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Agiografie maledette I: Salomé “fin-de-siècle”

Storie di santi “cattivi”, secondo Wilde e Apollinaire

Uno dei metri più sicuri per la valutazione di un’agiografia è la considerazione dello spessore psicologico dei personaggî. Specialmente dei “cattivi”. Sì, perché mentre la degradazione della vigorosa personalità di un santo in un personaggio oleografico conserva comunque un confine labile, oscillante, sfumato, l’appiattimento bidimensionale dei “cattivi”, in una storia, è pure la cartina di tornasole infallibile dell’inconsistenza del protagonista. Volendo esemplificare in modo chiaro, basti pensare ai supereroi dei fumetti e del cinema: avevamo accennato, tempo fa, a come le agiografie hanno sostituito e rimpiazzato i racconti degli eroi, e prima o poi dovremo occuparci pure di come i supereroi sono costruiti sul modello di una cristologia indebolita e semplificata all’estremo. Per il momento basti pensare che i Batman di Tim Burton sono e restano tra i migliori proprio per la cura e la “simpatia” con cui vengono tratteggiati i caratteri (pure terribili) di Joker, Penguin e Catwoman: in qualche modo risultano paradossalmente molto vicini alla complessa personalità di Wayne/Batman, alla quale non vengono lesinati tratti così problematici da far sì che essa risulti quasi patologica.

La lotta tra i “buoni” (che non sono mai semplicemente e completamente buoni) e i “cattivi” (ai quali bisogna perlomeno accordare la compassione, oltre che la paura, e mai il mero disprezzo) diventa così davvero avvincente, a prescindere dal budget stipato per gli effetti speciali. Perché? Ma perché nel dipanarsi della storia il lettore/spettatore osserva gli esiti diversi e antipodali di situazioni di partenza tutto sommato omogenee, ovvero si ritrova chiamato in causa dai consueti temi della libertà e della sinergia con gli eventi di grazia. Se i “cattivi” non assomigliano inquietantemente ai “buoni” entrambi si appiattiscono come figure da poligono di tiro, e la trama non può che rinsecchirsi allo stadio di uno “sparatutto”: a quel punto nessuno ha più tempo di chiedersi chi è il personaggio comparso sulla scena giusto il tempo di morire, se aveva ancora dei genitori, se e quali legami aveva costruito, perché gli sia toccato di morire… Ma a quel punto non è più di una storia che stiamo parlando.

Le cattive agiografie, difatti, non sono storie: nelle più oleografiche versioni della vicenda di Maria Goretti, ad esempio, nulla si dice del combattimento interiore della ragazza, del conflitto delle possibilità, del dramma della libertà in relazione al contesto concreto della vicenda, e la figura dell’aggressore passa, quasi senza soluzione di continuità, dalla ferocia incontrollata alla melensa nenia di un miserere senz’anima.

Un’agiografia che invece – anche per l’essere stata tormentosamente rielaborata e riesposta da molte penne – ha offerto lo spettacolo di profondissimi personaggî “buoni” e “cattivi” è quella del Battista. Se fin dai primi secoli il Battezzatore del Figlio di Dio è stato onorato, nel calendario cristiano, con la memoria della nascita terrena, oltre che di quella celeste (e da principio fu celebrata anche la memoria della concezione, come per il Figlio di Dio e per sua Madre), ciò si deve primariamente all’impareggiabile funzione di raccordo tra il “prima” e il “dopo” della vicenda messianica. Al fascino “pulp” della morte truculenta, poi, bisogna aggiungere la difficoltà di come considerare uno martire del Cristo pur senza averne egli veduto in pienezza l’operato e il mistero: un po’ come per i “santi Innocenti”, è vero, ma rispetto a quella vicenda qui è più forte la dose di intrigo di palazzo, e lì mancava completamente, rispetto a questa, la dimensione erotica. Solo in parte, poi, la vicenda di Giovanni riecheggia quella di Giuditta: qui e lì ci sono l’intrigo politico e il fattore erotico, sì, ma il caso di Giovanni è tanto più simbolicamente denso – nel ricœuriano senso del “dare a pensare” – in quanto le parti di buono e cattivo sono invertite, e qui è il buono che ci rimette la testa, mentre il cattivo resta impunito.

Ecco come mai, tra gli innumerevoli ripensamenti letterarî del banchetto di Erode e della decollazione del Battista, moltissimi sono quelli che si studiano di scandagliare quanto più profondamente possibile gli spessori dell’altrimenti scarna richiesta di Salomè al patrigno, le tortuosità del rapporto madre-figlia, i differenziati alveoli dell’incesto tra i tre e gli effetti posteriori del sangue del Battista sui di essi. Alcuni di questi molti racconti, poi, cercano di svolgere il bandolo della storia fino al punto in cui il sangue del Battista si trova vendicato.

Non comprenderebbe granché di queste trame, chi volesse ravvisare nelle morti di Salomé nient’altro che un supino ossequio alla legge del sangue che chiama sangue, ma del resto anche Audrey Beardsley, che corredò la prima edizione della Salomé di Oscar Wilde (e le cui tavole sono tuttora la scelta preferenziale di tutti gli editori della pièce) fu giudicato sfavorevolmente dall’artista irlandese: «La mia Salomé è una mistica, una sorella di Salammbô, una santa Teresa che adora la luna, e mi si mostrano gli scarabocchî di una scolara svergognata!». Certo il riferimento all’opera di Flaubert non significa che Wilde avrebbe preferito una bambinaccia africana a una bambinaccia giapponese, ma solo che non di una bambinaccia viziata e viziosa doveva trattarsi, ma di un’autentica e tragica innamorata della bellezza incarnata da Giovanni.

Il riferimento a Flaubert dice dell’amore di Wilde per la lingua francese – «non ci sono che due lingue soltanto – ebbe a dire –: il greco e il francese», e difatti la Salomé vide la luce in francese – ma pure della smisurata fortuna che il soggetto di Salomé (ossia l’“antiagiografia” di Giovanni, l’“agiografia maledetta” della sua vicenda) aveva in Francia durante il trapasso del XIX secolo nel XX. In Wilde a far morire Salomé è il re, Erode, che quasi per essere lasciato nel tragico cono d’ombra di chi è trascinato dai fati ordina ai soldati: «Tuez cette femme!». Quelli la schiacciano sotto gli scudi, ma così la morte di Salomé resta quella, invendicata, di una mistica incompresa caduta sotto i colpi di un’inquisizione miope.

Prendendo le distanze da Wilde, pochi decennî dopo, e apertamente avversando Flaubert, Guillaume Apollinaire componeva il secondo dei tre racconti della seconda parte de “L’hérésiarque et Cie, che non a caso sottotitolava “Storie di castighi divini”. Perché fosse evidente che la morte della giovane non si dovette imputare al pentimento rabbioso del re, ma piuttosto a una paziente némesi divina, si narra il viaggio di Salomé verso l’Occidente, l’Europa, il Danubio, al seguito di un ufficiale romano che proseguiva il proprio cursus honorum: l’ebbrezza della gelida aria invernale, lì, ghiacciò il fiume ed esaltò l’animo della ballerina, spronandone le membra a ripetere sulla bianca lastra di ghiaccio il ballo che costò la testa al battista. L’innocente candore dal fiume ghiacciato si aprì sotto il peso della colpa antica, e risaldò immediatamente la sua crosta così da lasciare all’aria – come su un immenso vassoio d’argento – la sola testa di Salomé, che sarebbe spirata giorni dopo, non potendo scorgere nel cielo sovrastante se non le orse celesti.

Una vendetta spietata, quella dei castighi divini? Tutt’altro, se si pensa che tre anni dopo l’uscita della raccolta di racconti di cui sopra (1910) vide le stampe un poema che però era già stato composto cinque anni prima del racconto: lì Salomé si dice pronta (da un imprecisato tempo dell’aldiquà o dell’aldilà) a ripetere la sua danza, e a ballare con l’ardore dei serafini, perché Giovanni torni a sorridere. «Nous creuserons un trou et l’y enterrerons, / nous planterons des fleurs et danserons en rond / jusqu’à l’heure où j’aurai perdu ma jarretière, / le roi sa tabatière, / l’infante son rosaire, / Le curé son bréviaire» [«Scaveremo una fossa e ce lo sotterreremo [il capo di Giovanni, ndr], / Pianteremo dei fiori e danzeremo in tondo / fino a che io non abbia perduto la mia giarrettiera, / il re la sua tabacchiera, / il fanciullo il suo rosario, / il prete il suo breviario»].

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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1 Comment on Agiografie maledette I: Salomé “fin-de-siècle”

  1. giuliana z. // 3 settembre 2012 a 15:01 //

    le stampe di Beardsley utilizzano il testo di Wilde solo come volano per sfondare presso il pubblico intellettuale dell’epoca e poi per diffondere un gusto paganeggiante-erotico-liberty al grande pubblico (il mezzo della stampa su zinco garantiva una replica all’infinito delle copie)…. Giustamente Wilde si arrabbiò! perchè aveva capito che l’editore aveva usato il suo nome, allora popolarissimo, solo per una operazione commerciale.

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