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Papi che vanno, papi che restano

Celestino, Benedetto e Francesco tra «nostalgia di pace» e «bagni di folla»

Si apre oggi una settimana di fondamentale importanza. In essa rivivremo gli ultimi momenti della vita terrena di Gesù, tra ostilità e tradimenti, persecuzione e derisione, amarezza e speranza, fino al trionfo della vita sulla morte, del bene sul male, della gioia sulla tristezza. Ci accompegnerà il nostro nuovo papa, Jorge Mario Bergoglio, assistito spiritualmente dal pontefice emerito, Joseph Ratzinger, dedito ormai a una vita di preghiera e raccoglimento. Sui perché di questa scelta torniamo ancora una volta. Dopo aver riflettuto sulla debolezza fisica ed emotiva che egli stesso ha additato come prima ragione delle sue dimissioni (link1 e link2), è il momento – come avevamo annunciato sette giorni fa – di esaminare un altro aspetto certamente non secondario, che pare accomunarlo ancora una volta a Celestino V e, forse, anche a Francesco. Ma procediamo in ordine cronologico.

Nella bolla di rinuncia che abbiamo ormai tante volte richiamato alla memoria (Testo-della-bolla-trasmesso-da-Bonifacio-VIII.pdf), Celestino V (o chi per lui) dichiarava di abbandonare il pontificato anche «al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta». Dietro queste parole si nasconde evidentemente la nostalgia verso una vita ritirata, eremitica, semplice, povera, «tranquilla» e colma delle «consolazioni» spirituali derivanti da una relazione con il Signore intima e non distratta da preoccupazioni mondane e poco sensate; una vita insomma alla quale frate Pietro da Morrone era avvezzo e dalla quale era stato improvvisamente e quasi violentemente strappato a seguito dell’inattesa elezione al soglio papale.

Per quanti non conoscano approfonditamente la vicenda, Pietro Angelerio visse quasi tutta la vita ritirato nelle caverne dei monti abruzzesi, volontariamente distante ed energicamente separato da tutti i contatti con il mondo esterno. La sua elezione avvenne per puro caso. Era nella sua grotta sul monte Morrone, convinto di essere sul punto di lasciare la vita terrena per tornare a Dio, quando morì papa Niccolò IV e i cardinali iniziarono a confrontarsi sulla scelta del nuovo papa. Numerose furono le riunioni dei padri elettori, prima interrotte per ben un anno da una terribile epidemia, poi rimandate a causa del disaccordo che si era creato circa la sede in cui convocare il conclave, infine contrastate dalla frattura che si era creata tra sostenitori e oppositori dei Colonna. La sede era ormai vacante da due anni, quando anche il re Carlo d’Angiò, abbisognando dell’avallo pontificio per stringere l’accordo con gli Aragonesi, si presentò a Perugia, dove era riunito il conclave, per sollecitare l’elezione del nuovo Pontefice. Proprio in quel momento fra’ Pietro inviò un messaggio ai cardinali, annunciando gravi castighi per la Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore. Magari non l’avesse fatto! I cardinali, stretti dall’urgenza di avere un papa, decisero l’elezione totalmente inattesa dello stesso frate, che, seppure non porporato, godeva di ottima fama in Italia e in Europa per il suo carisma di asceta e mistico. La prima reazione di fra’ Pietro non fu ovviamente di giubilo. Sorpreso dall’inaspettata notizia e forse anche intimorito dalla grandezza e dalla responsabilità della carica, il monaco oppose un netto rifiuto che però, successivamente, si trasformò in un’accettazione alquanto riluttante, avanzata probabilmente soltanto per dovere d’obbedienza. Una ricostruzione di questi eventi, corretta e di piacevole lettura, è fatta da Ignazio Silone in L’avventura di un povero cristiano (link).

Certamente non si può dire che gli eventi si siano presi gioco di Joseph Ratzinger allo stesso modo. Alla morte di Giovanni Paolo II, egli era personaggio ben noto, se non altro per la sua eccellente preparazione biblica e teologica, ampiamente riconosciuta e che gli fece meritare la presidenza della Pontificia Commissione Biblica, della Commissione Teologica Internazionale e della Commissione che preparò il Compendio del Catechismo. Ma soprattutto Ratzinger era famoso per il suo ruolo di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che lo rendeva, agli occhi dei più, una sorta di «temibile inquisitore medievale», maschera che con grande difficoltà egli si sarebbe tolto. Ammesso che ci sia riuscito davvero, visto che ancora dopo la sua elezione i giornali lo appellavano, con abile gioco di parole, «il pastore tedesco». Durante l’ultimo periodo del pontificato di Giovanni Paolo II, l’abbiamo visto spesso al fianco del papa. Alla morte di Wojtyla partecipò al conclave in veste di cardinale e presidente e, in qualità di decano del Sacro Collegio dei cardinali, presiedette la messa Pro Eligendo Romano Pontifice, nella quale apparve assai adatto al compito che presto gli sarebbe stato affidato. La sua elezione non fu dunque inattesa come quella di Celestino, anzi, il suo nome figurava tra quelli più probabili anche tra l’opinione pubblica; ma forse sperò ardentemente e fino alla fine che il Padre allontanasse da lui questo calice dolce-amaro, il compito di governare la Chiesa in un tempo tanto complesso e di difficile interpretazione. Anche in questo i nostri due papi si assomigliano: nel carattere sostanzialmente schivo, nell’atteggiamento contemplativo, nel desiderio di semplicità, alimentata dal contatto costante e intimo con il Signore, attraverso la preghiera e – meno per Celestino, che non fu certo un uomo di lettere (ci torneremo tra poco), ma sicuramente molto per Benedetto – la lettura, lo studio e la riflessione (sarebbe impossibile citare anche solo i titoli maggiori di questo autore prolifico e comunicativo).

Ma torniamo a Celestino. La storia narra che egli non fu un papa forte ed energico; anzi gestì la carica con notevole ingenuità, unita ad una considerevole ignoranza, sia linguistica (nei concistori si parlava in volgare, non conoscendo egli a sufficienza la lingua latina) sia amministrativa (pare ad esempio che abbia assegnato il medesimo beneficio a più di un richiedente). La Chiesa precipitò nel caos. A questo si aggiunga la scontentezza dei cardinali, che non riuscivano a controllare sufficientemente la gestione del potere a causa della presenza invadente del re di Napoli, presso il quale era stata spostata la sede papale. Alcuni storici credono alle leggende secondo cui il cardinal Caetani, vista l’impossibilità di controllare il Papa in quelle condizioni, esercitò pressioni perché si dimettesse dall’incarico, sperando di ascendere egli stesso al soglio pontificio, come effettivamente avvenne. A rafforzare simili sospetti contribuisce anche il comportamento esibito dal nuovo pontefice nei confronti del suo predecessore. Dopo l’elezione, egli diede disposizioni affinché l’anziano monaco fosse messo sotto controllo, con il pretesto di difenderlo da ipotetici nemici decisi a rapirlo. Celestino, con l’aiuto di alcuni cardinali a lui fedeli, tentò una fuga verso Oriente, ma fu catturato e imprigionato. Secondo la versione ufficiale, Pietro sarebbe morto dopo aver recitato, stanchissimo, l’ultima messa. Ma non mancano nelle fonti antiche ipotesi di complotto, alimentate dalla presenza di un foro nel cranio di Celestino che, secondo due perizie datate 1313 e 1888, potrebbe essere compatibile con un chiodo di dieci centimetri. Bonifacio fu il primo ad essere sospettato. Eppure, caso unico tra i papi, portò il lutto per la morte del predecessore, e diede inizio al processo di canonizzazione, che si concluse nel 1313 sotto papa Clemente V, il quale riconobbe a Celestino V il titolo di confessore. Ma d’altra parte il Caetani pare fosse particolarmente abile a spacciare «il nero per bianco» (link). La scorsa settimana, attraverso le testimonianze di alcune voci attendibili del Due-Trecento, abbiamo tracciato un ritratto assai deludente della Chiesa di allora: falsità, corruzione, lascivia, inganni, ingerenze da parte del potere temporale, tentativi di controllo da parte dei cardinali, segreti, complotti … a cui si aggiungono le osservazioni appena fatte circa il comportamento del Caetani e dei suoi uomini fidati. Poteva un uomo come Pietro vivere in simili condizioni, accettare tale scempio del Vangelo, gestire la barca di Pietro con le sue sole deboli forze in una tale tempesta?

Certamente Ratzinger non si presentò al soglio papale nelle condizioni di ignoranza e impreparazione che caratterizzavano il povero monaco abruzzese. Ed escludiamo che la Chiesa versi oggi in condizioni simili a quelle descritte da Petrarca e Iacopone: per nostra fortuna i tempi sono notevolmente cambiati! Anche se certamente non mancano inconvenienti, situazioni spiacevoli, eventi incontrollabili, gelosie, sentimenti negativi, di fronte ai quali già Paolo VI denunciava che «da qualche fessura era entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» (link all’Omelia del 29 giugno 1972). Aggiungiamo i già ricordati problemi legati alle vicende storiche, politiche, economiche, sociali, ideologiche, le persecuzioni anti-cristiane più o meno accese, l’opposizione laicista e anti-clericale, e ancora la debolezza fisica, l’età avanzata, lo scoraggiamento umanamente inevitabile e comprensibile … Quando penso a tutto questo mi viene in mente l’immagine del vescovo vestito di bianco che avanza verso la croce «mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena» e viene colpito con proiettili e frecce. Lungi da me azzardare interpretazioni sul famoso terzo segreto! La mia associazione è puramente «emotiva»: Benedetto XVI è stato bersagliato da ogni parte e con ogni sorta di munizioni. Merita senza dubbio la nostra comprensione se ha infine deciso di lasciare ad altri un compito tanto gravoso.

Ma Ratzinger non si è sottratto del tutto alla sua missione. Leggiamo a chiare lettere nella sua declaratio del 10 febbraio (link) quali siano le sue convinzioni e intenzioni per il futuro: «Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando»; e il testo si conclude con parole piene di commozione: «Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio». Il papa emerito vivrà in clausura nel monastero del Vaticano, da dove continuerà ad assistere la Chiesa di Dio dedicandosi allo studio e alla preghiera, finalmente non più distratto dai tanti impegni imposti dalla carica, ma nel silenzio, nella contemplazione, nella pace. Anche Celestino avrebbe voluto concludere la sua vita a questo modo, ma gli fu impedito.

Questo nostro percorso ci ha portato ad evidenziare almeno alcune delle somiglianze che sembrano emergere tra i due più famosi papi dimissionari della storia. Ne esisteranno certamente altre,sulle quali non ci soffermeremo, ma che dovevano essere ben presenti anche a Benedetto XVI, il quale in più di un’occasione ha manifestato simpatia e comprensione nei confronti di Celestino V, anche attraverso gesti che si sono fissati nella memoria per la loro carica simbolica e quasi profetica: si pensi alla visita di papa Ratzinger a L’Aquila dopo il terremoto e al pallio da lui deposto sulle spoglie di Celestino, che acquista un significato ancor maggiore alla luce degli ultimi eventi.

 

Resta Francesco. Lo conosciamo da poco, ma il suo pontificato già si caratterizza per alcuni tratti peculiari, in parte simili, in parte dissimili da quelli propri dei due termini di paragone che ci siamo dati: umiltà e preghiera appaiono elementi condivisi dai tre pontefici; ma ciò che maggiormente mi pare contraddistingua papa Francesco, almeno in queste prime fasi, è la straordinaria, amichevole, quasi irresistibile apertura, disponibilità al contatto diretto con i fedeli, che lo porta a tuffarsi in veri e propri «bagni di folla», dentro e fuori le mura vaticane. Propensione questa che forse mancò in Ratzinger, il quale spesso con fatica e imbarazzo dispensava abbracci e strette di mano o accoglieva tra le sue braccia bambini e lattanti. Nelle sue prime apparizioni il nuovo pontefice ha portato una ventata di gioia evangelica quanto mai contagiosa e si manifesta determinato a fare molto per rinnovare la nostra Chiesa piagata e afflitta da tante diverse problematiche, non ultima una «tristezza» di fondo che poco si addice al messaggio di speranza che viene dal Cristo risorto. Ora che il Signore ci ha donato un nuovo papa, nel quale sono riposte grandi attese e speranze, l’amarezza lasciata dalle dimissioni del suo predecessore si placa e trova conforto nel pensare che Dio stesso ci ha concesso in questi tempi difficili la grande grazia di avere sulla terra due papà, uno di azione e uno di preghiera. Li conservi entrambi e li guidi con la forza del suo Spirito, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa.

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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1 Comment on Papi che vanno, papi che restano

  1. andrea // 25 marzo 2013 a 08:35 //

    grazie

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