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Sì alla scelta degli embrioni, ed è polemica

Ha fatto discutere la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, contraria alla legge italiana che ha vietato la diagnosi preimpianto alla coppia Costa-Pavan

Sta destando molto stupore e facendo molto discutere la sentenza, non definitiva, emessa martedì dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ritenuto contrario al rispetto della vita privata e familiare il divieto imposto ad una coppia italiana, portatrice di una malattia genetica, di ricorrere alla diagnosi preimpianto nel quadro della fecondazione in vitro. È stato un collegio di sette giudici, presieduto dal belga François Tulkens, ad esprimersi sul caso italiano sollevato dai coniugi Rosetta Costa e Walter Pavan che, portatori sani di fibrosi cistica, desidererebbero avere un figlio affidandosi alla fecondazione artificiale.

La sede della Corte europea dei diritti dell'uomo

Così, effettuando una diagnosi preimpianto, Costa e Pavan vorrebbero selezionare gli embrioni per evitare la nascita di un figlio affetto dalla grave malattia genetica. Questa pratica però non è consentita in Italia, dalla legge 40 che vieta la selezione degli embrioni e comunque la limita alle coppie dichiarate sterili. Quindi, nella sentenza “caso Costa-Pavan contro Italia”, i giudici di Strasburgo avrebbero rilevato l’incoerenza del sistema legislativo italiano date che da una parte priva i ricorrenti alla diagnosi preimpianto, mentre consente di accedere all’interruzione di gravidanza per motivi terapeutici.

Nella stessa sentenza, che indica una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, si evince la distorta interpretazione sull’applicabilità della legge 194 sull’interruzione di gravidanza. Per questo, secondo i giudici, lo Stato italiano dovrà versare 15mila euro per danno morale e 2500 euro per rimborso delle spese processuali. Questo pronunciamento però, come specificato dalla stessa Corte, non è definitivo ed è possibile ricorrervi contro entro tre mesi portando il caso davanti alla Grande Chambre di Strasburgo.

Lucio Romano, presidente di Scienza & Vita

Il pronunciamento internazionale, ovviamente, ha avuto una vasta eco in Italia suscitando polemiche e discussioni in seno alle principali organizzazioni e movimenti dell’area cattolica: «La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo – ha commentato Lucio Romano, presidente nazionale dell’associazione “Scienza & Vita” – non cancella le problematiche etiche connesse alla diagnosi genetica preimpianto. È bene ricordare che da genitori portatori di fibrosi cistica il 25% dei bambini ha probabilità di nascere malato, il 50% probabilità di nascere sano ma portatore e il 25% probabilità di nascere sano e non portatore.

Con la tecnica della diagnosi genetica preimpianto, che richiede necessariamente una sovrapproduzione di embrioni, è implicito che anche embrioni sani, portatori e non, saranno soppressi. La sentenza della Corte europea rivela invece un atteggiamento di riduzionismo antropologico e di discriminazione nei confronti dell’embrione, considerato meramente “materiale di laboratorio”, in palese contraddizione con la recente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (con sede a Lussemburgo) in materia di brevettabilità degli embrioni che riconosce la dignità di essere umano anche al concepito».

Antonio Gioacchino Spagnolo, Università Cattolica

E anche il mondo accademico è insorto contro la sentenza dei giudici di Strasburgo: «Non è vero – ha sottolineato Antonio Gioacchino Spagnolo, direttore dell‘Istituto di bioetica della facoltà di medicina dell‘università Cattolica di Roma – che la legge italiana è incoerente. Incoerente è la Corte europea, con le sue sentenze. In primo luogo, la Corte non ha tenuto in conto un punto di carattere formale: il ricorso è stato fatto senza che venissero espletate le fasi procedurali in Italia. Secondariamente, c’è una contraddizione tra le diverse sentenze della Corte, che solo poco tempo fa si è pronunciata a favore dello statuto dell’embrione umano, quando se ne discuteva la brevettabilità. E ora, viene fatta confusione tra bambino e embrione, tanto che quello in una sentenza precedente viene definito corpo da rispettare qui sembra essere sminuito a favore dell’interesse dei coniugi».

Carlo Casini, presidente Movimento per la Vita

Ma la presa di posizione più importante è arrivata dal Movimento per la Vita che, nel corso dell’iter procedurale, aveva fatto pervenire una memoria scritta alla Corte, appoggiata da numerosi parlamentari europei: «Nonostante questo – ha affermato Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita ed europarlamentare – la sentenza non ha nemmeno preso in considerazione le nostre argomentazioni». Casini, invitando poi il Governo italiano a fare ricorso, ha aggiunto: «Il vero problema, è che in questo pronunciamento emerge una discriminazione fra embrione e bambino, ovvero fra due esseri umani, solo che l’embrione è un essere umano talmente piccolo da non vedersi a occhio nudo». Un dibattito, quest’ultimo, quanto mai spinoso e controverso da cui potrà dipendere il futuro della vita umana.

About Davide De Amicis (2489 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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