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Ma cos’è stato il Vaticano II?

Se un bambino, sentendone parlare in questi giorni, ci facesse questa domanda, come risponderemmo?

L’altra mattina, in uno di quei momenti di confidenza che talvolta si creano quando le persone non hanno bisogno di dar necessariamente a vedere che hanno fatto letture che non hanno fatto – uno dei motivi per cui, dice Calvino, certi libri sono dei classici – qualcuno mi ha candidamente chiesto: «Ma si può sapere che è successo al Vaticano II?».

Forse qualcuno si stupirà, se dico che sarebbe stato assai più facile rispondere a una domanda su quali siano stati gli apporti del personalismo novecentesco, o del neotomismo, alla stesura dei documenti del Concilio. Sì, perché la domanda “ma si può sapere che è successo al Vaticano II?” è una domanda semplice e diretta, disarmante come le cose ingenue, perché nessuno pensa mai di doverle fronteggiare. Simili domande sono quelle che fanno i bambini – a ragione temuti dai “grandi” (che sono in realtà piccolissimi) e amati da Gesù, ma questa è un’altra storia – e sono quelle che i bambini smettono di fare non appena si accorgono che un tale modo di impostare le questioni esige uno stile di vita differente da quello che si adotta quando “si cresce”.

Forse hanno pensato qualcosa del genere, i responsabili nazionali dell’Azione Cattolica, che l’altra sera hanno invitato davanti a Castel Sant’Angelo una ragazzina tredicenne a spiegare alla folla accorsa per la fiaccolata che cos’è stato per lei (sic!) il Concilio! È un errore comune, quello di opinare che all’intelligenza delle domande debba corrispondere sempre e comunque un’uguale intelligenza nelle risposte. La ragazzina ha risposto un imparaticcio di paginette di sussidiario, corroborato forse da qualche articolo su Wikipedia. Ora questo non c’interessa: resta la domanda intelligente che m’hanno fatto l’altra mattina, e alla quale bisognerebbe tentare di dare una risposta adeguata.

Si può sapere, dunque, che cosa è successo al Vaticano II? Facendo questa domanda a dei passanti, per strada, ci si sentirà facilmente rispondere che “il Vaticano II ha tradotto la messa in italiano”. Così ho sentito dire, anzi, ho letto, anche su un sito che peraltro rende generalmente un non cattivo servizio alla Chiesa. Eppure no. No: il Vaticano II non ha introdotto la messa in italiano. La traduzione del messale latino nelle lingue nazionali è avvenuta come ultima parte (benché preventivata) di una complessa riforma liturgica che ha profondamente ripensato le strutture della preghiera cristiana pubblica. Questa complessa riforma liturgica non è stata fatta nel Vaticano II, non è stata fatta dopo il Vaticano II, non è stata fatta prima del Vaticano II. Questa riforma si sta facendo almeno da un secolo a questa parte, e i suoi momenti salienti sono stati, finora, il movimento liturgico, che agli inizî del Novecento ha visto da un lato i circoli studenteschi di Romano Guardini e dall’altro gli studî di Odo Casel e di altri; la Costituzione Dogmatica Sacrosanctum Concilium (questa, sì, è un documento del Vaticano II); la riforma liturgica “ufficiale” (1964-1975), in cui giganteggia la figura di Annibale Bugnini, che moltissimo ebbe a soffrire per via di essa, fino alla morte (1982).

Ci sarebbe da dire molto di più, per esempio che Bugnini era già stato designato come preparatore di una riforma liturgica da Pio XII, appena finita la guerra, o che la Summorum Pontificum di Benedetto XVI cerca di recuperare frange di insoddisfatti delle precedenti fasi della riforma: però noi dobbiamo rispondere alla domanda semplice e difficile, non a quelle complesse e facili.

Il Vaticano II s’è occupato della questione della riforma liturgica fin dal principio, essa era davvero nelle prime pagine dell’agenda conciliare: la Sacrosanctum Concilium fu il primo documento del Concilio, e questo ne dice a un tempo l’importanza… e i limiti (perché è l’unico scritto del Concilio prodotto senza gettare uno sguardo agli altri – dato che non c’erano ancora).

A distanza di cinquant’anni dal Concilio – perché tale è “il pretesto” col quale la Chiesa ora si pone a riconsiderare tutto il bagaglio della propria fede – ci si chiede da molte parti a che punto dell’attuazione dei documenti si sia arrivati, tanto che da una parte c’è chi già invoca un Concilio Vaticano III, dall’altro chi sostiene che in fondo i documenti non siano stati neanche letti. Miope la prima proposta, non per questo la seconda prospettiva è del tutto ragionevole: chiunque sia stato in Piazza San Pietro, l’altra mattina, avrà distintamente avvertito che qualcosa sta cambiando, in questi decennî. Ecco, l’11 ottobre 1962 Yves Congar era presente, nella Basilica Vaticana, quando Giovanni XXIII faceva il suo ingresso. Così riporta, tra l’altro, nel suo Diario del Concilio: «Il papa con voce ferma canta i versetti e le preghiere. La messa comincia, cantata esclusivamente dalla Sistina: alcuni pezzi di gregoriano (?) e di polifonia. Il movimento liturgico non è penetrato fino alla Curia romana. Quest’immensa assemblea non dice niente, non canta niente. Si dice che il popolo ebraico è il popolo dell’udito, i greci quello dell’occhio. Qui non c’è nulla che non sia per l’occhio e per l’orecchio musicale: nessuna liturgia della Parola. Nessuna parola spirituale. Io so che tra poco verrà installata su un trono, per presiedere al concilio, una Bibbia. MA PARLERÀ? Verrà ascoltata?».

L’altra mattina, invece, un immenso numero di libretti guidava nella preghiera l’intera Piazza San Pietro, che rispondeva alle acclamazioni parlate e cantate. La prima lettura è stata proclamata in inglese, il salmo è stato cantato in italiano da uno dei pueri cantores della Sistina, la seconda lettura è stata cantata in greco da un cantore di rito cattolico orientale, il vangelo è stato proclamato in latino. E ancora, la preghiera dei fedeli s’è svolta in cinese, in arabo, in portoghese ed in swahili! Davvero la preghiera dei fedeli s’è meritata, l’altro ieri, il titolo di preghiera universale. Sì, perché uno dei frutti della riforma liturgica – ed ecco a che è servito, forse, il Vaticano II – sta nell’aver tentato di restituire alla liturgia un respiro genuinamente cattolico, autenticamente universale. Io non ho capito il lettore che faceva la sua preghiera in swahili, e certamente in piazza San Pietro erano di gran lunga più numerose le persone che capivano il latino che quelle che capivano lo swahili (non voglio neanche pensare di potermi sbagliare di grosso…): non serve neanche ricordare che avevo un libretto con traduzione per poter capire – il libretto c’era, la traduzione pure, ed è stato importante capire cosa il lettore leggeva, ma l’importante è stato ricordarsi e vivere che la Chiesa non è una realtà provinciale. La diocesi e la parrocchia sono le dimensioni particolari della Chiesa, e in esse si deve dare il giusto peso alle tradizioni locali, ma in nulla il provincialismo è locale o particolare. Il provincialismo è, invece, uno dei nemici classici della fede cattolica, per quanto si addobbi di grandi ideali, perché dimentica che nella Chiesa tutte le barriere tra gli uomini sono (e/o devono essere) sospese, se non abbattute e superate.

Diogene Laerzio racconta che una volta chiesero a Socrate cosa glie ne fosse parso, di un certo libro di Anassagora: Socrate avrebbe risposto che quello che ne aveva capito gli pareva eccellente… e che altrettanto pensava di quanto non aveva capito. L’apologo non serve a dire che è bene non capire, ma che l’incompreso e l’incomprensibile fanno parte della realtà, senza per questo renderla brutta: quella liturgia, pensata e attuata in modo che la vasta assemblea potesse partecipare rispondendo e cantando, riusciva ad accogliere in sé molte diversità – tutte, in linea di principio – e a comunicare a ciascuno la grande verità cattolica – c’è posto per tutti, tra i discepoli di Gesù.

A questo è servito, forse, il Vaticano II: a riproporre con rinnovata consapevolezza l’accoglienza della Tradizione cattolica. A volte è capitato (e tuttora capita) che quanti hanno intuito il rischio dei provincialismi, dei settarismi cui può tendere ogni gruppo, abbiano riproposto “il latino”, “la tradizione”, “la liturgia”, come meri termini, parole vuote: fuggivano i reali pericoli di un provincialismo che vedevano nelle trame invisibili di un passatismo che non vedevano. Il problema del passatismo, ovvero di un certo modo d’intendere il passato (qualunque passato), è che non si prende sul serio il fatto che, quando è stato vero, quel passato era un presente. Che voglio dire? Anche semplicemente che non è vero che a Roma i cristiani abbiano sempre pregato in latino: fino alla fine del II secolo i cristiani hanno pregato in greco, ossia nella lingua che nell’Impero ellenizzato tutti conoscevano, pur provenendo da luoghi diversi. Mano a mano l’effetto dell’ellenizzazione si allentò, e a un certo punto parve ragionevole utilizzare nella preghiera la lingua viva dei più, ovvero il latino: un principio elementare, che però non giungeva a cogliere la vocazione cattolica della lingua latina, che sarebbe stata resa capace, un giorno, di accogliere e sorreggere come in una struttura i contributi e i carismi più disparati.

A questo, in breve, è servito il Vaticano II: a mostrare che la Chiesa in fondo ha sempre saputo, a prescindere da quanto e come lo abbia fatto, di dover impegnare le sue energie non nonostante e contro il mondo, ma con esso e per esso – evitando sempre, nondimeno, di cadere in ingenui irenismi. Così se il Concilio ha evitato (non trascurato!) di elaborare ulteriormente le definizioni di contenuti dottrinali, non lo ha certo fatto per negligenza, ma perché concentrandosi su se stesso e sulla Chiesa, sul rapporto col mondo, con i non cattolici, con i non cristiani e con i non credenti; sulle parole che la Chiesa ha da dire agli artisti, alle donne, ai lavoratori, ai politici e agli intellettuali, lo splendore senza tempo del Vangelo di Gesù sarebbe risaltato come non mai.

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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7 Comments on Ma cos’è stato il Vaticano II?

  1. grande

  2. Renato Manzo // 17 ottobre 2012 a 20:42 //

    Precisamente,in quale articolo della Sacrosanctum Concilium sarebbe stata prevista l’annullamento totale della lingua latina nella liturgia?

    • In nessuno. Non pare che sia stato scritto il contrario.

      • Renato Manzo // 19 ottobre 2012 a 22:02 //

        “Quest’immensa assemblea non dice niente….”.
        “L’altra mattina, invece………”.
        “perché uno dei frutti della riforma liturgica – ed ecco a che è servito, forse, il Vaticano II – sta nell’aver tentato di restituire alla liturgia un respiro genuinamente cattolico, autenticamente universale…”.
        Dobbiamo dedurre che la chiesa di Giovanni XXIII,Pio XII,passando per Benedetto XV,e anche quella di Santi papi come S.PIO X non dicesse niente e avesse perso un respiro genuinamente cattolico? Ma veramente pensate di offrire un buon servizio con queste visioni puramente ideologiche?

        • Perfino lei dovrebbe avere l’onestà e l’intelligenza di riconoscere che la prima citazione non è di chi ha scritto l’articolo: se la prenda con Congar, se arriva a tanta impudenza.
          Dopo di ciò, non oso immaginare che lei sappia soppesare il valore del verbo “restituire” – provi almeno a ricordare che “ecclesia semper reformanda”, con quanto questo adagio implica per la sacra liturgia.
          Non si sforzi di dedurre alcunché, lei che si dimostra inetto a leggere correttamente: sulle nostre pagine troverebbe altrimenti fior fior di prove dell’attaccamento affettuoso di chi scrive alla Chiesa di Giovanni XXIII, Pio XII e anche dell’undicesimo (che oscuramente lei trascura), di Benedetto XV e di S. PIO X (in maiuscolo varrà di più?).
          Se ha compreso tutto questo, ammetta serenamente che su questa pagina non c’è altra ideologia che quella trasudante dai suoi farneticamenti.

          • Renato Manzo // 20 ottobre 2012 a 14:38 //

            dodici righe di offese personali gratuite…..non mi sforzerò di dedurre niente,non si preoccupi;una sola cosa:magari me le poteva scrivere in swhaili,così sarebbe stato più “genuinamente cattolico,autenticamente universale”.

          • Cum tam cupide latinitatis verba legere desiderat sublimitas intellectus tui – quis dubitare ausus et non reveritus fuerit?! – amplector votum et adimpleo pariter tuum. Ex classicis litteris primum, alterum vero sacris ex libris: tibi omnibusque utraque prosint.
            «Nam etsi non sus Minervam ut aiunt, tamen inepte quisquis Minervam docet» (Cic. Acad. I, 18).
            «Contigit enim eis illud veri proverbii: “Canis reversus ad suum vomitum”, et “Sus lota in volutabro luti”» (2 Pt 2, 22).
            Nihil tamen cum tuæ celsitudini dicendum supersit, tuam adiuro gratia bonitatem, ne tempus meum per vacuitates tuas amplius dissipetur: hoc siti tuæ “catholicæ linguæ” sufficiat, «…saturentur filii et dimittant reliquias parvulis suis» (Ps 17, 14).

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