ma deciso a non fare sconti sulla sostanza delle sue dichiarazioni), Gesù aveva detto: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno avrà mangiato di questo pane, vivrà in eterno; il pane, poi, che darò, è la mia carne per la vita del mondo» (6,51). Benissimo: si parla di carne come di pane, e della carne era stato detto – nel Prologo del medesimo Vangelo – che «il Verbo si è fatto carne» (1,14). Nasce così l’idea – sembra una genialata, in effetti! – del ritornello: «Verbum caro factum est, / Verbum panis factum est».

Ecco che, una volta tanto, scrivere in latino non è segno di attaccamento e fedeltà alla Tradizione (anche se neanche il suo contrario, semplicemente pura ignoranza): l’idea di fondo è che l’analogia che c’è tra l’Incarnazione e l’Eucaristia è tale da poter spingere a dire che “l’eucaristia è analoga all’Incarnazione”. La cosa potrebbe sembrare stare in questi termini, in effetti: Giovanni Paolo II aveva scritto, nella sua ultima enciclica, che «l’Eucaristia, mentre rinvia alla passione e alla risurrezione, si pone al tempo stesso in continuità con l’Incarnazione» (Ecclesia de Eucharistia, 55). Giovanni Paolo II non fu il primo ad avere di queste idee, poiché già san Francesco aveva scritto una cosa molto vicina a questa: «Ecco ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato» (Ammonizioni, 144).

Sembra proprio che, se quella che Balduzzi e Casucci fanno cantare a mezza Italia è un’eresia, siano stati eretici anche Giovanni Paolo II e san Francesco! No, la faccenda è più sottile: è vero, Francesco ammette che “come quando scese nel grembo della Vergine, così ogni giorno scende nelle mani del sacerdote”. Non basta l’analogia tra il grembo di Maria e le mani dei sacerdoti! Francesco prosegue dicendo che “come i discepoli lo hanno riconosciuto nella vera carne, così noi lo riconosciamo nel pane consacrato”. Sì, Francesco ammette tutto ciò, ma la questione sta o cade sulla base di questa domanda: chi è il soggetto di cui parla Francesco e che gli Apostoli e noi tutti, in modalità diverse, vediamo? Chi? Il Verbo o Gesù? La risposta arriva proseguendo immediatamente: «E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio; così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero».

Per Francesco, dunque, non ci sono dubbî: c’è, sì, un’analogia tra il mistero della consacrazione e quello dell’Incarnazione, ma il soggetto di quest’ultima è il Verbo (che assume l’intera natura umana – «si fa carne», come dice Giovanni), mentre il soggetto dell’altra è il Verbo incarnato (che trasforma in Sé il pane e il vino). A parte che chiunque capisce benissimo la differenza tra “trasformare in sé il pane e il vino” e “trasformarsi in pane e vino”, il problema è che – a dire le cose come le hanno scritte Balduzzi e Casucci – sembrerebbe che a rendersi presente “sotto le specie del pane e del vino” non sia Gesù Cristo («in corpo, sangue, anima e divinità», si diceva quando la dottrina cristiana veniva insegnata e appresa), bensì il Verbo (e il Verbo non si è mai fatto pane). Ragionando sul testo e astraendo dalla fiducia che pure si deve alla bontà degli autori, bisogna ammettere la possibilità che il contenuto del testo sia fallato non casualmente, o nel duemila il cardinal Ratzinger non avrebbe dovuto scrivere questo: «Inoltre, per giustificare da una parte l’universalità della salvezza cristiana e, dall’altra, il fatto del pluralismo religioso, viene proposta una economia del Verbo eterno, valida anche al di fuori della Chiesa e senza rapporto con essa, e una economia del Verbo incarnato» (Dominus Iesus, 9).

Che vuol dire, questo? Non proprio che, con l’ascensione, il Figlio di Dio si sarebbe spogliato dell’umanità di Cristo, come uno che – uscito sotto la pioggia con l’impermeabile – se lo levi e lo lasci appeso tornando a casa; piuttosto vuol dire che, come un animatore di marionette non è completamente compreso nella marionetta che muove (anzi, gli bastano meno dita di quante ne ha in una mano!), così anche il Figlio di Dio non è tutto racchiuso in Gesù, e può anzi continuare a fare altro, oltre che a tenere innestata e trasfigurata per sempre in sé la natura umana di Cristo.

Insomma, il Figlio di Dio s’è incarnato una volta nella storia, e poi innumerevoli volte s’è impanato: nessuno rida!, “impanazione” è termine tecnico con cui viene designata questa eresia. Già Ruperto di Reutz (nell’XII secolo) e Giovanni di Parigi (nel XIII secolo), nonché Andrea Osiander nel XVI, furono sospettati di professare questa dottrina. Ancora a metà del XIX secolo Giuseppe Bayma, un gesuita, pubblicò a più riprese tesi simili a queste, sulla dottrina dell’Eucaristia: dalla fine di maggio all’inizio di luglio del 1875 i suoi scritti furono studiati al Sant’Uffizio. Il 7 luglio arrivò la bocciatura: questa dottrina «tolerari non potest».

In fondo, però, l’impanazione è un’eresia tutto sommato più delicata, raffinata e ragionevole di quella di “Verbum panis, perché si limita a dire che nella consacrazione Gesù Cristo (ossia il Verbo incarnato) fa col pane quello che nell’Incarnazione il Verbo (non ancora incarnato!) fece con l’intera umanità di Cristo. Si trattava, in fondo, di un tentativo di raffinamento della dottrina della consustanziazione, ovvero di quell’opinione teologica (fallace) che voleva che nel pane consacrato la sostanza del farinaceo non scomparisse del tutto al sopraggiungere della duplice natura dell’Incarnato, ma che stessero lì tutte e due (da buone vicine).

Un errore retorico, dunque, perché quando Gesù dice di essere (egli stesso) il pane, sta formulando una metafora, mentre quando asserisce che è il pane ad essere lui stesso sta istruendo un simbolismo (peraltro estremamente forte!), in cui il simbolo si svuota completamente di sé ed è riempito totalmente di lui. Un errore teologico, inoltre, perché l’analogia tra consacrazione e Incarnazione non equivale a quella tra “transustanziazione” (relativa alla consacrazione) ed “enipostatizzazione” (relativa all’Incarnazione).

Il risultato? L’eucaristia di cui parla Verbum panis non è neanche il risultato di un’impanazione, perché manca completamente tutta la natura umana di Cristo: un po’ come dire che, se deve somigliare a una cotoletta, è in realtà il solo pan grattato ad essere messo in cottura, senza carne.

Ci sarebbe di che consolarsi del fatto che pochissimi capiscono il latino (anche un simile latino da ginnasio), e che forse quei pochissimi si distraggono mentre ascoltano e cantano.

Ma ci si può davvero consolare per questi motivi?

 

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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7 Comments on C’è chi predica bene… e canta male!

  1. ..quindi sarebbe una eresia che Gesù dicesse di essere il Verbo, la parola incarnata? Perché mi sembra si distingua l’umanità dalla divinità di Gesù che invece sono “contenute” nella stessa persona, vivente e incarnata…
    Se invece il problema è solo la precedenza di Verbum Panis rispetto al Verbum caro….mi sembra che la temporalità faccia parte solo dell’umanità. Il tempo non è una prerogativa divina.
    La stessa eternità non è definibile, figuriamoci cosa conta mettere subito prima una frase rispetto all’altra!!! Se questo fosse il problema, basta invertire Verbum caro con Verbum Panis e siamo a posto?
    Prima Incarnazione…

    • Niente affatto, Angela, e la sua domanda mostra che forse si sta prendendo la strada di un colossale fraintendimento. L’umanità e la divinità di Cristo vanno debitamente distinte, come insegna il Concilio di Calcedonia, senza dividerle e senza confonderle. L’ordine tra le due espressioni, invece, non ha alcuna rilevanza, come giustamente sottolinea (e questo è un altro dato che mi fa sospettare che ci sia un fraintendimento di fondo): se però lei fosse a suo agio con gli strumenti della riflessione teologica saprebbe che la categoria di eternità si predica in una dimensione catafatica, oltre che in una apofatica, e che si dànno, invece, definizioni classiche di “eternità”. Se vuole infine un mio parere su come “sistemare” il testo, credo che basti sostituire la frase “Verbum panis factum est” con quella “Panis caro factus est”. Stesse sillabe, stessi accenti, contenuto (stavolta) ortodosso e corretto.
      Stia bene.

      • La ringrazio infinitamente per avermi dato della ignorante e della superba. In effetti “paroloni” come quelli che lei ha usato, non sapevo neppure esistessero e mi scuso se io per parlare uso l’italiano “volgare”. Se Gesù avesse voluto rivelarsi ai sapienti non sarebbe nato in una stalla e di questo non gli sarò mai abbastanza grata. Sono felice di appartenere alla schiera dei “sempliciotti” che ancora si stupiscono ad ogni Natale e a cui piace cantare “Verbum Panis” così com’è stata scritta, senza cadere in questi labirinti teologici senza sfogo….In fondo un eretico San Francesco ha posto Gesù nella mangiatoia come…

  2. …penso che abbiate poco da fare se non pensare a queste cose e gettare fango in faccia a persone che hanno dato una interpretazione di un testo che sarebbe la stessa di molti. I problemi della Chiesa sono altri. E se proprio vogliamo continuare a polemizzare, paragonare il Cristo a una cotoletta mi sembra davvero una eresia….in più mancano le uova! FATE COME VI PARE E CONTINUATE A CANCELLARE I COMMENTI CHE NON VI PIACCIONO. Questo di sicuro non sarà di vostro gradimento

    • Cara Angela, se si fa un giro sulle nostre pagine scoprirà che non mancano commenti sgradevoli e nondimeno pubblicati – questo solo per mostrarle che non è nostra politica censurare alcunché. I suoi commenti erano in attesa di moderazione perché erano, a quanto risulta al sistema, i primi inoltrati dal suo indirizzo, e aver cambiato indirizzo non ha fatto che duplicare questa procedura automatica.
      Venendo rapidamente in merito al contenuto della sua osservazione, quanti siano a dare un’interpretazione eretica di un testo non cambia alcunché circa l’erroneità della stessa, ma in effetti non si configura una vera e propria eresia (bensì solo un errore) fintanto che non si arriva alla pertinacia in esso, ossia a respingere superbamente la correzione ecclesiale. Ora, è vero che io non sono l’autorità ecclesiastica, e dunque respingere altezzosamente la mia critica non costituisce, stricto sensu, pertinacia nell’errore (e quindi eresia); nondimeno, la invito a considerare che tanti e tanti cristiani hanno stabilito per noi i confini dell’ortodossia proprio indugiando a vedere quali fossero le interpretazioni corrette dei testi sacri (e quali no). Il versetto che lei cita, osservi, ha per soggetto Gesù Cristo (l’io che parla), ossia il Verbo incarnato, il quale può giustamente dirsi “pane”, in senso analogico e sacramentale. Lo stesso non può dirsi del Verbo eterno, che difatti non è mai detto “pane”, se non in senso molto lato e mai sacramentale.
      Ciò detto, aggiungo che quel canto lo apprezzo e lo eseguo volentieri, benché quel punto del testo contenga un errore oggettivo (perfino grave). Spero proprio di non aver gettato del fango in faccia a nessuno: la “cotoletta”… era una semplice e ironica (nonché benevola) iperbole.

  3. Angela Amaretti // 3 dicembre 2013 a 20:21 //

    “IO SONO IL PANE VIVO DISCESO DAL CIELO”(Gv 6,41-51)

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  1. C’è chi canta bene… e predica male

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