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La gloria del Vero Corpo

Un imperatore inquieto, una suora visionaria, il Dottore Angelico, il musicista dell’Unico: Ave verum Corpus

La solennità del Corpus Domini è massimamente nota per essere la ricorrenza nella quale tradizionalmente si fissano e si celebrano un po’ dappertutto le prime comunioni: ha una data fissa, che cade il giovedì dopo la prima domenica dopo Pentecoste, oppure direttamente la domenica successiva, come in Italia. Non sempre, però, la festa del Corpus Domini ha significato essenzialmente bianco, tulle e confetti: per lungo tempo, infatti, essa è stata piuttosto il distintivo della coscienza identitaria cattolica, in dialettica (non sempre composta) con non cattolici, non cristiani e non credenti. Si sbaglierebbe di grosso, chi ascrivesse alla sola secolarizzazione in atto la crescente indifferenza o (che è in effetti il contrario) l’ostentata ostilità a simili manifestazioni pubbliche della fede cattolica. Pochi giorni fa, mentre attorno alla basilica lateranense rumoreggiavano i clacson di automobilisti inferociti dai blocchi stradali, Benedetto XVI ha ricordato che se «per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe “appiattito”, e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita».

A ben guardare, ciò che sembra realmente e radicalmente mutato, dai tempi degli scontri con ugonotti e calvinisti (ma anche con luterani), non è la ragione di fondo – la solita insistente pretesa di un Dio-con-noi che si ostina a voler essere tale «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» – ma le smaltature ideologiche. Non più l’avversione al contenuto specifico di un dogma (dogma che nella sostanza persino Lutero protestava di accettare!), ma la molle e suadente richiesta di non persistere a mostrare la fede in modalità tanto vistose, popolari… pacchiane.

Il Corpus Domini è stato pure inteso come la punta di diamante della cosiddetta Controriforma, e la generica avvertenza che tale festa sarebbe nata “recentemente” avrebbe contribuito a formulare la leggenda per la quale “i papi” (il solito soggetto anonimo) l’avrebbero inventata per resistere all’erosione della Riforma luterana. Ora, non è che si pretende che tutti leggano la Transiturus de hoc mundo di Urbano IV, con la quale la festa (che prima era contenuta nella sola diocesi di Liegi) veniva estesa alla Chiesa universale – era il 1264! – ma tante volte l’aneddotica puntella la storia in modo da evitare almeno figure barbine nelle conversazioni: Urbano IV infatti lasciò che fosse maestro Tommaso d’Aquino, dottore a Parigi, a pregarlo di voler procedere a questo passo. Il Pontefice, allora, mostrando di concedere magnanimamente ciò che in realtà non vedeva l’ora di comandare, accordò al Domenicano l’assenso alla sua richiesta, a condizione però che egli volesse scrivere (il Doctor Angelicus fu anche poeta, mica “solo” teologo!) tutto l’ufficio della divina liturgia per questa festa. Cosa che Tommaso prontamente (e con somma gioia) si dispose a fare: i suoi inni eucaristici, in effetti, si cantano ancora oggi in questa festa.

La festa, però, non nacque certo tra Tommaso e Urbano IV: all’inizio del secolo Giuliana di Cornillon prese ad avere visioni che le mostravano l’urgenza di introdurre una simile festa, e qualche anno dopo la sua morte – la dura sapienza della Chiesa – la cosa si concretò in realtà. Niente di strano, ovviamente, che all’origine dell’esaltazione del “sacramentum caritatis (fu il solito Tommaso a chiamare l’eucaristia “sacramento dell’amore”) ci sia stata una donna, ma le radici del culto vanno cercate ancora più indietro nel tempo.

Già una volta abbiamo avuto modo di accennare che fu il nono secolo quello in cui si marcò la differenza più significativa tra la teologia eucaristica propria dell’epoca patristica e quella propria del medioevo e della modernità: l’identità tipologica tra il corpo fisico di Gesù (quello che fu inchiodato alla croce), l’eucaristia e la Chiesa, quell’identità non era più evidente, affatto, e se uno – leggendo – non capisce cosa mai voglia dire “identità tipologica” non ha di che preoccuparsi – evidentemente è nato dopo il VI secolo. Tale Amalario di Metz fu processato, al concilio di Kiersy, per aver sostenuto la cosiddetta dottrina del “triforme corpo di Cristo”: che vorrebbe dire, secondo Amalario, che Cristo ha un solo corpo, ma in tre forme? Probabilmente Amalario cercava di spiegare l’identità dell’unico corpo di Cristo (perché, insomma, quanti corpi dovrebbe avere un uomo, ancorché Dio?) per via analogica con un altro mistero, ormai “chiarito” (si fa per dire), ossia quello trinitario. Verso gli anni Trenta del IX secolo, però, fu Pascasio Radberto, monaco di Corbie, a pronunciarsi in merito – e la sua posizione piacque all’Imperatore, Carlo il Calvo – asserendo che il corpo di Cristo presente nell’eucaristia è lo stesso corpo nato da Maria. Così nasceva la forma più estrema dell’ortodossia eucaristica, la più liminare con l’eresia: il “fisicismo”, che considera il pane e il vino appena dei “veli” disposti dal Signore perché i fedeli non abbiano orrore nel nutrirsi di carne e sangue umani. I miracoli eucaristici, del resto, sembravano confermare una simile impostazione dottrinale, visto che a destra e a manca ostie sanguinavano e si trasformavano in pezzi di carne.

Anche un confratello di Pascasio, maestro Ratramno, del medesimo monastero, scrisse un trattato per rispondere alle domande dell’Imperatore. Le domande, per la cronaca, erano due, ma di queste oggi c’interessiamo soprattutto alla seconda: il corpo di Cristo presente nell’eucaristia è il corpo che è nato da Maria vergine, il corpo che ha sofferto, è morto, è stato sepolto, è risorto e asceso al cielo e siede alla destra del Padre? Ratramno cercò di offrire a Carlo una risposta meno “talebana” di quella di Pascasio, e ci riuscì così bene che ancora oggi gli studiosi non sono concordi nello stabilire che cosa esattamente significhi la risposta di Ratramno. Probabilmente, insomma, Ratramno ebbe una teologia eucaristica molto più acuta ed equilibrata di quella di Pascasio, ma fu quest’ultimo a influenzare maggiormente la storia della teologia e della mistica (si ricordi che san Francesco era di orientamento nettamente fisicistico, quanto al culto eucaristico).

Il cataclisma teologico che si frappose fra Pascasio da un lato e Francesco e Tommaso dall’altro fu Berengario. Di lui Tommaso scrisse che «stabilisce che il corpo e il sangue di Cristo non sono in questo sacramento se non come in segno», e a lui (siamo a metà dell’XI secolo) si ricollegarono nei secoli a venire tutti i simpatizzanti di ogni forma di razionalismo stretto, i quali non potevano ammettere che il sacramento dell’amore fosse il testamento reale del corpo e del sangue dell’Agnello immolato. Il grande cardinale francese Umberto da Silvacandida – uomo non tanto mite quanto erudito – costrinse Berengario a sottoscrivere una professione in cui si affermava – eccessivo all’inverosimile! – che il corpo di Cristo cade, nel sacramento, sotto il dominio dei sensi, e che è in contatto fisico con le mani dei sacerdoti, nonché triturato dai denti dei fedeli! Un paio di secoli più tardi, Tommaso tempererà decisamente i bollori del cardinale francese, scrivendo nel suo inarrivabile Lauda Sion: «A sumente non concisus / non confractus, non divisus, / integer accipitur. […] Nulla rei fit scissura, / signi tantum fit fractura, / qua nec status nec statura / signati minuitur» («Da chi lo assume [il corpo di Cristo presente nell’Eucaristia] non viene spezzato, / non viene fatto a pezzi, non viene diviso, / viene ricevuto intero. […] Non avviene alcuna scissione del Corpo di Cristo, / avviene soltanto la frazione dei segni sensibili, / per la quale non vengono intaccati / lo stato e la grandezza di ciò che è significato»).

La contrapposizione tra gli schieramenti, però, era destinata a perpetuarsi, come dicevamo all’inizio, e per questo non molto tempo dopo (pare nella seconda metà del XIII secolo) qualcuno compose un meraviglioso inno eucaristico che si schierava dalla parte di Pascasio e di Silvacandida (pur senza riprenderne gli eccessi corretti da Tommaso). L’inno rispondeva in forma di semplice e sublime preghiera alla seconda domanda di Carlo il Calvo, posta negli anni Trenta del IX secolo: «Ave, verum corpus natum / de Maria Virgine, / vere passum, immolatum / in cruce pro homine; / cuius latus perforatum / fluxit aqua et sanguine; / esto nobis prægustatum / mortis in examine. / O Jesu, dulcis, / o Jesu, pie, / o Jesu, fili Mariæ» («Ave, vero corpo nato / da Maria Vergine, / che veramente ha patito, immolato / sulla croce per l’uomo; / il cui lato perforato / promanò acqua e sangue; / fa’ che ti avremo pregustato / nell’ora estrema del giudizio personale. / O Gesù, dolce, / o Gesù, pio, / o Gesù, figlio di Maria»).

I versi sono settenarî tropaici ritmici, e in questo senso le ultime invocazioni (comunque presenti nella versione gregoriana dell’inno) sono probabilmente un’aggiunta secondaria al corpo del testo. Tra il 17 e il 18 giugno del 1791, alla vigilia della domenica della Santissima Trinità e in occasione della vicina solennità del Corpus Domini, Wolfgang Amadeus Mozart scrisse su questo testo (intarsiato di alcune varianti non del tutto spiegabili dal punto di vista filologico) un celeberrimo mottetto per coro a voci dispari (K618). Lo scrisse per devozione, senza committenza, mescendo nel pentagramma del proprio genio una struggente nostalgia – la nostalgia per l’Unico.

In barba alle leggende da Focus sul genio mozartiano, fu proprio quella struggente nostalgia a dare alla musica di Mozart il suo carattere sempre religioso: poiché il desiderio infinito suscitato dal genio (per causa efficiente, diremmo) è una piaga che non può essere colmata da sé, esso rimanda sempre a un’ulteriorità di cui Dio – simplex unitas – è termine ultimo e prima origine.

Solo così Mozart poté pensare spesso alla morte, con dolce stanchezza e serenità inquieta, e comporre una musica il cui carattere dominante è un’inimitabile gioia, capace di produrre il gioco nel dramma e l’estasi nel tormento. Per questo, non per altro, Rossini poté scusarsi davanti al suo interlocutore, cui aveva risposto che il più grande musicista di sempre era stato senza dubbio Beethoven, e da cui s’era sentito chiedere, sgomento, “ma… e Mozart?!”: «Mozart è l’Unico».

In fondo, se ho scelto di parlare di Mozart nella solennità del Corpus Domini l’ho fatto ripensando ai Gespräche in cui Goethe disse che «un fenomeno [meglio, “un’apparizione”, da Erscheinung] come Mozart resta sempre e comunque una meraviglia che non si può ulteriormente spiegare». Così diventano gli uomini e le donne tormentati dalla gloria di Cristo, feriti da una piaga – quella del sacramentum caritatis – che non si rimargina, se non in Cielo.

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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1 Comment on La gloria del Vero Corpo

  1. Tito Paolo // 10 giugno 2012 a 10:47 //

    Belle riflessioni, con riferimenti eruditi quanto bastano per far gustare la dolcezza di questa ineffabile presenza di Gesù in mezzo a noi. Egli ci chiede una cosa sola: di fare tra noi quello che ha fatto lui per noi.

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