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Le armi della conversione

Come facevano gli apostoli ad essere tanto convincenti?

Chiunque abbia una certa dimestichezza con la storiografia, sa quanto sia difficile ricostruire gli eventi in modo assoluto. Le fonti – anche quando pretendono di essere obiettive e impersonali – inevitabilmente sottopongono i fatti a una re-visione e a una re-interpretazione che lasciano sempre un margine di incertezza; uno stesso evento può essere riferito e interpretato in maniera diversa ed opposta a seconda del tipo di fonte, del punto di vista di chi riporta i fatti e degli obiettivi che quest’ultimo si propone. Se questo vale per l’ambito politico, economico, militare e sociale – e ne facciamo quotidiana esperienza ascoltando opinionisti esperti o improvvisati che difendono le loro verità –, è inevitabile che accada nell’ambito della fede, il quale, per sua natura, pare ancora più aperto a relatività di opinioni e interpretazioni contrastanti. Tanto per farne un esempio, si pensi a come i contemporanei reagirono alla notizia della risurrezione di Gesù (link): alcuni la accolsero con timore o con gioia, altri la respinsero come «un vaneggiamento» di donne; qualcuno corse a cercare conferme o pretese prove tangibili, qualcun altro negò energicamente la voce facendo circolare accuse a danno dei discepoli. Matteo è particolarmente interessato a denunciare la cattiva fede dei giudei: costoro prima avrebbero chiesto a Pilato di disporre soldati a guardia del sepolcro per tre giorni, perché temevano che i discepoli andassero a rubare il corpo di Gesù e fingessero che egli fosse risorto, come aveva annunciato (Mt 27,62-66); poi avrebbero corrotto i soldati affinché dichiarassero che i discepoli avevano trafugato nottetempo il cadavere, diceria che si sarebbe divulgata tra i giudei fino ai tempi in cui Matteo scriveva il suo Vangelo (Mt 28,11-15). È evidente il «conflitto di interessi» che soggiace alla testimonianza di Matteo e che dimostra come l’evento – di cui erano testimoni i discepoli e forse (almeno a quanto dice il Vangelo) le guardie romane – poteva essere sottoposto a interpretazioni diverse e contrastanti: era la parola di alcuni, la cui reputazione era tra l’altro macchiata dalla morte infamante del Maestro, contro quella di altri che tenevano saldamente il controllo dell’opinione pubblica giudaica, e che quella morte l’avevano provocata e giustificata «con la legge».

I discepoli che dopo la Pentecoste inaugurarono la prima fase di evangelizzazione, prima in Giudea e poi nell’Impero, si scontrarono con la resistenza e l’aperta opposizione dell’autorità giudaica e dell’opinione pubblica che quella dirigeva e controllava. Per di più essi portavano un messaggio che, per quanto pieno di gioia e di speranza, non era certo facile da accogliere, perché andava a ribaltare le convinzioni acquisite, le tradizioni intoccabili, persino le leggi della natura: un Dio che si fa uomo e mette in dubbio l’autorità e il modello da essa sostenuto per secoli, un uomo che muore e poi risorge … Se persino gli apostoli e i discepoli impiegarono tanto a convincersi che quanto era stato loro tante volte e in tanti modi annunciato si era effettivamente compiuto, figurarsi come poteva essere difficile convincere persone che magari quel Gesù lo avevano persino mandato a morte! Eppure la prima fase di evangelizzazione ebbe una portata e una forza fuori dall’ordinario. Perché? Quali armi tanto efficaci erano a disposizione degli apostoli? Proviamo ad elencarne alcune, lasciando al lettore la facoltà di aggiungerne e suggerirne altre.

Arma numero 1: l’esperienza viva e diretta del Risorto e la forza dello Spirito Santo effuso a Pentecoste. La morte del Maestro aveva lasciato i discepoli nel più grande sconforto: abbattuti, delusi, ormai senza speranza, restavano chiusi nelle case o ripartivano mesti verso i loro villaggi. La notizia, ma soprattutto l’esperienza diretta, tangibile, della Risurrezione sconvolsero le loro vite; ancor più li rinvigorirono i quaranta giorni di «preparazione intensiva» a cui furono sottoposti dal «miglior catechista che sia mai esistito», Gesù Risorto, prima che ascendesse al cielo. Gli Atti degli Apostoli pongono l’inizio della predicazione apostolica immediatamente dopo la discesa dello Spirito Santo a Pentecoste. Fu lo Spirito a infondere in loro il coraggio, la fortezza e la capacità di esprimersi anche in lingue straniere e in modo eccezionalmente efficace, come dimostra il numero sempre crescente dei convertiti: tremila battezzati dopo il primo discorso di Pietro (At 2,14), poi altri cinquemila (At 4,4) e così via. Il fatto che così tante migliaia di persone si facciano battezzare dopo aver ascoltato Pietro e gli altri evidentemente non significa che bastò un semplice discorso a portarli alla conversione. Ma Luca ne dimostra l’incidenza nella scelta definitiva di fede.

Arma numero 2: segni e prodigi. Gli Atti insistono spesso sui molti «miracoli e prodigi» (es. At 5,12) compiuti dai discepoli nel corso della loro predicazione: essi certamente agivano assieme alle parole e parallelamente ad esse, attirando interesse e stimolando conversioni. Le guarigioni operate da Pietro, Stefano e altri (vd. per es. lo storpio presso la porta del tempio, At 3; il paralitico, At 9,32-33; la vedova risuscitata a Giaffa, At 9,36-43) attiravano le folle, che accorrevano portando malati e indemoniati affinché fossero toccati anche solo dall’ombra di Pietro (At 5,12-16). Come con Gesù, anche ora le folle cercano il miracolo, ed esso diventa uno strumento convincente ai fini della conversione.

Arma numero 3: il sistema assistenziale interno alla comunità cristiana. Sempre negli Atti si trovano vari riferimenti al modello di vita vigente all’interno della prima comunità cristiana: «erano assidui … nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere … stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (At 2,42-47; vd. anche At 4,32-35). La prima comunità cristiana si caratterizza per il clima di serena fraternità, fondato sull’unione e sulla condivisione spirituale dei momenti di preghiera e formazione alla parola trasmessa dagli apostoli, e materiale dei beni di ciascuno che venivano messi a disposizione della comunità. Inizialmente gli apostoli curavano personalmente entrambi gli aspetti, ma a un certo punto si rese necessario operare una distinzione: per non trascurare nessuno dei compiti imposti dalla fede stessa, i Dodici scelsero sette uomini fidati (i diaconi), «pieni di Spirito e di saggezza», ai quali affidarono il servizio ai poveri, alle vedove, agli orfani, riservando a sé la preghiera e il ministero della Parola (At 6,1-6). È questo il segnale che la comunità cristiana si dava fin dall’inizio un’organizzazione interna, tale da garantire un perfetto funzionamento di tutta la comunità e una funzionale organizzazione del sistema assistenziale tramite la ripartizione dei compiti «spirituali» e «materiali». Tutti questi elementi certamente attiravano interesse e simpatia (Luca dice che per queste ragioni nella comunità cristiana «tutti godevano di grande simpatia», At 4,33), e favorivano l’ingresso di nuovi fedeli nella comunità.

Arma numero 4: l’esempio. Gli uomini e le donne dell’età apostolica avevano sotto gli occhi non solo la testimonianza orale di chi personalmente aveva conosciuto Cristo e fatto esperienza della sua Risurrezione, non solo i segni e i miracoli che costoro compivano sotto la potenza dello Spirito Santo, non solo l’attrattiva di una comunità accogliente e assistente, ma anche l’esempio vivente di apostoli e discepoli, la cui vita era stata trasformata, aveva acquistato un significato nuovo ed era capace di dare un senso all’esistenza spesso vuota e rattristata di molte altre persone. La sicurezza, la schiettezza, il pieno convincimento con cui i discepoli annunciavano il messaggio di salvezza; la fede fervente e vera con cui si esponevano a rischio della vita; il coraggio con cui affrontavano le autorità, il carcere, i flagelli, persino la persecuzione e la morte, nella convinzione di «non poter tacere quanto avevano visto e udito»: tutte queste cose non lasciavano certamente indifferenti, anzi dovevano essere estremamente persuasive, dimostrando che dietro doveva assolutamente esserci qualcosa di vero. Prendiamo Saulo: cosa avrebbe potuto spiegare e giustificare un cambiamento tanto repentino e profondo nella sua vita, tale da trasformarlo da persecutore in apostolo, da carnefice in vittima per Cristo? La stessa ragione per cui il suo parlare era tanto convincente da portare alla conversione intere città, e tanto fastidioso da farne desiderare la morte con così grande accanimento. Persino le persecuzioni, per il modo in cui i fedeli cristiani furono capaci di affrontarle, divennero un’arma di conversione: in che modo qualcuno avrebbe potuto morire felice in quelle condizioni, e anzi cercare la morte, se non avesse avuto la certezza di trovare qualcosa di vero e di bello dopo la morte?

Queste furono probabilmente le armi grazie alle quali la prima generazione di fedeli cristiani poté diffondere il lieto annuncio tra giudei e pagani. Sono le stesse, in fondo, di cui si sono serviti i cristiani di ogni tempo e di ogni luogo e di cui potremmo e dovremmo servirci anche noi oggi. Qualcuno forse potrebbe obiettare di non aver mai avuto un incontro diretto, «fisico» con il Cristo Risorto, né di essere stato investito da «lingue di fuoco», né di saper compiere miracoli e prodigi; potrebbe contestare che ai giorni d’oggi una comunione come quella vissuta all’interno della prima comunità cristiana non è neppure lontanamente ipotizzabile; potrebbe lamentare di non essere sufficientemente forte da sopportare persecuzioni e flagelli, da affrontare la morte per portare la sua testimonianza; potrebbe accusare la propria scarsa capacità oratoria o i limiti del suo carattere che gli impediscono di essere un esempio convincente per i fratelli … «Uomini di poca fede», risponderebbe il Signore. Non dipende certo da noi fare tutte queste cose, ma dipende da noi scegliere di aprirci senza limiti alla Grazia: il resto verrà da sé.

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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5 Comments on Le armi della conversione

  1. mauro valente // 5 maggio 2013 a 10:24 //

    Sono pienamente d’accordo con te, Sabrina: hai lucidamente individuato le “armi” della fede. Il tuo bell’articolo mi suggerisce un paio di riflessioni:a)tranne l’esperienza del Risorto, anche le altre religioni possono vantare le stesse risorse dei missionari cristiani, per questo è importante il dialogo interreligioso, mentre è pericolosa la sottolineatura della diversità/superiorità di noi Cristiani; b)bisognerebbe interrogarsi sul perchè l’attività missionaria nell’ultimo secolo abbia funzionato tanto bene fuori d’Europa e così poco efficacemente nel nostro continente, al punto che oggi, quantitativamente, i cattolici…

    • Grazie per gli aspetti informativi Sabrina. Forse per avere maggior successo il cristiano dovrebbe tornare alle precise istruzioni che diede Gesù ai 12 e poi ai 70 quando li mandò “a due a due” per le case e i villaggi. Forse per “fare discepoli” ed essere buoni evangelizzatori come si diceva di Filippo e le sue figlie, bisognerebbe avere maggior dimestichezza con la Bibbia. E in ultimo (non per importanza) si dovrebbe tenere presente il tema centrale della predicazione di Gesù: Il Regno di Dio.

      • Questa è una delle pretese dei TdG che meno capisco (diciamo tra le più assurde): detenere il monopolio del concetto di “regno di Dio”. Se avessi un po’ di pazienza, scopriresti una bibliografia sterminata in merito (un assaggino): quanto all’andare due a due, è incredibile come prendiate questa per la formula segreta della missione mentre ridicolizziate le parole di Cristo sul Sacramento della sua Pasqua e sulla sua divinità.
        Ma sto perdendo troppo tempo con queste sciocchezze…

        • Non te la prendere Giovanni…
          Ho semplicemente menzionato aspetti biblici che se vuoi puoi trovare In Matteo cao 10, in Luca cap 10 e In Atti cap 20. E cmq Don Antonio della chiesa di San Cassiano a Venezia cerca evangelizzatori giovani al riguardo da istruire per evangelizzare (Puoi leggere l’articolo su GVonline)…

          • Non me la prendo con te, ma con le tue sciocchezze: sono cattolico, noi sappiamo distinguere.
            Se davvero vuoi imparare a leggere i tuoi cari “aspetti biblici”, ti consiglio l’Adversus Haereses di Ireneo: dovrebbe starti simpatico, per certi aspetti anche lui s’è trovato a costeggiare la tua eresia… salvo che in lui non poteva essere eresia, perché egli non era pertinace nell’errore. In fondo, però, anche tu non puoi essere definito eretico, perché questo titolo non si può dare a chi non è cristiano.
            Come puoi vedere da quanto si trova in rete su di me, non sono di Venezia, ancor meno frequento San Cassiano, e meno ancora conosco don Antonio. Meno di tutto, però, ho capito cosa vuoi dire.

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