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Il Concilio? “Una nuova Pentecoste per la Chiesa”

E’ questo il significato del Concilio Vaticano II per il teologo Marco Vergottini, confrontatosi sul tema con i laici pescaresi

Il professor Marco Vergottini è nato a Milano il 25 ottobre 1956 ed è coniugato con 4 figli. È socio fondatore dell’associazione “Amici della Facoltà Teologica di Milano”, socio dell’Associazione europea per la teologia cattolica e dell’Associazione teologica italiana, di cui è membro del Consiglio Nazionale dal 1999 e Vice-Presidente dal 2003. Dal 1984 al 2002 è stato Segretario del Consiglio Pastorale della Diocesi di Milano.

Dall’inizio degli anni ’80 ha svolto attività di collaborazione con la pastorale della diocesi di Milano nei settori della formazione permanente del clero, del diaconato permanente, delle scuole diocesane per operatori pastorali. Attualmente è docente di teologia dogmatica alla Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale di Milano, membro del Consiglio per la formazione degli educatori laici responsabili di oratorio e ricopre la carica di Vice-Presidente della cooperativa “Aquila e Priscilla” (diocesi di Milano).

Nell’anno accademico 2003/04 ha tenuto un corso di Teologia sistematica dal titolo “La teologia dei laici. Ritrattazione del tema in chiave teologico-pastorale” presso il Biennio di Specializzazione in Teologia Pastorale della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, sezione di Padova. Il professor Vergottini, lunedì sera, è quindi intervenuto presso la chiesa pescarese dello Spirito Santo incontrando i laici, approfondendo con loro il tema “A 50 anni dal Concilio Vaticano II. L’esercizio di una memoria riconoscente” e rispondendo alle domande de “La Porzione.it”.

Professor Vergottini, il tema di questo incontro recita “L’esercizio di una memoria riconoscente”. Ma di cosa dovremmo essere maggiormente riconoscenti a 50 anni dal Concilio Vaticano II?

«Innanzi tutto, dovremmo essere riconoscenti del fatto che si è svolta questa assise, questo incontro di vescovi provenienti da tutti i cinque continenti i quali, come diceva Papa Giovanni XXIII, hanno potuto fare esperienza di una nuova Pentecoste e hanno cercato di aiutarci, come Chiesa, a ripensare in quale modo riuscire a vivere la vocazione di essere chiamati da Dio ad annunciare agli uomini la salvezza e, al contempo, testimoniare nella vita e nelle opere i valori cristiani».

Quali sono stati i risultati ottenuti, quali le svolte segnate dal Concilio Vaticano II?

«Le svolte sono state parecchie. La prima ha fatto rilevare una nuova comprensione della Chiesa non più come “societas perfecta”, ma come Chiesa popolo di Dio e come Chiesa in comunione. Così, in questa prospettiva, tutti i credenti hanno potuto maturare l’idea che essi sono pietre vive del tempio della Chiesa e non spettatori passivi, ma attori e, in secondo luogo, richiamare l’esigenza di mettere fine al divorzio tra fede e cultura moderna, cercando di trovare un dialogo che possa mostrare in che senso la Chiesa voglia mettersi al servizio del mondo e non a giudizio di esso».

Dunque sono stati diversi i risultati ottenuti, ma quali sono quelli ancora da conseguire?

«Tante cose devono essere ancora fatte, perché non basta capire il Concilio, non basta studiarlo: bisogna poi interiorizzarlo, assimilarlo. Se potessi dire, ad esempio, mi soffermerei sul tema della sinodalità, cioè di una Chiesa che cammina insieme: il Papa insieme ai vescovi, i vescovi tra loro, i vescovi con il loro popolo, i sacerdoti con i laici. Credo che, a questo riguardo, molte siano le acquisizioni da fare nella nostra vita di comunità cristiana».

Nell’incontro pescarese, lei ha sottolineato molto il valore delle Costituzioni conciliari, ma sotto quali aspetti si sono distinte di più?

«La “Sacrosanctum Concilium” ci ha restituito l’idea di una Chiesa che prega come comunità adulta e quindi partecipe, nei diversi ruoli, alla realizzazione della vita sacramentale. La “Lumen Gentium” ci ha invece restituito l’idea che ogni cristiano è un battezzato e deve essere re, sacerdote e profeta dovendo, in questo senso, non solo preoccuparsi della sua fede ma deve anche preoccuparsi di edificare la Chiesa e di testimoniare la sua fede. La “Dei Verbum” ci ha consentito di comprendere che è il Signore Gesù la rivelazione di Dio e, al contempo, ci ha dischiuso i testi della Scrittura che dobbiamo sempre più frequentare con familiarità ed assiduità. Infine, la “Gaudium et Spes” ci ha richiamato il tema di uno stile dialogico, di uno stile che sia capace di favorire un incontro tra i credenti e gli uomini di buona volontà».

Professor Vergottini, Lei ha riconosciuto e apprezzato i risultati raggiunti dal Concilio Vaticano II e, allo stesso tempo, ha preso le distanza dai suoi detrattori. Ma perché sono emersi tali “distinguo”: cosa non è stato apprezzato?

«Molti detrattori ritengono che il Concilio Vaticano II sia stato solo un concilio di carattere pastorale e che quindi, in questo senso, si possa fare a meno di farne un riferimento. In realtà, essi fraintendono il significato del termine “pastorale” che non vuol dire solo che riguarda gli aspetti pratici perché “pastorale” vuol dire che riguarda lo stile attraverso cui la Chiesa vive la fedeltà al Signore, nelle forme che servono agli uomini di oggi. Credo, come ha affermato anche Papa Francesco, che non si possa tornare indietro rispetto alle acquisizioni del Concilio Vaticano. Semmai bisogna andare avanti nella sua direzione».

Nonostante il grande spirito di rinnovamento portato dal Concilio Vaticano II negli anni successivi, cinquant’anni dopo quello stesso spirito sembra essersi affievolito. Come si spiega questo fenomeno: il Concilio è forse stato un avvenimento talmente sofisticato e complesso, nei suoi contenuti, da non venire ancora capito nella sua interezza?

«Credo che questo faccia parte delle “stagioni della storia”, tra le quali si sono alternate un’immediata fase di riferimento seguita da una fase in cui il tutto si è un po’ affievolito. Ci sarebbe anche da mettere in conto il giudizio che si h sulle dinamiche della vita culturale odierna, perché la Chiesa non vive al di fuori del mondo e tuttavia credo che, come diceva anche Papa Francesco, si debbano trovare le forme perché il Concilio ritrovi la sua attualità oggi».

Infine, allora, da dove ripartire per riscoprirne l’attualità?

«Indubbiamente dai testi conciliari».

About Davide De Amicis (2831 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero ed è direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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