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“Solo guardando a Cristo si può seguire la vocazione”

E’ questo il messaggio affidato ai 700 giovani pescaresi partecipanti, sabato, al pellegrinaggio romano sulla tomba di San Pietro

Un gruppo giunto in piazza San Pietro dalla parrocchia di San Gabriele dell'Addolorata di Pescara

Erano 700 i giovani pescaresi che sabato pomeriggio, intorno alle ore 13, sono partiti dalle parrocchie di Pescara, Montesilvano, Città Sant’Angelo, Collecorvino, Loreto Aprutino e Penne, a bordo di 15 pullman, per raggiungere Roma per poi dirigersi a piedi fino in piazza San Pietro dove hanno compiuto il pellegrinaggio e la professione di fede sulla tomba dell’Apostolo Pietro, organizzati dagli uffici diocesani di Pastorale Giovanile e Vocazionale in coincidenza con il cinquantesimo anniversario delle Giornate mondiali di preghiera per le Vocazioni dal tema “Progetta con Dio… abita il futuro”: «Abbiamo voluto far vivere questa esperienza ai nostri giovani – ha esordito don Andrea Di Michele, direttore della Pastorale Vocazionale diocesana – per far rinnovare la loro fede attraverso la storia di un testimone importante, fondamentale e anche a volte insicuro eppure il Signore si è fidato di lui. E poi, a livello vocazionale, qualche volta ci si può sentire indegni nei confronti del Signore perché non si è sempre coerenti e, invece, fare la professione di fede sulla tomba dell’Apostolo Pietro, che ha rinnegato Gesù e poi lo ha professato per tutta la vita, è sicuramente un esempio che dimostra quanto il Signore sia accogliente verso tutti».

L'ingresso in basilica, con don Giorgio Moriconi, don Andrea Di Michele e don Domenico Di Pietropaolo

I giovani dando vita ad allegri e colorati cortei, avendo in dosso la bandana gialla ufficiale della giornata, sono giunti in piazza arrivando per singoli gruppi parrocchiali e mentre i primi aspettavano gli altri, l’emozione per l’esperienza e l’incontro che stava per attenderli aumentava di minuto in minuto: «Siamo veramente felici – ha commentato don Domenico Di Pietropaolo, direttore della Pastorale Giovanile diocesana – di vivere questo momento di unità nella fede della nostra diocesi, oltre che di svolta per i nostri giovani». Ma poi, alle ore 18, il momento è arrivato e il portone centrale della Basilica di San Pietro si è spalancato lasciando entrare i 700 giovani pescaresi attraverso un corteo solenne, aperto dalla croce portata dal vicario episcopale per la Pastorale don Giorgio Moriconi e seguito da Don Domenico Di Pietropaolo e don Andrea Di Michele, sulle note dei canti eseguiti dai giovani stessi.

Il cardinale Angelo Comastri, arciprete di San Pietro

Così nella maestosità della basilica petrina, per l’occasione riservata al pellegrinaggio diocesano, i ragazzi hanno attraversato la navata centrale girando intorno all’altare maggiore che sovrasta la tomba di San Pietro, per poi sedersi lungo la navata retrostante dove ad attenderli c’era il “padrone di casa” ovvero il cardinale Angelo Comastri, arciprete di San Pietro, che dopo la preghiera iniziale ha approfondito il tema vocazionale della giornata, pronunciando un’intensa e appassionata riflessione, rivolta a tutti i giovani, incentrata sui modelli di vita: «Oggi – ha esordito il cardinale Comastri – uno dei problemi più grandi e più urgenti è il problema dei modelli, i modelli ai quali la gente e soprattutto i giovani guardano per ispirarsi e sognare la propria vita. Se i modelli sono sbagliati, la vita di conseguenza è sbagliata. Un tempo, i modelli della gente erano i santi e dai santi si imparavano la lealtà, la fedeltà, l’umiltà, il coraggio, il perdono, la generosità e lo spirito di servizio».

I 700 giovani pescaresi in ascolto del cardinal Comastri

Una consuetudine che oggi, purtroppo, si è persa alla quale, però, l’alto prelato non ha voluto rinunciare citando l’esempio di vita di quello che è stato un grande uomo di Dio e della Chiesa, come il Beato Giovanni Paolo II: «Lui – ha raccontato l’arciprete di San Pietro – ha vissuto tante sfaccettature della sofferenza, ma non si è mai lasciato scoraggiare, anzi, ogni sofferenza che incontrava lo spingeva a credere e a spendersi di più per il bene degli altri. A 21 anni Karol Wojtyla, dopo aver perso la madre ed il fratello, perse anche il padre e la sua reazione fu straordinaria: capì che doveva aggrapparsi ancora di più a Dio, lasciò gli studi ed il lavoro ed entrò in Seminario, all’epoca della guerra clandestino».

Il Beato Giovanni Paolo II

In quelli anni bui, sullo sfondo della seconda guerra mondiale, emerse così la decisione di consacrarsi a Dio per spendendo tutta la sua vita al suo servizio. Una decisione, quest’ultima, che nel corso del suo ministero petrino ha rinnovato costantemente: «Il 16 ottobre 1978 – ha aggiunto Comastri -, eletto Papa, Giovanni Paolo II si affacciò dalla Loggia delle benedizioni ed esclamò “Sia lodato Gesù Cristo”, per dire quanto lo stesso Gesù Cristo fosse lo scopo della sua vita e che anche da Papa, avrebbe portato avanti la sua vocazione, il suo impegno di testimonianza della fede nell’amore di Dio fino alla fine. A conferma di ciò anche mercoledì 30 marzo 2005, poco prima di morire, il Papa volle affacciarsi per salutare la folla radunatasi in piazza San Pietro e, senza riuscire a parlare, fece un grande segno di croce dicendo una sola parola “Amen”, che vuol dire poggio sopra, mi aggrappo, credo. La sua ultima parola fu un atto di fede, come quello che avete fatto voi oggi. Quando, prima di morire, l’ho incontrato per l’ultima volta il suo sguardo era felice, sembrava andasse ad una festa. E questo sia perché un cristiano non ha paura della morte, in quanto lo porta all’incontro con il Signore, ma anche per la convinzione di aver realizzato la sua vocazione, era convinto di essersi speso completamente per l’ideale della sua vita e questo gli donava una gioia immensa».

Madre Teresa di Calcutta

Un’altra vita, un’altra vocazione spesa al servizio degli altri è stata poi quella di Madre Teresa di Calcutta che Comastri incontrò a Roma poco tempo prima della sua morte, nel 1997: «Era il 22 maggio e Madre Teresa stava già male – ha ricordato il cardinale – e mi disse: “Sono di ritorno dagli Stati Uniti dove ho inaugurato una casa che accoglierà i malati di Aids e da qui ripartirò domani l’altro per andare a Dublino, dove abbiamo una casa per gli alcolizzati, poi andrò a Londra, dove abbiamo una casa per i barboni che vivono sotto i ponti del Tamigi, e poi ancora sarò a Varsavia, in Georgia, a Vladivostok, Tokyo, Hong Kong e quindi a Calcutta”. A quel punto le risposi: “Madre, ma nelle sue condizioni è matta a fare tutti questi viaggi?”. Così lei mi ribatté: “Vescovo Angelo, ricordati che la vita è una sola e io debbo spenderla, non ne ho un’altra di ricambio. Quando morirò, porterò con me solo la valigia della carità e voglio riempirla. Riempila anche tu, finché sei ancora in tempo”. E poi aggiunse: “Forse un giorno o l’altro, potresti sentir dire che Madre Teresa è morte di schianto del cuore”. Le replicai: “Perché, le sue condizioni di salute sono peggiorate?”. “No – concluse lei -. Mi potrebbe schiantare il cuore per la troppa contentezza”. A quel punto la guardai, indossava un sari (l’abito a strisce azzurre che indossano le suore di Madre Teresa, ndr) ridotto a tal punto da poter essere gettato al cassonetto, eppure disse che le poteva scoppiare il cuore per la troppa contentezza!».

I giovani pescaresi al Santuario della Madonna del Divino Amore

Sono stati due racconti esclusivi e inediti, quelli che l’arciprete di San Pietro ha rivelato ai giovani pescaresi per poi concludere: «Cari ragazzi – ha esortato Comastri -, Dio ha un sogno anche per voi, Dio ha un progetto anche per voi. Non deludetelo, perché sarebbe la vostra delusione. La vita è solo una – diceva Madre Teresa –  spendetela bene per lasciare un segno a questo mondo. Un giorno, Giovanni Paolo II mi disse che molte persone rassomigliano a delle lumache non perché vanno piano, ma bensì perché lasciano dietro di se solo il segno della scia della bava, che dura poche ore e non lascia alcun segno nel mondo. Lasciate un segno di bene a questo mondo: è lo scopo della vostra vita che vi permetterà di dire che vi potrebbe scoppiare il cuore per tanta contentezza».

Il seminarista Alessio De Fabritiis

Al termine della riflessione e della meditazione, i giovani pescaresi hanno lasciato la basilica segnati profondamente da queste parole sulle quali hanno riflettuto mentre, nel traffico della capitale, si trasferivano sui colli romani al Santuario della Madonna del Divino Amore, per condividere la cena al sacco e partecipare alla Santa Messa conclusiva, prima di rientrare nelle proprie parrocchie in nottata: «Questa giornata – hanno commentato Veronica De Sanctis e Michela Maiella, due giovani della parrocchia di Sant’Antonio di Padova in Montesilvano – è stata davvero emozionante, proprio per la meditazione del cardinale Angelo Comastri che ha ripercorso la vita di Karol Wojtyla, che è sempre un modello per noi ragazzi. Dobbiamo prendere spunto da lui».

Gli sposi Attilio e Silvia

In coda a questa giornata dal programma breve, ma intenso c’è stato quindi il tempo per ascoltare due testimonianze vocazionali della nostra diocesi. La prima è stata quella di Alessio De Fabritiis, un ragazzo pennese che ha scoperto la propria vocazione mettendosi alla sequela del Signore ed entrando in seminario: «La vocazione, se è autentica, – ha testimoniato Alessio – cresce. È la certezza di capire cosa c’è nel nostro cuore, mettendo da parte la fama, il desiderio di apparire che io avevo. Il Signore mi ha fatto capire che la cosa più bella, il suo disegno, era già dentro di me». La seconda, è stata quella di Attilio e Silvia, una coppia sposata da 14 anni con 5 figli della parrocchia di San Giovanni Bosco di Montesilvano. Attilio è quarantunenne impiegato precario e Silvia è una quarantenne casalinga: «L’immagine che ci accompagna fin da quando abbiamo deciso di sposarci – hanno condiviso i due – è quella del logo che fece da sfondo allo svolgimento del Congresso eucaristico di Pescara, nel 1977. Quel logo rappresentava una tavola imbandita, dove a destra sedevano gli sposi e a sinistra Gesù, mentre davanti ci sono due sedie vuote. Questa figura, ci sembra l’invito a vivere il nostro rapporto di coppia ricordando che, insieme, siamo la sposa di Cristo e sposando lui possiamo accogliere a questo banchetto di festa le persone che ci stanno più care».

La Santa Messa conclusiva

Nella messa conclusiva, c’è stato infine ancora spazio per l’invito finale del celebrante rivolto ai 700 giovani pescaresi che hanno gremito il santuario: «È possibile seguire la propria vocazione – ha avvertito don Giorgio Moriconi, vicario episcopale per la Pastorale che ha presieduto la liturgia con tutti i parroci delle parrocchie partecipanti, durante l’omelia – solo se si ha il coraggio di ascoltare e guardare Cristo, affinché da pecore possiamo diventare pastori. Ma non lo diverremo se non avremo prima imparato a conoscere Gesù. È possibile seguire ogni chiamata, ogni vocazione, ma serve il coraggio di fissare lo sguardo di Cristo, di amare Cristo, di ascoltarlo. Pregherò per voi, perché possiate essere davvero genitori, sacerdoti e consacrate secondo il cuore di Dio».

About Davide De Amicis (2506 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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