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Quando i nomi parlano

L’uomo, Dio e l’onomastica biblica

Nella vita di fede esiste un aspetto, controverso sotto alcuni punti di vista, con il quale prima o poi ogni credente finisce per scontrarsi: come invocare Colui nel quale credo? Sacerdoti, catechisti, genitori e maestri ci hanno insegnato a chiamarlo Dio, Signore, Onnipotente, Altissimo, Creatore, Re, Giudice, Padre, e con altri appellativi che ci curiamo di scrivere sempre con l’iniziale maiuscola, per rispetto nei confronti di Colui del quale stiamo parlando. Ma un bel giorno ci rendiamo conto – non senza una certa soddisfazione per l’intuizione avuta – che essi sono tutti nomi comuni, solo, se così si può dire, “innalzati di livello”, quasi a indicare il Dio, o Signore, o Giudice ecc., per eccellenza, posto al di sopra di quanti rivestono pressappoco la stessa funzione nel mondo, anche se su un piano più umile e limitato. La domanda, in altre parole, è quella che da sempre assilla l’uomo che si confronta con un credo monoteista: Dio ha un nome? Cioè un nome proprio, che è solo Suo e Gli è peculiare?

La questione è oltremodo complessa e dibattuta; se ne sono occupati filosofi, teologi, biblisti e pensatori esperti di varia provenienza, approdando a soluzioni anche diverse e contrastanti. Chi scrive, lungi dal possedere adeguate conoscenze tecniche, tenterà di affrontare il problema da persona semplice e inesperta, senza pretendere di risolverlo e limitandosi ad ispezionare i testi che in qualche modo possano gettar luce sull’argomento: testi affidabili, come quelli offerti dalla tradizione biblica, che – almeno per chi crede – ha un autorevolissimo e veridico Autore.

Dicevamo che il problema del nome di Dio assilla l’uomo che si confronta con un credo monoteista. I politeisti, infatti, – dagli Egiziani, ai Greci, ai Romani, ai popoli del Medio-Oriente e della Mesopotamia, solo per citare le religioni più antiche – sono abituati a chiamare per nome le loro divinità: tutti sono dei/dee per ‘categoria’, ma ognuno ha un nome diverso che lo identifica. Non solo. Essi sono di sesso maschile o femminile, di aspetto umano (nella maggior parte dei casi) o animale, mangiano, bevono, si muovono, praticano attività, hanno difetti e provano sentimenti pressoché in nulla dissimili da quelli degli uomini; solo l’eternità li rende diversi da questi ultimi.

Il monoteismo proietta l’uomo in una dimensione della divinità del tutto nuova: asessuata, spirituale, perfetta, trascendente. Quando Mosè incontra il Signore nel roveto ardente, Egli si presenta semplicemente come «il Dio di tuo padre, Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe» (Es. 3,6): cioè basta a Mosé sapere che Colui che si sta manifestando nel fuoco è lo stesso che si era manifestato ai suoi padri, e che essi avevano riconosciuto e testimoniato come unico e vero Dio. Ma Mosé esprime subito una perplessità: basterà anche al resto di Israele sapere che egli è un inviato del Dio dei loro padri, perché il popolo creda in lui e lo segua nell’incredibile progetto di uscire dall’Egitto? Durante la lunga permanenza in terra egiziana, il popolo di Israele aveva conosciuto il politeismo e l’idolatria, con un pantheon di divinità di aspetto, sesso e caratteri diversi: l’episodio famosissimo del vitello d’oro (cf. Es. 32) attesta che questo diverso modo di credere aveva lasciato tracce anche tra gli Israeliti. Si pone dunque un problema: «Quando sarò andato dai figli di Israele e avrò detto loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi, se essi mi domanderanno: qual è il suo nome?, che cosa risponderò loro?» (Es. 3,13).

Non è la prima volta che nella Scrittura qualcuno pone il problema del nome di Dio. Giacobbe, dopo aver lottato con l’angelo nei pressi di Fanuel, chiede di conoscerne il nome (Gn. 32,30). L’angelo risponde con una domanda: «Perché (= ina tì: a quale scopo) chiedi il mio nome?». Nel passo, la questione del nome acquista una particolare rilevanza. Al termine della lotta, Giacobbe pretende di essere benedetto («Non ti lascerò, finché non mi avrai benedetto», Gn. 32,27) e l’angelo per prima cosa gli chiede come si chiama: «Gli disse: “Qual è il tuo nome?”; gli rispose: “Giacobbe”» (Gn. 32,28). Ha senso che l’inviato di Dio – Dio stesso a quanto comprende Giacobbe («ho visto Dio faccia a faccia», Gn. 32,31) – chieda il nome al Suo servo, quasi non lo conoscesse?

La spiegazione è un’altra. Bisogna fare un ulteriore passo indietro, al momento del parto gemellare di Rebecca: «Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe» (Gn. 25,25-26). L’ebraico Yaʿaqov o Ya’ãqōb (da ageb, ‘tallone’, ‘calcagno’) rende visivamente l’immagine di Giacobbe che tiene per il calcagno il fratello Esaù; e questo non solo alla nascita. La scena del parto, infatti, con il secondogenito che quasi trattiene il fratello maggiore per uscire prima di lui, costituisce come un presagio di tutta la vita di Giacobbe, che riuscirà con l’inganno a strappare la primogenitura ad Esaù (Gn. 25,29ss.) e ad ottenere la benedizione del padre (Gn. 27,1ss.). A buon diritto si lamenta Esaù dicendo: «Forse perché si chiama Giacobbe (= cioè il soppiantatore) mi ha già soppiantato due volte? Già ha carpito la mia primogenitura ed ecco ora ha carpito la mia benedizione!» (Gn. 27,36). La traduzione italiana inevitabilmente tradisce il senso originale del passo. Con quella benedizione, Isacco aveva costituito Giacobbe signore di Esaù, gli aveva dato come servi tutti i suoi fratelli e l’aveva fornito di ogni ricchezza e prosperità; non v’è più nulla per Esaù: la benedizione del padre è unica e irripetibile (Gn. 27,37-28). Giacobbe si è impadronito con l’astuzia di tutto quanto toccava di diritto al primogenito, compiendo con le azioni il presagio nascosto nel suo nome. D’altra parte sapevano bene gli antichi che bisognava scegliere con cura il nome dei propri figli, perché «il nome è un presagio del loro destino»: nomen omen, dicevano i Romani. Questo principio vale in modo particolare nella cultura ebraica e nella Bibbia: «Come è il suo nome, così è lui» (1Sam 25,25).

Leggendo questi fatti non sorprende che Giacobbe pretenda, dopo quella di Isacco, anche la benedizione di Dio; e la ottiene. Ma il Signore, prima di benedirlo, cambia il suo nome: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!» (Gn. 32,29). Che parafrasato vuol dire: «Tu non sei più “il soppiantatore”, colui che vince con l’inganno, ma “il lottatore” che vince Dio e gli uomini combattendo». Il cambiamento di nome esprime dunque un mutamento di caratteristiche, di modi di vivere, di identità. Per questo l’angelo prima di benedire Giacobbe, gli chiede il nome, cioé l’identità: perché d’ora in avanti entrambi devono cambiare. Ma per quale motivo (ina tì?) Giacobbe vuole conoscere il nome di Colui che gli sta davanti?

Prima di affrontare questo problema, facciamo un passo indietro e torniamo alle Scritture. Quello di Giacobbe/Israele non è l’unico caso nella Bibbia in cui la scelta del nome o il cambio di nome, deciso dalla divinità, rivestono un’importanza “profetica” relativamente all’identità e al destino di qualcuno. Un noto cambio di nome voluto da Dio è quello toccato ad Abramo, il quale in virtù della promessa divina diventerà «Abraamo (= “padre di popoli”), perché ti farò padre di una folla di nazioni» (Gn. 17,5). E Sarai, sua moglie, dovrà essere chiamata Sara (“signora”, “principessa”), perché su di lei è la benedizione del Signore (Gn. 17,15-16). Restando nella famiglia del patriarca, il nome Isacco è legato all’idea del riso e della gioia derivante dalla nascita insperata di un figlio («Sara disse: “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me!”», Gn. 21,6); mentre il figlio della serva Agar si chiamerà, su suggerimento dell’angelo, Ismaele, che significa “Dio ascolta”, «perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione» (Gn. 16,11; Agar era fuggita da Sara che, dopo il concepimento, la trattava con disprezzo: da Ismaele però nascerà una grande nazione). Uno dei casi più famosi di nome parlante è forse quello di Mosé, che ha un duplice significato: in egiziano “salvato dalle acque” (la figlia del faraone, adottandolo, «gli mise nome Mosé, perché disse: “Dalle acque io l’ho tratto”», Es. 2,10); in ebraico – almeno secondo l’etimologia citata da Giuseppe Flavio – “il tratto fuori”, che si potrebbe interpretare con riferimento alle sue vicissitudini infantili, ma anche al destino che attendeva lui e il suo popolo: Dio li avrebbe tratti fuori dall’Egitto verso la Terra Promessa. E, tanto per abbreviare il discorso, veniamo al Nuovo Testamento, che si apre con l’annuncio della nascita del Messia e Salvatore, il quale, in base alle parole dell’angelo, si chiamerà Gesù (Yehoshùa = “Dio salva”), «poiché Egli salverà il suo popolo dai loro peccati» (Mt. 1,21). E Gesù stesso, come più volte aveva fatto il Dio dell’Antico Testamento, cambia il nome a uno dei suoi discepoli, che non si chiamerà più Simone, ma Pietro (Kefa = “roccia”), perché sulla pietra della sua confessione di fede Egli avrebbe edificato la Sua Chiesa (Mt. 16,18).

Nella Scrittura, quindi, il nome rappresenta l’autentica personalità della persona e, in certo senso, il suo destino o programma di vita. Ma cosa ha a che vedere tutto questo con Dio?

 

[continua nelle prossime settimane …]

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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3 Comments on Quando i nomi parlano

  1. Ciò dimostra la grande distanza tra le due culture

  2. Maria Laura // 14 ottobre 2013 a 15:57 //

    Voglio partire da una considerazione “romantica”: leggendo questo articolo, ho pensato subito alle parole che Giulietta rivolge a Romeo” Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa “Montecchi”? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un’altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave”. Eppure se penso alle persone che amo non riesco a immaginarle con nessun altro nome perché quello è…

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