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Se dico “libertà di religione”, a cosa pensi?

La libertà di religione: un problema moderno quanto il Concilio Vaticano II.

Se dico “libertà di religione”, penso ai cristiani come ai più esposti alle discriminazioni e alle persecuzioni.

In questi giorni, la fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” ha presentato l’undicesima edizione del “Rapporto sulla libertà religiosa” che documenta come – tra il 2011 e il 2012 – le minacce alla libertà religiosa siano aumentate nel mondo. Il rapporto prende in considerazione 196 Paesi, con riferimento alla condizione dei fedeli di ogni credo; dei 196 Paesi in esame, i 131 a maggioranza cristiana, anche se non i soli, sono quelli più discriminati e soggetti alle maggiori aggressioni e violenze. In Cina, e altri Paesi orientali, sono in aumento i tentativi, da parte dei governi, di assoggettare le diverse comunità religiose al controllo dello Stato; nei paesi della “primavera araba” cresce l’islam fondamentalista, responsabile di atti di vera e propria aggressione anche in diversi Paesi Africani, come il Kenya, il Mali, la Nigeria, il Ciad. Caso estremo l‘Arabia Saudita dove, ai due milioni di cristiani residenti, non è permessa alcuna manifestazione del loro credo. Grave anche la situazione in Pakistan, e in India dove le “leggi anticonversione” spesso sono causa di veri abusi di potere. È peggiorata la situazione in Paesi come Tunisia, Egitto, Libia, Siria; nel Tagikistan la nuova legge sulle comunità religiose sta obbligando molti cristiani a emigrare.

Se dico “libertà di religione” penso alla “laicità dello Stato”, sempre più simile a una figura mitologica – mezza fede privata e mezza fede pubblica.

Prendiamo in considerazione le recenti votazioni presidenziali negli Stati Uniti. Nonostante Obama abbia attaccato la libertà religiosa, stabilendo che scuole, enti cattolici e ospedali religiosi dovranno pagare assicurazioni che includano aborti e contraccettivi, pena multe ingenti o la chiusura degli stessi enti, il 50 per cento dei cattolici ha votato per Obama, soprattutto i “latinos” di origine sudamericana (74 per cento) e gli “afro-americani” (94 per cento). Secondo Timoty Mantovina – direttore del centro per lo studio del cattolicesimo americano dell’Università cattolica di Notre Dame – il perché di questa scelta va ricondotto a due fattori. Il primo fattore è costituito dalla crisi economica e dal fatto che Obama abbia puntato la campagna elettorale sui “valori sociali”, promettendo una maggiore solidarietà dello Stato verso i poveri. Il secondo fattore è che i cattolici “latinos” e “afro-americani”, nonostante siano legati alle tradizioni religiose, hanno una concezione privata della fede, che minimamente influenza loro nelle scelte politiche. A questo dato, infatti, fa da contraltare il fatto che Romney, sostenitore dei valori non negoziabili cari al Magistero della Chiesa, abbia ricevuto più voti in assoluto dalla categoria dei cosiddetti cattolici praticanti, coloro per cui la religiosità coincide con l’appartenenza alla Chiesa e che partecipano settimanalmente alla Messa, convinti che la fede non attenga solo alla vita privata ma anche alla sfera pubblica. La Conferenza episcopale americana, preso atto dell’orientamento confuso dell’elettorato cattolico, ha comunque salutato il Presidente Obama, promettendo che i vescovi cattolici pregheranno per lui «affinché il suo incarico sia svolto in nome del bene di tutti, specialmente per quanto riguarda l’attenzione per i più deboli e i più vulnerabili, inclusi i non ancora nati, i poveri e gli immigrati», e sottolineando che «noi continueremo a batterci in difesa della vita, del matrimonio e di quello che ci sta più a cuore: la libertà religiosa».

Nei Paesi in cui le comunità religiose sono perseguitate, vi è sempre uno Stato che pretende di decidere della verità, esigendo un tipo di culto, o nessun culto. Questo tipo di Stato, autoritario, è trasversale alla storia e alla geografia del mondo. Nei Paesi, invece, dove la religione è relegata nella sfera del soggettivo e delle scelte private, vi è uno Stato che, nella sostanza, fonda il riconoscimento della libertà di religione sull’inaccessibilità della verità per l’uomo, come se dicesse: le religioni – non contrarie all’ordinamento – sono tutte vere o tutte false, e quindi, per lo Stato, indifferenti. Questo è lo Stato moderno e laico, così come si è concepito dall’evolvere della società, e del pensiero moderno, verso la deriva relativista-nichilista: uno Stato in cui il bene comune è separato dalla verità. Da parte della società civile, ugualmente, la generica tolleranza, il pacifismo sentimentale, il peggiore irenismo, così come un ecumenismo da salotto accademico, sembrano sempre più insufficienti a difendere la libertà di religione, tutte le volte che la declassano ad una generica e in-fondata “libertà di espressione”. In altre parole, lo Stato, la società civile e il pensiero dell’età moderna sembrano difendere la libertà di religione – rispettivamente – per “contratto”, per “moda” e per “ideologia”. Il diritto alla libertà di religione, così facendo, diventa sempre più un diritto vuoto e fine a se stesso, perché si perde di vista il fondamento su cui esso poggia. La questione non va sottovalutata: in gioco c’è la convivenza civile nella società attuale.

Tutto questo la Chiesa Cattolica lo aveva capito già cinquant’anni fa. E allora, se dico “libertà di religione”, penso al Concilio Vaticano II.

Giovanni XXIII – l’11 ottobre 1962 – convocò un concilio non perché ci fosse un problema particolare da risolvere, quanto un’attesa da interpretare e formare, ben riassunta dalla parola “aggiornamento”: «il cristianesimo, che aveva costruito e plasmato il mondo occidentale, sembrava perdere sempre più la sua forza ed efficacia»; il cristianesimo, dall’inizio dell’età moderna, si stava progressivamente scollando dal presente, perdendo, così, anche la capacità di proiettarsi nel domani, e di modellare il futuro. Le cose dovevano restare cosi? Il cristianesimo poteva tornare nel presente, per dare forma al futuro?

A queste domande i Padri conciliari dedicarono il lavoro sul cosiddetto “Schema XIII”, dal quale poi è nata la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo; tuttavia, l’incontro con i grandi temi dell’età moderna non avvenne nella Costituzione pastorale, bensì in due documenti apparentemente minori, la cui importanza è emersa solo progressivamente alla ricezione del concilio. Si tratta della Dichiarazione sulla libertà religiosa-Dignitatis humanæ, e della dichiarazione Nostra ætate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.

Se libertà di religione, dialogo tra le religioni, secolarizzazione e laicità dello Stato sono tra i grandi temi su cui l’età moderna è chiamata ad interrogarsi, nei suddetti documenti del Concilio Vaticano II rinveniamo indicazioni e orientamenti preziosi per cristiani, religiosi non cristiani, e non credenti. In essi, infatti, è indicato il fondamento della libertà di religione, su cui costruire il dialogo interreligioso.

Dichiarazione sulla libertà religiosaNel documento, si legge: «a motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze».

Eccolo qui, il fondamento della libertà di religione: il diritto e dovere dell’uomo di cercare la verità ed agire in conformità ad essa, nel rispetto della propria dignità dell’essere persona. Infatti, da questa intima connessione tra “libertà di religione” e “ricerca della verità”, e solo da questa, consegue:  a) che ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa; b) che la verità non si impone che per forza della verità stessa; c) che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza, né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata.

Infine, visto che il diritto alla libertà in materia religiosa viene esercitato nella società umana, il suo esercizio deve essere regolato, riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società. Questa esigenza di libertà nella convivenza, richiede a) che il potere civile rispetti e favorisca la vita religiosa dei cittadini; b) che esuli dalla competenza dello Stato dirigere o impedire gli atti religiosi: non si deve costringere l’uomo ad agire contro la sua coscienza, ma non si deve neanche impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso, una volta rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia.

Nostra ætate – Questo documento, inizialmente, fu pensato per chiarire le relazioni tra la Chiesa e l’ebraismo, e la cosa urgeva dopo gli orrori della shoah. I Padri conciliari dei Paesi arabi premettero, però, perché si parlasse anche dell’islam, e quanto sia stato provvidenziale lo abbiamo capito solo oggi. Infine, si decise di parlare anche di due grandi religioni orientali – l’induismo e il buddismo – come pure del tema della religione in generale.  Questo documento, in sostanza, inaugurò l’argomento del dialogo interreligioso, la cui importanza all’epoca non era ancora prevedibile.

Per il Magistero della Chiesa, come si legge, il rapporto tra la Chiesa e le religioni non cristiane – come per la libertà di religione – va interpretato sempre alla luce del dovere morale di «cercare la verità e agire in conformità ad essa», iscritto nella dignità della persona in quanto essere dotato di intelligenza e volontà: «Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo».

Sulla base di questo presupposto, la Chiesa Cattolica «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è “via, verità e vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose. Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi».

Nella fedeltà alla Rivelazione e in continuità con la tradizione, I Padri del concilio non vollero creare una fede diversa o una Chiesa diversa, ma raccordare la Chiesa con le esigenze e le attese dell’età moderna. Da quanto esposto, possiamo concludere col dire che, tra i meriti del Concilio Vaticano II, sicuramente c’è quello di aver inaugurato e orientato il confronto sul dialogo interrelligioso. Quanto grande sia questo compito, quanto lavoro occorra ancora compiere, è evidente. Tuttavia riteniamo prezioso il contributo del concilio, là dove ha rinvenuto nel diritto-dovere di ricercare la verità quel principio universalmente valido, per ciascun uomo e tutti gli uomini, su cui fondare la libertà di religione e crescere nel dialogo interreligioso. Per lo Stato, la società, e il pensiero contemporaneo, difendere la libertà di religione non deve essere un “diritto vuoto”, un”ideale sentimentale” o un’ “arma ideologica”, quanto un dovere: difendere la libertà di poter conoscere, scegliere e praticare la verità, perchè «senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali». (cfr. Caritas in Veritate, n.5)

 

1 Comment on Se dico “libertà di religione”, a cosa pensi?

  1. Danicor // 14 novembre 2012 a 10:00 //

    Grandissima Claudia! Grazie!

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