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Quanto potere in un nome

Chiamare qualcuno per nome non è cosa da poco: ce lo insegnano gli antichi e la Sacra Scrittura

Nel nostro precedente appuntamento (link articolo “Quando i nomi parlano), abbiamo visto come nella Scrittura il nome rappresenti l’autentica personalità di una persona e, in un certo senso, il suo destino o programma di vita. Ma cosa ha a che vedere tutto questo con Dio?

Gli esempi che abbiamo considerato in quella sede hanno un denominatore comune: è Dio che sceglie il nome dei Suoi servi e profeti per significare il loro destino e la loro missione. Nel racconto della Genesi, però, Dio concede ad Adamo la facoltà di assegnare un nome a tutto ciò che lo circonda, «animali domestici, uccelli del cielo e bestie della campagna» (Gn 2,19-20). Non solo. Adamo sceglie anche il modo in cui si sarebbe chiamato l’essere creato a partire dalla sua costola: «Questa è osso delle mie ossa e carne della mia carne. Sarà chiamato donna (= ish-ah, “uomo femmina”), perché dall’uomo (= ish) è stata tratta» (Gn 2,23). Più oltre Adamo chiama sua moglie Eva «perché doveva divenire la madre di tutti i viventi» (Gn 3,20): l’ebraico Khavàh, da cui l’italiano Eva, significa infatti “vivente”. Neppure l’uomo, dunque, (almeno nella cultura semitica) sceglie i nomi a caso, ma li assegna in base a precisi criteri. Ma ciò che più interessa a questo punto è comprendere la ragione per cui il Creatore avrebbe dovuto delegare ad una delle Sue creature un compito di questo genere.

Per comprendere meglio il significato di questa operazione, è necessario ricordare che nelle culture antiche la possibilità di imporre un nome esprimeva la facoltà di dominio e di possesso che una persona esercitava su un’altra persona o su un oggetto. Il fatto che i genitori impongano il nome ai propri figli è un esempio della stretta relazione di dipendenza che esiste tra gli uni e gli altri; il fatto che lo scelgano con cura, poi, è segno dell’importanza e dell’amore che essi riversano sulla prole. Dunque, l’immagine di Dio che presenta ad Adamo tutti gli esseri viventi che Egli stesso ha creato vuole indicare l’autorità, il ruolo di padrone (= “grande padre”) e custode che l’uomo è chiamato ad esercitare sul resto della creazione. Da ciò si deduce che l’uomo, se da Dio ha ricevuto la facoltà di imporre un nome agli esseri viventi che gli sono inferiori, a rigor di logica non può imporre un nome al Dio Creatore di tutte le cose, uomo compreso, che ‘per statuto’ gli è inferiore. Piuttosto dovrà avvenire il contrario.

Tanto più se consideriamo che, soprattutto presso le culture antiche, conoscere il nome di qualcuno o qualcosa significa in certa misura possederlo, controllarlo, dominarlo. Dice il Signore per mezzo del profeta Isaia: «Non temere, Israele, perché io ti ho redento. Ti ho chiamato per nome: tu sei mio» (Is 43,1). Il parallelismo dell’espressione dimostra l’equivalenza tra l’essere chiamato per nome e l’appartenere a Colui che chiama. Come in risposta, Israele, orgoglioso della sua appartenenza a Dio, afferma: «Il Signore mi ha chiamato fin dal seno materno. Dalle viscere di mia madre ha pronunciato il mio nome» (Is 49,1). Esiste dunque un’equivalenza tra il chiamare qualcuno per nome e il possederlo. Forse anche per questo l’angelo del Signore, interrogato da Giacobbe circa il suo nome, gli domanda: «Perché (= ina tì: a quale scopo) chiedi il mio nome?» (Gn 32,30), cosa vuoi farne? Ciò potrebbe significare che all’uomo non è concesso di pronunciare il nome di Dio non solo perché esso è sacro e misterioso, ma anche perché pronunciare il Suo nome significherebbe in qualche modo possedere e dominare la divinità stessa.

Ma bisogna tener presente anche un altro aspetto. Chi conosce il nome di qualcuno acquisisce su di lui un potere grandissimo: il potere di chiamarlo. James Frazer, nella sua opera Il ramo d’oro, ha rintracciato in varie civiltà ed epoche diversi tipi di tabu, cioè di restrizioni o proibizioni relative a persone, oggetti, azioni e comportamenti rivestiti di sacralità o pericolosità e sgradevolezza (si pensi per es. al divieto di mangiare certi cibi, o di avere rapporti con donne incinte o mestruate). I tabu che ci interessano maggiormente sono quelli linguistici. Non mi riferisco solo alla buona abitudine di evitare in pubblico parole legate per es. alla sfera della sessualità o delle funzioni corporali, ma anche alle omissioni o sostituzioni dettate da paura o rispetto nei confronti del referente. Nei paesi del Nord, nelle conversazioni quotidiane, accade che si eviti di nominare l’orso, sostituendo questo termine con equivalenti come “il bruno” o “il mangia-miele”: l’obiettivo è evitare che la bestia, sentendosi chiamata, si presenti e semini il panico. I più superstiziosi evitano di pronunciare i nomi dei morti, temendo di disturbare il loro sonno eterno. È la stessa ragione per cui Harry Potter e i suoi amici maghetti non pronunciano mai il nome del terribile Voldemort (in francese Vol de mort = “volo di morte”), per evitare che egli, evocato, si manifesti in mezzo a loro con tutta la sua carica di paura e devastazione.

Generalmente, dunque, si evita di evocare qualcuno o qualcosa di cui si ha paura. Ma questo vale anche per il nome di Dio? A giudicare dalle richieste formulate da Giacobbe e da Mosé, si direbbe proprio di no. Anzi, conoscere il nome di Dio è una necessità per chi desidera in-vocarlo, vale a dire – come spiega Agostino all’inizio delle Confessioni – “chiamarLo dentro di sé”. Nel mondo antico, si credeva che si potesse invocare una divinità solo conoscendone il vero nome. Ecco spiegata la preoccupazione di Giacobbe e di Mosé. Essa però si giustifica in modo particolare all’interno di una cultura politeista, quali erano quelle con cui il popolo di Israele si trovava, volente o nolente, a fare i conti; e non mancano certo nella Bibbia riferimenti al primato del Dio di Israele rispetto agli altri dei (es. «il Signore Iddio vostro è il Dio degli dei», Dt 10,17; «chi è come te tra gli dei, o Signore?», Dt 15,11). Ma nel corso del tempo, man mano che il monoteismo si definiva in contrapposizione al politeismo, divenne sempre più chiaro che l’unico e vero Dio non avesse bisogno di un nome.

Nel II secolo, uno dei martiri di Lione, di nome Attalo, ai persecutori che gli chiedevano che nome avesse il suo dio, rispose con fierezza e senza indugi: «Dio non ha un nome come un uomo» (Lettera sui martiri di Lione, testo greco). Nella versione latina, risalente agli inizi del V secolo, questa verità è illustrata in modo parzialmente differente: «Quelli che sono di più, sono distinti con nomi; Colui che è unico, non ha bisogno di un nome». La questione del nome si intreccia quindi strettamente con quelle dell’unità contrapposta alla molteplicità e della natura divina contrapposta a quella umana. Dio non ha bisogno di essere chiamato con un nome come accade per gli uomini, che, essendo tanti, devono essere distinti tramite nomi propri. Ma nella versione latina le parole di Attalo sottendono anche una polemica nei confronti del politeismo: le divinità dei popoli politeisti, essendo molte, sono distinte con nomi (Giove, Marte, Afrodite ecc.), ma il Dio cristiano, essendo uno e unico, non ha bisogno di un nome. Il ragionamento non fa una grinza! E svela l’errore di chi ancora oggi vien fuori con affermazioni del tipo: «Tutti gli esseri umani hanno un nome. Molti danno un nome perfino ai loro animali domestici. Non è ragionevole che anche Dio abbia un nome?» (da Svegliatevi! del 22 gennaio 2004, pag. 3). Ma chi la pensa così forse non distingue ancora tra il Dio Altissimo, Creatore e Re dell’universo, e il pesciolino rosso che nuota nella sua vaschetta di vetro …

Il ragionamento sviluppato fin qui sembrerebbe condurre verso la soluzione che Dio non abbia un nome. Ma la Sacra Scrittura allude spesso al «nome di Dio» e, scorrendone i versetti, si trovano diversi appellativi ed espressioni con i quali Dio viene invocato dai Suoi fedeli, primo fra tutti il famoso tetragramma. Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 203) è chiaro su questo punto: «Dio ha un nome». Ebbene, come la mettiamo?

 

[continua nelle prossime settimane]

 

* Immagine: Decorazione musiva parietale di S. Marco, Atrio, Cupola della Genesi

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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5 Comments on Quanto potere in un nome

  1. Maria Laura // 31 ottobre 2013 a 18:24 //

    Come si diceva nell’articolo, la Bibbia ci offre molti titoli con cui invocare Dio, ma ognuno di noi dà il nome che nasce dall’incontro personale con Lui che avviene attraverso la figura di Gesù Cristo, quando scopre di essere figlio amato da Dio che è padre e madre che non dimentica le sue creature anche nel dolore( Isaia 49); quando e se scopri Dio creatore, allora senti veri tutti i nomi che la Scrittura ci suggerisce: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre buono, Principe di pace. Buona festa di Ognissanti a tutti
    Maria Laura

  2. sabrina.robbe // 22 ottobre 2013 a 12:10 //

    Me ne rendo conto. Ma d’altra parte come si potrebbe leggere e cercare di comprendere un testo,senza almeno tentare di calarsi nella cultura e nella mentalità che lo hanno prodotto?

    • cultura che è cambiata nel tempo. Nel periodo di Rut e Boaz, secondo i manoscritti era normale vocalizzare il tetragramma anche nei normali saluti. Nel tempo alcune correnti di pensiero rabbinico (vedi Akiba) hanno arbitrariamente reinterpretato alcuni passi del Pentateuco….

  3. mi sembra un pò debole (Genesi 32..) come ragione per dire che a noi non è concesso di pronunciare il nome di Dio. E il concetto secondo cui pronunciare un nome equivale a prendere possesso in qualche misura della persona che lo porta…, ha molto il sapore di ebraismo.

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