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Sacris sollemniis

L’Eucaristia spiegata da san Tommaso

Nel lontano XIII secolo, in terra belga, una giovane monaca agostiniana, Giuliana di Cornillon, ebbe una misteriosa visione: una grande luna piena, la cui luminosità era parzialmente limitata da una macchia scura che la attraversava. La suora comprese subito che si trattava della Chiesa, il cui splendore era ridotto da una mancanza, piccola forse, ma importante: l’assenza di una festività. Qualche tempo dopo, Cristo stesso le avrebbe suggerito l’esigenza di istituire una festa in onore del Santissimo Sacramento: essa da una parte avrebbe potuto ravvivare la fede, dall’altra avrebbe potuto espiare i molti e gravi peccati commessi contro la Santa Eucaristia. Trascorsero alcuni anni prima che queste rivelazioni giungessero all’attenzione di teologi ed ecclesiastici belgi. Nel 1246 un sinodo locale istituì la festa del Corpus Domini nella diocesi di Liegi. Una ventina di anni dopo, nel 1264, papa Urbano IV, con la bolla Transiturus de hoc mundo, estese la solennità a tutta la Chiesa.

Della composizione dell’ufficio e della messa del Corpus et Sanguis Domini fu incaricata una tra le menti più brillanti e le spiritualità più profonde di tutti i tempi: il Doctor Angelicus, Tommaso d’Aquino. Dalla sua penna vennero fuori gli inni Pange Lingua e Sacris solemniis, sul quale oggi vorremmo soffermarci.

A un primo sguardo, si nota subito il numero delle strofe: sette, numero simbolico, di ascendenza biblica, che esprime pienezza, perfezione. E in effetti al centro del componimento c’è proprio qualcosa di perfetto: il sacramento dell’Eucaristia, «fonte e culmine della vita cristiana» (Lumen gentium, n. 11). Si giustifica così il giubilo che inaugura l’inno: Il giubilo unisca i riti solenni e dal profondo del cuore risuoni la lode. Ma l’Eucaristia non è solo fonte di gioia prorompente; è anche necessario e totale rinnovamento: scompaiano le vecchie realtà, si rinnovino tutte le cose: i cuori, le voci e le opere.

Quale sia la «grande novità», quale la ragione di tale giubilo, è ben chiaro dal prosieguo: l’istituzione dell’Eucaristia. Le tre strofe che seguono sono appunto una rievocazione dell’Ultima cena del Signore, nella quale Cristo … dopo l’agnello abituale, diede ai discepoli il Suo Corpo e il Suo Sangue. Qui è la prima novità. E Cristo ha trovato il modo per renderla eternamente rinnovabile incaricando gli apostoli di perpetuare il sacrificio da Lui istituito, affinché essi lo prendessero e lo dessero agli altri. In pochi versi, il Doctor Angelicus riesce a sintetizzare l’intera storia della salvezza, che trova il suo compimento nell’Eucaristia, il sacrificio perfetto, il sacrificio dell’amore senza limiti, del dono che non ha mai fine, perché il Signore ha affidato un preciso compito, prodigioso dono, ai suoi più stretti discepoli: quello di ripetere «in memoria di Lui» i Suoi stessi gesti e le Sue stesse parole, rendendoli tramite della salvezza.

Dopo queste premesse, di natura prevalentemente storica, l’inno prosegue con la strofa più famosa e degna di essere ricordate per la sua profondità dottrinale: Il pane degli angeli diventa pane degli uomini; il pane del cielo pone termine ai simboli. Il panis angelicus, il panis caelicus, diventa panis hominum, perché a sua volta Colui che lo offre, pur venendo dal cielo, si è fatto Uomo perfetto e all’uomo si è donato. In Lui si compiono tutti i «simboli», le promesse, le prefigurazioni. In Lui diventa possibile un prodigio mai pensato: il servo povero e umile si nutre del Signore. Ecco la seconda novità, effetto immediato e ineludibile della prima: l’uomo, la creatura, il servo, può nutrirsi del Dio, del Creatore, del Signore. Ma che l’uomo potesse trarre nutrimento e luce al suo spirito è evidente e incontestabile. Ciò che invece lascia sempre un po’ straniti è l’idea che ci si possa effettivamente cibare, «mangiare», come dice Cristo stesso, il Corpo del Signore e «bere» il Suo Sangue. Inutile ricordare che nei tempi antichi l’Eucaristia provocava stupore e sdegno nei pagani che accusavano i cristiani di cannibalismo. E anche l’iniziativa di istituire la festa del Corpus Domini nacque in buona misura come reazione alle tesi di Berengario di Tours, per il quale il pane e il vino erano soltanto un simbolo di realtà spirituali, un signum sacrum, un segno visibile che permette di afferrare, al di là dell’apparenza sensibile, l’idea della Passione di Cristo. Ma nulla più di un segno. Non una presenza reale. Non certamente un corpo e un sangue del quale è possibile nutrirsi.

Questo mistero è probabilmente ancora adesso uno dei più complicati e difficili da accettare e comprendere. Tanto che diverse personalità autorevoli, piuttosto di recente, hanno avvertito la necessità di intervenire sull’argomento. Benedetto XVI ha spiegato che «nell’Eucaristia, il Signore ci dona il suo corpo glorioso, non ci dona carne da mangiare nel senso della biologia … questa novità che Lui è, entra nel nostro essere uomini … così che possiamo lasciarci penetrare dalla sua presenza». In termini ancora più accessibili e quotidiani si espresse Angelo Comastri, in una lezione che merita di essere ricordata: «La mamma tiene in braccio la terza figlia nata da pochi giorni mentre il papà accompagna il fratellino di tre anni e mezzo e di cinque anni a salutare l’ultima arrivata. I bambini entrano nella camera della mamma e osservano la scena che si presenta al loro sguardo: la mamma sta allattando! I bambini restano sorpresi, perché non capiscono il senso di quel gesto tipicamente materno. In modo particolare il bambino di tre anni e mezzo non vuole avvicinarsi alla mamma: è come bloccato da un dubbio e da una paura. Sollecitato a farsi avanti non si muove. Ma improvvisamente scoppia a piangere e, rivolto al papà, grida: “Papà! Guarda! Quella lì magia la mamma!”. Povero bambino non aveva capito niente. Non riusciva a decifrare il senso del gesto incomparabilmente bello, che aveva di fronte. L’Eucaristia è un gesto attraverso il quale l’Amore maternamente dirompente di Dio dà la vita ai suoi figli, nutrendoli d’amore: è l’amore infatti il cibo eucaristico!».

Se crediamo in questo, possiamo pregare con le parole conclusive dell’inno: Supplichiamo Te, o Dio uno e trino: visitaci così come noi Ti adoriamo; conducici per le Tue vie là dove tendiamo, alla luce che Tu abiti. Amen.

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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2 Comments on Sacris sollemniis

  1. Mauro Valente // 2 giugno 2013 a 16:10 //

    L’Eucarestia è veramente un miracolo d’amore, come afferma Sabrina: rimette in modo il Dio che è in noi, vale a dire quell’anima, creata a immagine e somiglianza di Dio.

  2. Dagli effetti straordinari che l’eucaristia produceva nei mistici, come Gemma Galgani, Pio da Pietrelcina e tanti altri, si può arguire il dono meraviglioso che Gesù ha fatto alla sua Chiesa. Per esso e in esso vive e opera.

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