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“Se posso fare il bene, io sono felice”

E’ questa la ragione di vita di Padre Guglielmo Alimonti, il frate cappuccino abruzzese che, dalla sua missione a Pescara alla sua vicinanza con Padre Pio da Pietrelcina, si racconta a La Porzione.it

Padre Guglielmo Alimonti

La processione della Madonna dei Sette Dolori

Da cinquant’anni la sua presenza ed il suo ministero di frate cappuccino e sacerdote richiama quotidianamente centinaia di fedeli, presso la basilica pescarese della Madonna dei Sette Dolori, che affollano la tradizionale Messa delle ore 6 per incontrare Padre Guglielmo Alimonti, 84 anni originario di Guardiagrele e noto per il rapporto confidenziale che lo legava a Padre Pio da Pietrelcina, oggi San Pio. Arrivato a Pescara, da Sulmona, nell’autunno del 1963, per assumere l’incarico di direttore spirituale del Seminario Serafico (il seminario rivolto ai religiosi, ndr) allora ospitato all’interno dell’attuale basilica di Pescara colli, ha quindi visto la città e i suoi abitanti crescere e cambiare. Così Padre Guglielmo ha raccontato la sua storia a La Porzione.it.

Padre, lei è arrivato a Pescara colli cinquant’anni fa: che città ha trovato allora?

«L’ambiente allora era tranquillo, stagnante sotto certi aspetti, ma poi ha subito l’influsso della città che era molto vicina. All’epoca ero giovanissimo e andavo a celebrare la Messa in un istituto di suore di Sant’Anna, vicino alla vecchia Università di Pescara. Il Superiore mi dava 20 lire per andare a prendere l’autobus ed io, ogni mattina, glie le riconsegnavo. Andavo a piedi attraversando via del Santuario, circondata dagli alberi e dagli uccellini che cantavano ed il mare sullo sfondo: non rinunciavo mai ad andare a piedi».

Come ha visto lo sviluppo di Pescara colli?

«Non è cresciuta con omogeneità ed attenzione a tutti gli aspetti di un quartiere nuovo. Ogni volta si vedono i lavori che ricominciano da capo. Non è cresciuta come sarebbe dovuta crescere per vedere una quartiere geograficamente ben messo. Alcune strade sono anguste, perché prima sono sorte le case senza un piano regolatore: abbiamo strade che vanno a zig zag».

Conoscendo la città, Padre, lei ha man mano conosciuto anche i pescaresi: che persone sono?

«C’è stato l’influsso di tanta gente di fuori, fuori provincia e fuori regione: molti impiegati si sono trasferiti qui con le loro famiglie e si respira un’aria nuova e della vecchia Pescara resta ben poco. Più che altro, resta quello stile un po’ provinciale ed abruzzese nella mentalità, negli usi e nei costumi: qui ci si ritrova come in un qualunque paese d’Abruzzo, grazie a valori quali la semplicità, l’accoglienza, il dono. I pescaresi e gli abruzzesi, fuori, sono conosciuti come forti e gentili: spero che conservino questa caratteristica etnica, ma anche etica. Del resto, io ho sempre detto che lavorerò perché a Pescara Padre Pio sia conosciuto, amato ed invocato come lo è Sant’Antonio a Padova. C’era questa visione dietro al particolare messaggio che intendevo affidare e, forse, è anche per questo che molti fedeli sono spinti a venire a pregare insieme o nel lasciarsi guidare, nel chiedere la benedizione per eventuali scelte professionali, ma anche di vita».

Padre Guglielmo, sono centinaia i fedeli che quotidianamente si rivolgono a lei incontrandola dopo la Messa delle sei: cosa le chiedono di più e come risponde loro?

«Io sono un sacerdote e la mia missione è quella di annunciare Gesù Cristo con il Vangelo e di servire la comunità con una liturgia eucaristica, che la mattina alle sei già comincia, e poi con l’ascolto delle persone con svariati problemi. Mi chiedono un consiglio, una preghiera, una visita a persone malate in casa o in ospedale. È questa la mia missione, non c’è niente di nuovo o di straordinario. Ed io, tutto questo, vorrei farlo con quello spirito sacerdotale francescano che dà gioia agli altri ed anche a me: se posso fare il bene, io sono felice».

Quali sono gli argomenti al centro dei vostri colloqui?

«Al primo posto c’è la crisi economica, che incide sulle situazioni familiari e sulla tranquillità delle persone. Vedere tutto precario, un lavoro che prima ti dava quanto occorreva per tenere bene una famiglia, costruirsi una casa: se tutto questo viene a mancare, si va a ripercuotere sullo stato d’animo delle persone e, spesso, con conseguenze anche sul piano della salute, perché mancano nel vestire, nel mangiare, nel potersi godere una settimana di riposo. Per questo è necessaria una parola di conforto, di consiglio, di aiuto».

Ma la crisi non è solo economica, anzi è prima di tutto di valori e punti di riferimento a partire dalla famiglia: cosa dice ai fedeli da questo punto di vista?

«Dico di avere fede, perché la fede è la luce e c’è una bella differenza tra il vivere alla luce, vedendo dove vai, ed il vivere nell’angustia dell’incertezza, dell’oggi e del domani, di cosa preparare per il futuro dei propri figli. Sono azioni, queste, che incidono molto sulla tranquillità della società e la parola del sacerdote, illuminata dal Vangelo, è sempre una buona guida, una risorsa spirituale preziosa. È comunque importante, in questi casi, fare tutto ciò che è umanamente possibile per tirarsi fuori da tutte queste problematiche e quindi affidarsi a Dio. Padre Pio, in una delle prime volte che mi vide, mi disse “Fidati, di Dio, e affidati”. Questo io posso ripetere a chi ha bisogno di conforto, di sostegno morale».

Ciò che la rende molto noto, Padre, è propria lo stretto rapporto che per molti anni lo legò a Padre Pio: come viveva questa vicinanza?

«Negli ultimi anni della sua vita, ho avuto modo di stargli vicino. Andai da Padre Pio per chiedergli la benedizione prima di partire missionario per l’America Latina, per capire se era quella volontà di Dio per me. Ma lui mi disse “No, stai qua e prega per me”. Così sono rimasto in Italia, vicino a lui, e poi ho capito che tutto questo non significava solo pregare per lui ma, dopo la sua morte, ho capito che avrei dovuto pregare con i gruppi di preghiera fondati da lui. E così questa è diventata la mia missione: ero coordinatore di sei regioni del centro Italia, Abruzzo, Marche, Molise, Umbria, Sardegna e Lazio, mentre ora, a seguito di una riforma, sono rimasto coordinatore di Abruzzo e Molise. Negli anni ho fondato più di 400 gruppi di preghiera, su 3 mila totali, e ogni giorno li seguo come posso in Sicilia, Puglia, Liguria, Veneto, Toscana ed Umbria. Questo è il mio lavoro ordinario, che consiste nell’incontrare i gruppi di preghiera e che faccio chiedendo al Signore di illuminarmi perché non ho la santità di Padre Pio. Una volta, incontrandolo Padre Pio e parlandogli di questa missione gli dissi “Padre, mi deve aiutare, non ce la faccio: per me è impossibile”. E lui mi rispose: “Il Signore ti darà la forza, tu fai quello che devi fare”. Ma io gli replicai: “Ma io delle mie mani non mi fido, così io affiderò a lei tutte le anime che il Signore affiderà a me”. A quel punto Padre Pio esclamò: “Ma a quante mani le affidiamo”. Nel frattempo, ero in ginocchio davanti a lui quando mi disse: “E vabbuò, pero fai la parte tua”. Da allora, quello che spero è di portare sempre a compimento la parte che mi spetta».

Qual è l’insegnamento più grande che le ha trasmesso Padre Pio?

«Di fare sul serio non facendo mai due mondi diversi, quello che si dice e quello che si fa: ed è quello che cerco di fare io. Essere sinceri, essere lo specchio del Vangelo nella verità che si annuncia. Questa è la verità che i giovani cercano: un punto di riferimento che li accompagni sempre».

Padre Guglielmo, con Padre Pio parlavate mai di Pescara?

«Padre Pio mi parlava sempre bene di Pescara. Una volta lo incontrai, andandogli a portare da mangiare, e lui mi chiese “Da dove vieni?”. Io risposi “Da Pescara”. E lui ribattè: “Pescara, città senza mare”. Quell’anno, in effetti, io mi trasferii a Pescara proprio per sottopormi a delle cure che riguardavano il mare, ma ripensando alle sofferenze a cui era sottoposto Padre Pio, lasciai perdere le mie cure. Inizialmente, non avrei mani immaginato che quel “Pescara, città senza mare” valesse solo per me».

Infine, Padre Guglielmo, se oggi Padre Pio fosse ancora vivo e, quotidianamente, ricevesse a colloquio i fedeli insieme a lei, cosa pensa che direbbe loro?

«Quello che ha detto sempre: “Amate il Signore, amate la Madonna e fatela amare. Dai miei figli voglio la messa, la comunione e il rosario”. Ed è proprio quello che facciamo ogni giorno nella Basilica della Madonna dei Sette Dolori, recitando il rosario alle ore 5.30 seguito dalla Santa Messa alle ore 6, ovviamente con la comunione. E poi ognuno, ripartendo dall’incontro spirituale con Gesù Cristo, assume una responsabilità diversa che sente e che comunica anche agli altri».

About Davide De Amicis (2488 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista pubblicista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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