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Risuscitò?

Credere la risurrezione è diventato difficile … o magari lo è sempre stato

Il tempo di Pasqua immerge nel mistero insondabile della risurrezione, una novità – la novità – del cristianesimo forse più difficile da accettare e comprendere. Si sente dire talvolta che in questi tempi così imbevuti di ateismo, relativismo, sfiducia e orgogliosa presunzione, credere in un Dio-Uomo, messo a morte, risorto il terzo giorno, e che ha aperto all’umanità la strada dell’eternità, possa risultare particolarmente complicato. Surrexit Christus pare un annuncio reso e accolto con una certa diffidenza, quasi con sospetto; finisce per diventare poco credibile, e perfino indigesto, alle orecchie di credenti poco-credenti o non-credenti dei nostri tempi. In tutta onestà, a me non sembra che in altri tempi credere la risurrezione di Cristo sia risultato più semplice. Basta leggere i Vangeli per vedere quanta difficoltà incontrarono persino i più stretti discepoli di Cristo – quelli che avevano condiviso con Lui anni di vita, esperienze, insegnamenti, profezie e miracoli – prima di convincersi che «quanto affermavano le Scritture» (e Cristo stesso aveva annunciato) si era effettivamente compiuto.

Secondo il più antico dei Vangeli, le donne, che per prime avevano ricevuto dall’angelo l’annuncio della risurrezione e un messaggio da riferire ai discepoli («Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui … Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto», Mc 16,6-7), fuggirono via dal sepolcro «piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura» (Mc 16,8). L’incontro con il «giovane vestito di bianco», la visione della tomba aperta e vuota, il messaggio sconvolgente della risurrezione, seguiti ai tragici eventi dei giorni precedenti, dapprincipio suscitarono nelle pie donne un profondo turbamento (in greco ekstasis), un tremito (tromos) di paura (ephobounto), uno sconvolgimento tale da indurle a tacere quanto avevano visto e udito. Diversa è la versione di Matteo, secondo la quale le donne «con timore e gioia grande corsero a dare l’annuncio ai discepoli» (Mt 28,8). In questo caso il timore (che nelle Scritture è effetto «naturale» dell’incontro con il divino) non fu paralizzante, ma si unì alla gioia ed accelerò i passi delle prime testimoni.

Anche Luca mette in risalto lo zelo con cui le donne, ricollegando – su suggerimento dell’angelo («ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’Uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno», Lc 24,7) – l’annuncio della risurrezione alle profezie pronunciate da Cristo su di sé, «annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri» (Lc 24,8). Le loro parole però parvero ai discepoli «come un vaneggiamento» e non furono credute (Lc 24,21). Anche Marco, che lascia a Maria di Magdala il compito di dare per prima l’annuncio ai seguaci di Cristo, attesta senza mezzi termini la loro incredulità: «essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero» (Mc 16,11). Troppo sconvolgente era l’annuncio, specialmente per animi trafitti e spaventati dagli eventi recenti della Pasqua e che da tre giorni erano serrati «nel lutto e nel pianto» (Mc 16,10).

Nel caso delle donne si poneva anche il problema dell’attendibilità del testimone: è ben noto infatti che nell’antichità la testimonianza di una donna era considerata al pari di quella di un servo, cioè di nessun valore. Ma, a quanto riferisce Marco, i discepoli non credettero neppure ai due loro compagni che raccontarono di aver incontrato il Risorto mentre erano in cammino verso la campagna: «anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro credettero» (Mc 16,13). I due seguaci a cui accenna Marco sono con ogni probabilità da identificare con i due famosi discepoli di Emmaus, la cui vicenda è ben nota grazie al racconto particolareggiato del terzo Vangelo (Lc 24,13-35). Luca descrive dapprima lo stato d’animo dei discepoli, che si allontanano mestamente da Gerusalemme, con il cuore appesantito dalla fine triste e desolante di Gesù Nazareno: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto» (Lc 24,21-24; torneremo tra poco su questa seconda visita «maschile» al sepolcro). Il Risorto si accosta ai due discepoli – in quella condizione d’animo i loro occhi non sono capaci di riconoscerlo (Lc 24,16) – e li aiuta a metabolizzare quanto è accaduto: prima, come un abile psicologo, li invita a raccontare e a esprimere le loro emozioni; poi, quale ottimo catechista, spiega come debbano essere intese le Scritture; infine, come maestro amorevole, si fa riconoscere nello spezzare il pane. Ma non trascura altresì di osservare e ammonire la loro incredulità: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!» (Lc 24,25). Solo dopo aver riconosciuto Cristo, Cleopa e il suo compagno di viaggio credono e tornano senza indugio a Gerusalemme per riferire la propria esperienza agli altri. Ma, al loro arrivo in città, già corre voce di altre apparizioni che alimentano l’euforia degli Undici e degli altri: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34).

Di questa apparizione a Simon Pietro, che dovrebbe essere avvenuta anch’essa «nel primo giorno dopo il sabato», più o meno contemporaneamente a quella sulla via di Emmaus, il Nuovo Testamento purtroppo non riferisce nulla. Solo san Paolo ricorda di averne trasmesso notizia ai Corinti e afferma che essa precedette l’apparizione «ai Dodici» («Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici», 1Cor 15,3-5; dell’apparizione ai Dodici, o meglio gli Undici, parleremo tra poco). I Vangeli di Luca e Giovanni, invece, riferiscono che Pietro, incuriosito e turbato dal racconto delle donne, corse al sepolcro e vide le bende (cf. quanto riferiscono Cleopa e il suo compagno, Lc 24,24), ma, non avendo trovato Gesù, se ne tornò a casa: Luca aggiunge che era «pieno di stupore» (Lc 24,12), ma ciò non significa che avesse compreso cosa fosse accaduto. L’unico a credere senza troppi tentennamenti, almeno a quanto narra Giovanni (Gv 20,3-10), fu «l’altro discepolo», in genere identificato con il discepolo amato, il quale con Pietro corse al sepolcro e vide, ma, a differenza di lui, anche «credette» (Gv 20,8) e capì che Cristo era davvero risuscitato dai morti. Ma di questo discepolo si dice anche che fosse il più giovane, e si sa che l’età non solo sbianca i capelli, ma a volte finisce anche per indurire il cuore sotto il peso di un eccessivo razionalismo.

Di fronte a tanta resistenza, si potrebbe dire che gli Undici si siano proprio meritati una sonora ramanzina da parte del loro Maestro, il quale, apparendo a loro alla fine della giornata mentre erano a mensa, «li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato» (Mc 16,14). Più dettagliati sono i racconti di Luca e Giovanni circa questa apparizione. Luca li descrive «stupiti e spaventati» al vedere Gesù in mezzo a loro, tanto che «credevano di vedere un fantasma» (Lc 24,37). Il Risorto sembra fatichi a convincere gli Undici più che gli altri. Dapprima cerca di rassicurarli e di sciogliere i loro dubbi («Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho», Lc 24,38-39); poi fa leva sulla concretezza della sua presenza («mostrò loro le mani e i piedi», Lc 24,40); ma poiché neppure questo è sufficiente a convincerli («per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti», Lc 24,41), mangia con loro del pesce arrostito (Lc 24,42-43). Anche Matteo, seppur in modo molto sintetico, riferisce che alcuni degli Undici, incontrando il Risorto in Galilea – secondo le istruzioni dell’angelo – ancora facevano fatica a credere («quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano», Mt 28,17). La versione di Giovanni è simile a quella di Luca, ma aggiunge il ben noto episodio di Tommaso. Il discepolo, assente al momento dell’apparizione, si ostinò nella sua incredulità. Non credette a quanto gli raccontavano gli altri discepoli e pretese di vedere con i propri occhi e di toccare con le proprie mani i segni della Passione (Gv 20,24-25). Il Risorto lo accontentò, apparendo anche a lui otto giorni dopo e lasciando che sperimentasse con tutti i sensi la concretezza della sua risurrezione (Gv 20,26-29).

Povero Tommaso, per secoli incriminato per la sua ostinata incredulità! In verità non fu più incredulo dei suoi compagni! E anzi gli Undici opposero una resistenza ancora maggiore degli altri di fronte a una notizia tanto sconvolgente. Nessuno di loro credette alle parole dei testimoni. Tutti ebbero bisogno di vedere e di toccare il Risorto, tranne Giovanni, a quanto pare: ma lui è un caso a parte. Si può ancora dire che in questi tempi sia particolarmente difficile parlare di resurrezione e credere in un mistero tanto elevato? I Vangeli dimostrano che non è questione di tempi. Cristo Risorto faticò persino a convincere coloro sui quali aveva fondato la sua Chiesa e che mandò per il mondo ad annunciare la salvezza a tutte le nazioni. Il problema è piuttosto un altro: se persino i discepoli credettero solo dopo aver sperimentato, bisogna davvero sperare che esistano ancora anime beate capaci di «credere pur non avendo visto» (Gv 20,29). Per questo, dall’Ascensione in poi, diventa particolarmente importante che chi porta l’annuncio sia credibile e convincente. Ed ogni tempo, non solo il nostro, ha dovuto e dovrà sempre interrogarsi su come portare questo annuncio ai fedeli.


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About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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2 Comments on Risuscitò?

  1. Mauro Valente // 21 aprile 2013 a 07:47 //

    Una differenza c’è tra l’incredulità dei discepoli e la nostra: essi lasciarono affiorare i loro dubbi senza averne timore: noi, invece, abbiamo paura delle nostre incertezze: cerchiamo comode verità in cui addormentarci, credendo ciecamente e acriticamente. Così facendo chiudiamo la porta alla fede vera, che si apre all’Assoluto solo quando riconosce senza infingimenti le proprie debolezze e i propri dubbi.

    • ….Mauro, ci sono molti sedicenti cristiani (o cristiani per tradizione) che non leggono personalmente la Bibbia e si ritrovano senza basi per poter credere in dottrine fondamentali del cristianesimo. Era comunque stato profetizzato anche questo…

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